Il 14 giugno 2025 GenitoriChe ha trasmesso sulle proprie pagine social l’incontro online Quando i figli diventano giovani adulti, terzo appuntamento del ciclo Dialoghi per crescere. Nel confronto tra Anna Guerrieri e la psicologa e psicoterapeuta Valeria Palano, accompagnato dagli interventi dei partecipanti, sono stati affrontati alcuni passaggi centrali di questa fase della vita e della relazione familiare.
Nello stesso anno l’associazione aveva promosso anche Keep Calm and Love Young Adults, un gruppo di mutuo aiuto per genitori di giovani adulti: un’esperienza distinta dall’incontro pubblico, i cui temi e le cui riflessioni sono, tuttavia, entrati in parte nel dialogo.
Questo articolo riprende e rielabora i contenuti dell’incontro, disponibile integralmente in video.
La redazione di questo resoconto è a cura di Anna Guerrieri.
L’età giovane adulta ha confini mobili. GenitoriChe ha scelto di riferirsi, indicativamente, agli anni che vanno dalla maggiore età alla soglia dei trenta: un arco nel quale possono convivere formazione, lavori temporanei, dipendenza economica dalla famiglia, ricerca di autonomia e relazioni affettive che acquistano un peso nuovo. La maggiore età giuridica arriva in una data precisa; l’ingresso nella vita adulta segue tempi meno uniformi, legati alla storia personale e alle condizioni sociali. La sua durata descrive una transizione nella quale responsabilità già adulte possono coesistere con una posizione economica e abitativa ancora dipendente.
Il passaggio coinvolge tutta la famiglia. Mentre figli e figlie cercano una collocazione nel mondo, i genitori incontrano il limite di consuetudini educative costruite in altre fasi: chiedere, controllare, anticipare le conseguenze, offrire soluzioni. Anche l’aiuto cambia significato: può sostenere un processo già avviato oppure sostituirsi alla capacità della persona giovane di orientarsi. Il confronto riguarda soprattutto questa trasformazione della posizione genitoriale, chiamata a garantire una presenza anche quando le scelte assumono tempi, linguaggi e direzioni diversi da quelli immaginati.
Un’identità che cerca la propria forma
Al centro di questa età si colloca la ricerca dell’unicità. Durante l’adolescenza il gruppo dei pari offre appartenenza e somiglianza; negli anni successivi diventa più pressante il compito di riconoscere ciò che distingue e dà continuità alla propria esperienza. Desideri, capacità, orientamento affettivo, convinzioni, limiti e immagini del futuro devono trovare una composizione abbastanza coerente da reggere il confronto con la realtà. «Chi sono? Come mi vedo? Qual è l’immagine che proietto nel futuro? Quanto sento di valere?» sono i frammenti di questa costruzione. L’identità prende forma nello sguardo degli altri, nelle opportunità disponibili e nelle risposte ricevute quando si prova a scegliere.
L’autonomia appartiene a questo lavoro identitario e comprende piani diversi. C’è l’indipendenza economica, spesso rinviata dalle condizioni del lavoro e dell’abitare; ci sono l’autonomia di pensiero, la capacità di nominare ciò che si sente, la libertà di decidere e la disponibilità ad assumere le conseguenze delle proprie scelte. Queste dimensioni procedono con velocità differenti. Una persona giovane può dipendere materialmente dalla famiglia e avere già maturato un criterio personale; può disporre di un reddito e continuare a cercare nello sguardo dei genitori la conferma della propria adeguatezza. L’autonomia si riconosce anche nel modo in cui viene utilizzato l’aiuto: integrandolo nel proprio percorso, discutendolo, accettandolo o rifiutandolo senza perdere il senso di sé.
Per i genitori, concedere autonomia significa rinunciare a una parte del controllo esercitato negli anni precedenti. La metafora della staffetta descrive con precisione questo passaggio: «Io ho portato il testimone fino a questo punto, ho dato tutto me stesso, tutte le mie energie e tutte le mie forze per arrivare fin qui. Adesso devo passare il testimone a mio figlio». La consegna poggia sul percorso compiuto insieme e sul riconoscimento delle risorse già presenti. Fidarsi espone all’incertezza: un figlio o una figlia può sbagliare, imboccare una strada incomprensibile, non utilizzare subito ciò che ha ricevuto. In un’età percepita come meno reversibile dell’adolescenza, ogni scelta può apparire più definitiva. Da qui nasce una parte della vulnerabilità genitoriale: dall’impossibilità di garantire l’esito del percorso.
Dietro l’interventismo possono esserci paura, senso di impotenza e il desiderio di risparmiare a figli e figlie una sofferenza già intravista, giudicata più pericolosa perché si manifesta in una fase avvertita come meno fluida dell’adolescenza.
Quando la protezione diventa continua, ogni difficoltà rischia di essere interpretata e risolta prima che la persona giovane possa misurarsi con essa. L., una partecipante, osserva che il tentativo di proteggere figli e figlie da errori e cadute potrebbe renderli più fragili, soprattutto nelle relazioni. La fragilità viene ricondotta alla difficoltà di tollerare la frustrazione: se l’errore è qualcosa da evitare a ogni costo, una caduta può trasformarsi facilmente nel pensiero «sono io che non vado bene». Fare esperienza dell’errore consente di distinguerlo dal proprio valore personale e di scoprire quali risorse si attivano dopo una delusione.
