Autrice: Ilaria Giordani, Psicologa dell’ età evolutiva e psicoterapeuta specialista nel lavoro con adolescenti, giovani adulti e genitori.
Quasi quotidianamente gli articoli di cronaca giornalistica ci informano di azioni terribili compiute da giovani insospettabili. Omicidi e femminicidi troppo frequenti che provocano reazioni di condanna, di doloroso stupore e aprono a mille interrogativi sui “perchè” e su “come mai non ci siano stati segnali premonitori di un’esplosione violenta”.
Partiamo da una premessa: le azioni violente possono essere legate ad un momento di forte perdita di controllo ma non sono MAI del tutto improvvise. I segnali del disagio ci sono eppure non sempre gli adulti di riferimento dei ragazzi coinvolti, da genitori o componenti della famiglia allargata, a professori o allenatori, sono in grado di coglierli.
Guardando "Adolescence"
La miniserie britannica “Adolescence” cerca di entrare nell’argomento attraverso il caso dell’omicidio di una giovanissima ragazza per mano di Jaime, un compagno di scuola tredicenne. Le prospettive in cui si analizza la situazione sono varie, ne seleziono alcune che possono aiutarci ad andare dal caso particolare al generale per aprire alcune riflessioni.
Cosa è successo affinchè un ragazzino, poco più che bambino, impaurito dalla polizia e tanto bisognoso dell’appoggio del padre, sia diventato autore di un crimine terribile ed efferato?
Un ragazzo intelligente, abbastanza bravo a scuola, in apparenza non particolarmente problematico compie azioni mostruse (una tale descrizione ricorda tanti autori di femminicidi), perchè? Impossibile iniziare a capire qualcosa fin quando non si comprende il linguaggio in codice usato dagli adolescenti su un social che svela atti di cyberbullismo e inizia a tracciare una storia di bullismo e insicurezza.
Il primo punto è proprio la COMUNICAZIONE. È abbastanza ovvio che per poter comunicare abbiamo bisogno di un codice linguistico condiviso. La serie tv ci mette di fronte ad un dato di realtà centrale: adulti e adolescenti non parlano la stessa lingua. Spesso gli adulti si mantengono estranei dal mondo adolescente, pur freuqentandolo ogni giorno (ad esempio professori) e così facendo non possono comprendere.
Questo ci suggerisce una postura di interesse e curiosità verso i “significanti che creano il significato” del linguaggio adolescenziale. Non basta esserci, è necessario “stare con” e mostrare un atteggiamento di interesse, di curiosità e avvicinarsi. Nella miniserie si nota come si trasforma una relazione genitore/figlio, fatta di silenzi e chiusure, quando il padre poliziotto ascolta con interesse il figlio e mostra il desiderio di stare con lui.
Varie tv, computer, telefoni e chat sembrano aver cambiato lo stile di vita di molte famiglie. Spesso gli adolescenti la sera dopo una breve cena con i genitori si rifugiano in camera, luogo sicuro, ma non abbastanza. Il web penetra le pareti e il mondo esterno, entra ovunque. Ciò che è pubblicato su un social è visibile a tutti e parole, video o simboli umilianti si trasformano in un “fine pena mai”. La rabbia, provocata dalla beffa eterna, può diventare fattore chiave per gesti auto o etero lesivi importanti.
Le ultime scene della quarta puntata vedono i due genitori dell’autore di reato confrontarsi col il `proprio senso di colpa e la domanda “dove abbiamo sbagliato?”. Il padre racconta che voleva un figlio forte e così portava il suo a giocare a calcio, ma costui era inadatto a quello sport. Gli altri genitori sugli spalti insultavano Jaime e lui (il padre) guardava il figlio in campo ascoltando gli sbeffeggiamenti rivoltogli dagli altri genitori….e poi non riusciva a guardare in faccia il figlio. È lo stesso racconto che il tredicenne fa alla psicologa: la difficoltà nel leggere la delusione nello sguardo del padre.
Winnicott scriveva “negli occhi della madre il bambino vede se stesso” intendendo con questo che il modo in cui la figura di riferimento vede il proprio figlio va ad influire, in maniera determinante, sulla percezione che quel bambino avrà di se stesso e sulla dimensione di autostima. Massimo Ammaniti a proposito dell’adolescenza contemporanea ne I paradossi degli adolescenti, pag. 20, scrive : “ presi da loro stessi, si guardano e si scrutano continuamente mettendosi al centro del mondo e, contemporaneamente, sono alla ricerca costante di approvazioni e conferme da parte degli altri”. Jaime porta con sè la percezione di non valere nulla e non essere bravo in niente, confermata, poi, da un implacabile atteggiamento dei pari che lo bullizzano.
Nessuno si accorge di nulla, lui non chiede aiuto e sembra che, in qualche modo, la violenza diventi un modo per riprendere una posizione di forza.
Il disperato bisogno di approvazione del protagonista si evince anche quando la psicologa, a cui a fatica si è aperto e verso la quale nutre stima, lo saluta. In quel momento il ragazzo si sgretola arrabbiandosi ferocemente. Si contatta quanta fragilità ci sia dietro un’immensa violenza e quanto sia difficile tollerare un momento di disapprovazione se esso è capace di sgretolare il sé ( pensiamo ai casi di omicidi dopo un rifiuto).
Bisogna saper perdere
Un altro aspetto importante: la modalità educativa odierna, che protegge tanto dalla frustrazione, sembra creare una grande incapacità di tollerarla e risolverla tanto da sfociare nei, sempre più frequenti, disturbi di ansia e atti autolesionistici, o in atti di violenza eterodiretta.
Winnicott ha ripetutamente sostenuto che gli adolescenti avrebbero bisogno di confronti con adulti affidabili e stabili, in grado di assumere il proprio ruolo educativo. Con questo non si intende dire che la “colpa” dell’azione violenta di un figlio sia del genitore, ma è certo che l’ambiente di crescita e di sviluppo ha un roulo fondamentale nella capacità di regolazione affettiva. Lo psicoterapeuta Giuseppe Lavenia scrive ai genitori in proposito dei figli
Li vogliamo felici, ma li teniamo lontani dalla frustrazione.
Li vogliamo forti, ma spianiamo loro la strada per paura che si facciano male. Insegnamo loro ad eccellere, ma non a sbagliare.
E così creiamo generazioni incapaci di sopportare un rifiuto, una critica, una sconfitta. Appena qualcosa non va come vorrebbero, crollano.
Perché nessuno ha mai detto loro che il dolore si affronta, non si evita. Che il fallimento è una lezione, non una condanna.
Che il successo senza fatica è un’illusione, non una realtà.
Ma nella vita si cade. Sempre.
E se non imparano a rialzarsi, resteranno a terra al primo ostacolo.
Prima di proteggerli, dobbiamo insegnare loro a resistere.
Prima di liberarli dalla fatica, dobbiamo aiutarli a trovare il coraggio di affrontarla.
Letture consigliate
“Neurobiologia interpersonale e pratica clinica” a cura di Daniel J.Siegel, Allan N. Shore, Luis Cozolino, Raffaello Cortina Ed., 2025
“I paradossi degli adolescenti”, di Massimo Ammaniti, Raffaello Cortina Ed., 2024
