Articolo della dott.ssa Alina Di Giacomo Marotta, psicologa, psicoterapeuta in formazione e fondatrice di RootLine
Negli ultimi mesi—nei servizi, nelle scuole, nelle conversazioni tra adulti—si sente tornare con insistenza una domanda che ha il sapore dell’urgenza: perché alcuni adolescenti sembrano reggere sempre meno la frustrazione? Non è una domanda neutra, perché spesso nasce dopo episodi che spaventano: conflitti che degenerano, reazioni sproporzionate, escalation rapide. Alcuni dati epidemiologici, inoltre, suggeriscono segnali che meritano attenzione. Nello studio ESPAD®Italia 2024 (CNR‑IFC, n.d.), condotto su circa 20.000 studenti e 250 scuole, il 40,6% dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni riferisce di aver partecipato almeno una volta a zuffe o risse, il 10,9% di aver assistito a scene di violenza filmate con un cellulare e il 3,4% di aver portato con sé armi improprie (come coltelli o tirapugni) a scuola, con un incremento quasi doppio rispetto all’anno precedente. È utile precisare che si tratta di dati auto‑riferiti in un campione scolastico: non descrivono “reati accertati”, ma indicatori di esposizione e di comportamento che, proprio perché riportati da un’ampia popolazione studentesca, aiutano a leggere un clima e a intercettare aree di rischio (CNR‑IFC, n.d.). È comprensibile, davanti a questo scenario, cercare una spiegazione semplice: “non accettano i no perché sono cresciuti senza frustrazioni”. L’intuizione coglie un punto vero—la frustrazione come palestra psicologica—ma diventa fragile quando viene trasformata in una causa unica e, soprattutto, quando riduce la complessità del fenomeno a un solo contesto.
Se vogliamo costruire un discorso davvero professionale e utile, dobbiamo fare un passo in più: chiarire che cosa intendiamo per frustrazione, descrivere come si sviluppa la capacità di reggerla e riconoscere che oggi il “no” è spesso un evento che attraversa più ambienti contemporaneamente. Non è solo un limite “in casa”: può essere un limite “a scuola”, un limite “nel gruppo”, un limite “online”. E quando il limite diventa pubblico—o percepito come pubblico—può attivare non solo rabbia, ma vergogna, svalutazione e paura di perdere posizione.
La frustrazione, in termini psicologici, è l’urto tra desiderio e realtà: attesa, rinvio, rifiuto, perdita, errore. Non è un concetto morale (“ti devi abituare”), ma un processo emotivo-cognitivo che mette alla prova la regolazione: tollerare l’attivazione, differire la gratificazione, riorganizzare un piano, chiedere aiuto, riparare un danno. È importante dirlo in modo netto: la frustrazione non produce automaticamente aggressività. I modelli integrativi contemporanei aiutano a vedere il passaggio intermedio: la frustrazione aumenta il rischio di risposte impulsive soprattutto quando si combinano alcune condizioni—un’interpretazione del limite come ingiusto o umiliante, un alto arousal, poche strategie alternative disponibili, e contesti che rinforzano l’escalation. In altre parole, ciò che osserviamo come comportamento è spesso l’esito di una sequenza: stimolo → interpretazione → emozione → scelta. E la prevenzione si gioca rendendo questa sequenza più “pensabile”, meno automatica.
Una cornice utile per tenere insieme questi passaggi è il General Aggression Model (Allen et al., 2018): un evento attivante (un limite, un rifiuto, una provocazione percepita) entra in un sistema fatto di emozioni, cognizioni e attivazione fisiologica; poi avviene una valutazione—più rapida e impulsiva o più riflessiva—che porta a una risposta. Ripetuti nel tempo, questi episodi possono consolidare copioni: modi “pronti” di leggere e affrontare la frustrazione. La domanda, allora, non è se “i ragazzi di oggi” siano peggio o meglio: è quali esperienze stiano costruendo o rinforzando copioni che rendono l’escalation la risposta più disponibile.
Un tassello importante, spesso frainteso, riguarda anche la specificità evolutiva dell’adolescenza e può essere letto attraverso il modello dei “due sistemi” in neuroscienza dello sviluppo (Steinberg, 2010; Casey et al., 2008). Le ricerche sul neurosviluppo descrivono un periodo in cui i sistemi legati alla ricompensa, alla sensibilità sociale e alla ricerca di novità tendono a essere particolarmente reattivi, mentre le funzioni di controllo e pianificazione maturano più gradualmente. In termini semplici: non “manca la ragione”, ma la regolazione viene messa alla prova in modo più intenso, soprattutto nelle situazioni cariche di emozione e in presenza dei pari. Questa asimmetria non spiega da sola comportamenti aggressivi, ma aiuta a comprendere perché, in alcuni momenti, la frustrazione possa tradursi più rapidamente in azione e perché la prevenzione debba lavorare sul contesto (ridurre umiliazione pubblica, aumentare alternative praticabili) oltre che sulle competenze individuali.
