Costruire la base. Le relazioni genitore-bambino

Autrice: Ilaria Giordani, Psicologa dell’ età evolutiva e psicoterapeuta specialista nel lavoro con adolescenti, giovani adulti e genitori.

Ogni bambino che nasce crea dei genitori, per la prima, la seconda, la terza volta e così via … Ma cosa è un genitore? Potremmo analizzare il significato e la declinazione della parola genitorialità e, sono certa, che ogni mamma e ogni papà potrebbe riconoscersi in qualche aspetto e, potrebbe anche, aggiungere nuovi significati e significanti.

Responsabilità, prendersi cura, dare amore, educare, istruire, stare insieme al mondo, trasmettere valori … tutto questo ha a che fare con la parola genitorialità

Essere genitori è costruire la base perché quell’infante prima e quel bambino poi possano diventare un adolescente che riesce a giostrarsi nel processo di individuazione e a diventare un adulto con con capacità di auto osservazione e di empatia:  un adulto, insomma, che abbia capacità di autocoscienza e sensibilità verso gli altri.

Quando costruiamo la possibilità che questo processo possa avvenire?

Vi inviterei a riflettere, a fermarvi a provare a rispondere a questa domanda, interrompendo per qualche secondo la lettura.

Una questione di attaccamento?

Forse qualcuno ha pensato all’adolescenza, momento in cui spetta ad ogni individuo il compito di incontrare, conoscere e formare la propria identità stabile e differenziata dagli altri.

 Eppure all’adolescenza ci si arriva già con un bel bagaglio, diciamo che la valigia è già piena dei mattoni che costituiscono la base.

Da dove vengono questi mattoni? Come si costruiscono?

Indubbiamente la qualità delle relazioni infantili con le figure di accudimento è fondamentale nello sviluppo di una persona con una struttura interna solida e con capacità di essere in contatto con se stessa e con il mondo: la qualità dell’attaccamento infantile è importantissima (sul tema si può vedere l’articolo Il legame genitori-figlio: l’importanza del sistema dell’attaccamento).

Quel genitore incontra quel determinato bambino, intendendo con questa affermazione che il bambino non è tabula rasa su cui costruire ma contribuisce attivamente alla qualità e alle caratteristiche della relazione che si andrà a creare con il proprio caregiver. Il bambino è, dunque, soggetto attivo nella relazione sin dai primi momenti di vita.

Le relazioni in cui è possibile sbagliare e riparare

La letteratura e le ricerche nel campo dell’infant research, oramai, sanno dirci che il tipo di relazione ottimale non è quella in cui genitore e bambino sono sempre in sintonia, cosa per altro estremamente difficile. Paradossalmente, anzi, una percentuale di comportamenti sintonici estremamente elevata può essere indice di una dinamica intrusiva da parte del caregiver nei confronti del bambino.

Facile intuire che neppure una relazione distonica può essere la condizione ideale per la crescita.

La relazione in cui il bambino può sviluppare al meglio capacità di auto-osservazione, di contatto con le proprie emozioni, le proprie competenze empatiche  e di fiducia nella relazione con l’altro è quella in cui è possibile la riparazione, una relazione in cui  ai momenti di rottura seguono momenti di riparazione.

Una vignetta come esempio

Sara e Maria sono rispettivamente una mamma e la sua bimba, primogenita di 5 mesi. Il contesto in cui si svolge la situazione è un momento di home visiting nell’ ambito di una infant observation[1] in un contesto non patologico.

Maria è stesa sul fasciatoio e Sara interagisce con lei imitando i suoi vocalizzi creando una vera e propria sequenza  comunicativa. È evidente il piacere di entrambe in questa interazione.

Ad un certo punto Sara riceve un messaggio sul cellulare, distoglie lo sguardo da Maria e inizia a leggere il messaggio. Maria cerca il contatto visivo con la madre, appare spiazzata dal non trovarlo, prova con un vocalizzo a stimolare la madre, ma lei non risponde.

