Autrice: Valentina Berruti – Psicoterapeuta
La fecondazione assistita con donazione di gameti è una tecnica che permette alle coppie infertili di concepire utilizzando ovociti e/o spermatozoi donati da individui esterni alla coppia. In Italia, questa pratica è legale dal 2014, ma molte coppie la scoprono solo a seguito di una diagnosi di infertilità che impedisce l’uso dei propri gameti. Nonostante i progressi scientifici e legislativi, la donazione di gameti è ancora circondata da pregiudizi. Spesso si percepisce il concepimento assistito come “innaturale”, un giudizio che si amplifica quando prevede l’impiego di donatori anonimi.
Questi preconcetti rendono il percorso emotivo delle coppie complesso, suscitando sentimenti di perdita legati al cosiddetto “lutto per l’infertilità” e al “lutto biologico” per l’assenza di un legame genetico con il figlio. Tra le paure più comuni, emerge quella di non riuscire ad amare un figlio con cui non si condivide un legame biologico. Tale timore è alimentato dal pregiudizio secondo cui la genitorialità è necessariamente legata alla genetica.
I tre pilastri fondamentali della genitorialità
Monya Ferritti, nel suo libro “Sangue del mio sangue. L’adozione come corpo estraneo della società”, introduce il concetto di “bionormativismo” per descrivere come il modello culturale dominante consideri la famiglia biologica come l’unico modello legittimo. Questa visione può mettere in crisi chi non può avere figli biologici, generando dubbi sulla propria legittimità come genitore. Tuttavia, la genitorialità si fonda su tre pilastri fondamentali:
- Il desiderio di avere un figlio.
- L’intenzione di intraprendere un progetto genitoriale.
- La volontà di costruire e coltivare una relazione con il figlio.
La convinzione che il legame biologico garantisca automaticamente una relazione armoniosa è un mito. Molti genitori biologici affrontano difficoltà nel costruire un legame affettivo, mentre genitori non biologici possono creare relazioni profonde e appaganti con i propri figli. Questo dimostra che la genitorialità è una scelta consapevole e non un’eredità genetica.
Narrazione delle origini e impatto psicologico
Un tema cruciale per le coppie che ricorrono alla fecondazione con donazione di gameti è la decisione se narrare al figlio le modalità del suo concepimento. La narrazione delle origini è spesso vissuta come una sfida, soprattutto in una società che attribuisce grande valore al legame biologico.
Un esempio significativo è il caso del belga Guido Pennings, professore di etica e bioetica, che nel 2017 pubblicò l’articolo Disclosure of donor conception, age of disclosure and the well-being of donor offspring. In esso, Pennings concludeva che non era opportuno consigliare direttamente la rivelazione delle origini per garantire il benessere psicologico dei figli. Tuttavia, questa posizione ha suscitato numerose critiche, poiché diversi studi (Golombok, 2017; Pash et al., 2017; Crashaw et al., 2017) dimostrano che narrare ai bambini la loro origine fin dalla giovane età produce migliori risultati psicologici.
Al contrario, scoprire le proprie origini in età adulta può generare danni psicologici significativi. I bambini crescono attraverso il linguaggio, e privarli di informazioni essenziali per la costruzione del proprio sé significa impedire loro di sviluppare un’identità solida. I bambini, osservatori attenti, percepiscono facilmente quando qualcosa viene loro nascosto. Questo può trasformarsi in sentimenti di sfiducia verso sé stessi (M. Riccio, 2021) e verso gli altri.
Narrare le origini ai figli è senza dubbio una scelta responsabile, sebbene non priva di conseguenze, come ogni decisione significativa nella vita. La clinica familiare insegna che è impossibile non affrontare il tema delle origini, qualsiasi esse siano. “I vuoti delle origini si traducono in lacune gravi dell’identità personale, perché è resa impossibile la rappresentazione e, con essa, la narrazione. C’è una responsabilità dei generanti rispetto ai generati, e questo riguarda innanzitutto la gestione del tema delle origini” (Scabini, Cigoli, 1999).
Il ruolo del terapeuta e il significato del progetto genitoriale
Il compito del terapeuta è accompagnare le famiglie nella comprensione e consapevolezza della loro scelta, ricordando ai genitori che il progetto genitoriale è un atto intenzionale. Non deve essere mosso dal desiderio di ottenere l’amore dei figli, ma dalla responsabilità verso un altro essere umano che non ha scelto di venire al mondo.
Fondare la relazione su un segreto evidenzia un’identità genitoriale fragile, in cui il senso di colpa può compromettere una relazione solida. Il percorso psicologico ha lo scopo di rafforzare l’identità dei genitori, intaccata dalla diagnosi di infertilità e dal pregiudizio interiorizzato secondo cui l’unico modo legittimo di essere genitori sia quello tradizionale. Costruire un progetto genitoriale solido inizia, quindi, dall’accettazione della propria storia: solo vivendo nella verità si possono gettare le basi di una relazione genitoriale autentica, non definita dalla genetica.
In questo senso, il vero problema non risiede tanto nella decisione di narrare o meno le origini, quanto nel fondamento stesso del progetto genitoriale. Due genitori adulti, nel compiere scelte per i propri figli, si assumono responsabilità e accettano le conseguenze delle proprie scelte. Dire la verità ai propri figli è chiaramente la scelta più giusta, ma il ruolo del terapeuta non è quello di spingerli a fare questo ma di aiutarli a comprendere il significato della loro scelta. Ricordandogli che il compito di un genitore adulto è quello di amare incondizionatamente i propri figli anche se un giorno dovessero criticare le loro scelte.
Bibliografia
- Cigoli e Scabini è “Generativitá ed ethos familiare” in Scabini E., Rossi G., a cura di “Famiglia generativa o famiglia riproduttiva?, Vita e Pensiero, Milano 1999
- Crawshaw M., Adams D., Allan S., Blyth E., Bourne K., Brügge C. , Chien A., Clissa A., Daniels K. , Glazer E., Haase J., Hammarberg K.,van Hooff H., Hunt J., Indekeu A., Johnson L., Kim Y., Kirkman M., Kramer W., Lalos A., Lister C., Lowinger P., Mindes E., Monach J., Montuschi O., Pike S., Powell S., Rodino I. , Ruby A.,Schrijvers A.M. , Semba Y., Shidlo R. , Thorn P., Tonkin L. , Visser M., Woodward J., Wischmann T. , Yee S. , Zweifel J.E. Human Reproduction, Volume 32, Issue 7, July 2017, Pages 1535–1536,
- Ferritti M. “Sangue del mio Sangue. L’adozione come corpo estraneo della società” Ed. ETS (2023)
- Golombok S. Disclosure and donor conceived children, Human reproduction, July 1, 32(7): 1532-1536 (2017)
- Pennings G. Disclosure of donor conception, age of disclosure and the well-being of donor offspring”, Human reproduction, May 1, 32(5): 963-973, (2017)
- Riccio M. “La diversità d’origine. Il modello sistemico-relazionale nei nuovi scenari di genitorialità” FrancoAngeli 2021.