Dentro questo quadro, parlare di parenting significa descrivere una funzione regolativa che prende forma nella relazione: cura e protezione, capacità di dare struttura e confini, monitoraggio e guida, comunicazione di significati, gestione del conflitto e della riparazione. Gli stili educativi proposti da Baumrind e poi riorganizzati da Maccoby e Martin sono ancora utili (Baumrind, 1966; Maccoby & Martin, 1983) perché aiutano a leggere, senza etichette moralistiche, due assi che cambiano in modo concreto l’esperienza del “no”: il livello di calore/responsività (quanto il ragazzo si sente visto, compreso, mentalizzato) e il livello di struttura/richiesta (quanto regole, confini e aspettative sono chiari, coerenti, sostenibili).
Quando calore e struttura sono entrambi alti, parliamo di stile autorevole: il limite è fermo ma non umiliante, prevedibile ma non rigido, e soprattutto inserito in una relazione che regge l’urto emotivo. In questo contesto la frustrazione viene “allenata” perché il ragazzo può sentire intensamente senza essere lasciato solo: l’adulto contiene, poi spiega, poi aiuta a riparare. È anche la configurazione che, in molte letture contemporanee, facilita l’interiorizzazione: non si obbedisce solo per evitare la conseguenza, ma perché il limite viene compreso come significativo e compatibile con un senso di autonomia e dignità personale—un punto coerente anche con le prospettive sull’autodeterminazione e sull’autonomia supportiva (Ryan & Deci, 2000).
Quando la struttura è alta ma il calore è basso, entriamo più facilmente in uno stile autoritario: il “no” può arrivare come imposizione, e l’attenzione del ragazzo si sposta dal significato della regola alla gestione della minaccia (paura, rabbia, vergogna). In questi casi il limite può produrre obbedienza esterna o opposizione, ma spesso fatica a trasformarsi in competenza interna: l’adolescente non impara tanto a regolarsi, quanto a reagire o a evitare.
Quando il calore è presente ma la struttura è bassa—lo stile permissivo/indulgente—il messaggio implicito può diventare che la frustrazione vada rimossa in fretta: si negozia solo in emergenza, si cede per spegnere, o si cambia confine davanti all’escalation. Il ragazzo sperimenta meno occasioni quotidiane di attesa, rinvio e tolleranza dell’urto, e può apprendere (senza che nessuno lo voglia) che “alzare la posta” è una strategia efficace.
Infine, quando calore e struttura sono entrambi bassi (stile trascurante/disimpegnato), il problema non è solo il limite, ma la mancanza di una base regolativa: confini poco presenti o incoerenti si intrecciano a un senso di solitudine emotiva, rendendo più probabile che il ragazzo cerchi altrove—nel gruppo dei pari o online—contenimento, appartenenza e status, anche attraverso copioni disfunzionali.
Questa lettura non serve a classificare famiglie “buone” o “cattive”, ma a capire un punto clinico essenziale: il “no” diventa tollerabile quando l’adolescente percepisce insieme confine e legame—una regola che non crolla e una relazione che non ritira dignità.
Il punto non è cercare una “formula” valida per tutti, ma riconoscere il meccanismo: la frustrazione si allena quando il limite viene retto dall’adulto senza trasformarsi né in resa né in guerra.
A questo livello, gli stili educativi ci dicono che clima respira il limite. Per capire invece come il limite viene agito nella vita quotidiana—quali parole, quali gesti, quali “mosse” relazionali rendono un no contenitivo o, al contrario, umiliante—serve scendere sul terreno delle pratiche disciplinari e dei processi di interiorizzazione.
Bibliografia
Istituto di Fisiologia Clinica, Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR‑IFC). (n.d.). La violenza tra i giovani: i dati dello studio ESPAD®Italia 2024. Retrieved March 23, 2026, from https://ifc.cnr.it/la-violenza-tra-i-giovani-i-dati-dello-studio-espad-dellepidemiologia-e-ricerca-sui-servizi-sanitari-ifc-cnr/
Allen, J. J., Anderson, C. A., & Bushman, B. J. (2018). The General Aggression Model. Current Opinion in Psychology, 19, 75–80.
Baumrind, D. (1966). Effects of authoritative parental control on child behavior. Child Development, 37(4), 887–907.
Casey, B. J., Jones, R. M., & Hare, T. A. (2008). The adolescent brain. Annals of the New York Academy of Sciences, 1124(1), 111–126.
Maccoby, E. E., & Martin, J. A. (1983). Socialization in the context of the family: Parent–child interaction. In P. H. Mussen (Series Ed.) & E. M. Hetherington (Vol. Ed.), Handbook of child psychology: Vol. 4. Socialization, personality, and social development (4th ed., pp. 1–101). Wiley.
Ryan, R. M., & Deci, E. L. (2000). Self-determination theory and the facilitation of intrinsic motivation, social development, and well-being. American Psychologist, 55(1), 68–78.
Steinberg, L. (2010). A dual systems model of adolescent risk-taking. Developmental Psychobiology, 52(3), 216–224.