A questo punto Maria ruota la testa verso destra distaccandosi dall’interazione, cambiando l’espressione del volto che diventa serio. Sara si accorge della cosa e ripone nuovamente il telefono in tasca. Si rivolge a Maria verbalizzando l’accaduto, dice : “Piccolina scusami, mi ha scritto L.  e volevo sapere cosa mi stesse dicendo”. Maria non si volta immediatamente alla voce della madre. Sara allora le pone una mano sul pancino, muovendola un po’ e guardando la bimba con espressione sorridente. A questo punto la bimba si riconnette alla mamma e ricomincia il loro dialogo fatto di vocalizzi, sguardi e sorrisi.

La possibilità di "riparare"

La possibilità di riparazione è, dunque, l’elemento centrale nella costruzione della fiducia nelle relazioni, nella possibilità di sentirsi compresi e, anche, di poter riconoscere come valide le proprie emozioni e, pian piano, riuscire a pensarle.

E’ inevitabile e necessario sottolineare quanto l’uso di strumenti tecnologici per riportare ad un livello di tranquillità il bambino, quando agitato, possa essere dannoso.

Il piccolo che sta piangendo perché in uno stato di disagio sperimenterà il raggiungimento uno stato di calma non attraverso un’operazione all’interno della relazione diadica con il caregiver ma attraverso una “distrazione”.

Il bambino piange, gli pongo innanzi agli occhi uno schermo colorato, dai suoni gradevoli e attrattivi, il bambino si distrae da ciò che stava provando e smette di piangere.

Obiettivo raggiunto? Assolutamente no. Il bambino ha messo da parte ciò che provava, non lo ha risolto, e così non acquisisce strategie e competenze per poter tollerare stati disforici e venirne fuori. Lo strumento tecnologico viene “appreso” come un buon strumento per uscire da stati di noia, fastidio, disagio e, d’altro canto, non si acquisiscono strumenti interni per farlo autonomamente.

Non si crea in sostanza fiducia nella possibilità di essere compresi o in possibilità riparatorie.

Costruire una base

Costruire la base significa offrire “strumenti” che possono venir utilizzati quando necessari e, quando parliamo di sviluppo emotivo, questo non può avvenire che all’interno della relazione.

Credo che la citazione seguente riassuma al meglio quanto raccontato.

Diventare bipedi ha portato la nostra specie ad una vita sociale che ha poi richiesto capacità cognitive maggiori (Dunbar, Solis, 2018). I cuccioli d’uomo sono notoriamente, alla nascita, più immaturi rispetto ad altri primati. Il parto stesso è doloroso e pericoloso e richiede supporto sociale dai nostri simili (Hrdy, 2013). La nostra specie necessita di lunghi periodi di protezione e cura, nonché di un periodo di apprendimento intenso e prolungato, prima che il giovane uomo sia pronto a unirsi alla comunità. […]La socialità dell’uomo si spiega con la sua capacità distintiva di condividere gli stati mentali degli altri e con gli altri (Tomasello, 2019). Il SENSO DEL NOI (We-Ness) è alla base della collaborazione sociale ed è la modalità che fornisce, nell’infanzia, il contesto in cui si sviluppa la mentalizzazione” [pag. XXII de “Il trattamento basato sulla mentalizzazione per adolescenti a cura di Trudie Rossouw, Maria Wiwe e Ioanna Vrouva, Raffaello Cortina Ed.)

[1] Con home visiting e infant observation si intendono momenti in cui un operatore psicologo, si reca a casa del nucleo familiare appena creato e si impegna ad osservare settimanalmente un bambino dalla nascita fino ai due anni di età. È un metodo nato circa 70 anni fa presso la Tavistock Clinic di Londra.

Attraverso lo sguardo attento dell’osservatore, che per altro non interviene come parte attiva nell’interazione con il bambino, il caregiver può scoprire anche modi per connettersi meglio al neonato. L’intervento di home visiting , è particolarmente indicato nelle situazioni di depressione materna.