Dare fiducia «ci rende vulnerabili perché ci toglie dall’azione e mette l’azione nelle mani dell’altro». Il passaggio del testimone espone i genitori alle proprie emozioni e alla possibilità che qualcosa vada storto; contiene anche un riconoscimento concreto delle capacità di figli e figlie. Sentirsi destinatari di quella fiducia può diventare una sollecitazione alla responsabilità: invita a prendere sul serio le proprie risorse, a rispettarsi e a costruire un’autostima che non dipenda soltanto dal risultato immediato. La fiducia agisce in entrambe le direzioni, verificando il cammino educativo compiuto e sostenendo chi deve assumere la guida del proprio percorso.
Il tempo della pausa e le forme dello stallo
Le pause dopo la scuola, gli studi interrotti e i periodi di apparente immobilità sono tra le esperienze che preoccupano maggiormente le famiglie. Nel gruppo di mutuo aiuto Keep Calm and Love Young Adults queste preoccupazioni erano emerse sovente. Anche nell’incontro online sono oggetto di riflessione.
A volte un ragazzo o una ragazza formula una richiesta riconoscibile: «Ho bisogno di prendermi del tempo. In questo momento non ce la faccio a stare all’università o in accademia. Ho bisogno di fare un viaggio, di provare a lavorare senza investirci troppo». In altri casi il tempo appare scomposto, segnato dal ritiro, dalla perdita di interesse e dalla progressiva riduzione dei contatti. La parola “pausa” comprende dunque esperienze con funzioni e livelli di sofferenza differenti.
Per comprenderle occorre osservare ciò che accade dentro quel tempo. Un viaggio, il volontariato, il servizio civile, un lavoro temporaneo o l’esplorazione di interessi diversi possono restituire energie e produrre conoscenza di sé. Anche nei periodi meno attivi contano segnali concreti: il ritmo delle giornate, la cura personale, la possibilità di assumere piccoli impegni, il contatto con gli altri, la capacità di parlare di ciò che si sta vivendo. Una pausa conserva movimento quando permette di riorganizzare l’esperienza e mantiene qualche legame con la realtà.
Se ogni ambito si restringe e il tempo perde struttura, la famiglia ha ragione di interrogarsi sul livello di sofferenza e sull’opportunità di cercare un sostegno.
Durante l’incontro ritorna l’immagine della società che “corre”. Le scelte universitarie vengono spesso troppo anticipate, i percorsi valutati in base alla velocità e la formazione vissuta come una successione di risultati da accumulare. In questa cornice, rallentare può essere percepito come una perdita di posizione prima ancora che come un bisogno. La pausa può consentire invece alla mente di sedimentare ciò che sta accadendo, recuperare energie e modificare la prospettiva. Il suo valore dipende dal rapporto che mantiene con il mondo esterno: la paura può produrre uno stallo nel quale ogni azione viene rinviata; un tempo di ridefinizione, invece, apre gradualmente esperienze, parole e possibilità di scelta.
L’intervento di A., una partecipante, rende visibile questa ambivalenza. Il figlio, vicino al diploma, le aveva già parlato dell’anno sabbatico che desiderava prendersi; lui sembrava avere le idee chiare, mentre lei si sentiva «già in confusione». Il tempo impiegato per capire come collocarsi nel mondo può preparare scelte più consapevoli. Per i genitori rimane difficile distinguere, mentre la situazione è ancora aperta, una maturazione silenziosa da uno stallo. Anche il loro modo di guardare quel tempo può favorire il pensiero del figlio o della figlia, oppure trasmettere soprattutto l’ansia di essere in ritardo.
Quando la procrastinazione investe ogni alternativa, l’apparente indifferenza può proteggere un forte timore dell’azione. Il vissuto prende forma in parole molto concrete: «In realtà non so proprio niente. So soltanto quello che non riesco a fare. So che non riesco a studiare, so che non mi piace. Ma dello scenario che c’è fuori ho paura». Il dialogo familiare diventa utile quando riesce ad avvicinarsi a quella paura e a darle un nome. Pressioni, confronti e soluzioni immediate possono aumentare la necessità di difendersi; una presenza capace di osservare e porre limiti comprensibili aiuta a ricostruire un contatto con ciò che è possibile fare adesso.
Uscire dai “contenitori” decisi da altri
La fine della scuola segna il passaggio dall’adolescenza a un’età meno chiara e, per questo, più difficile da leggere: quella in cui non si è più solo adolescenti ma nemmeno pienamente adulti. La classe, l’orario, le verifiche e l’obbligo di frequenza avevano costituito un contenitore, anche quando l’esperienza scolastica era stata faticosa. Dopo il diploma molte di queste strutture scompaiono. Università, accademie, conservatori e altri percorsi post-diploma richiedono di organizzare il tempo, scegliere gli esami, affrontare pratiche burocratiche (tutte informatizzate), costruire relazioni e dare continuità al lavoro senza un controllo quotidiano. La difficoltà può riguardare il corso scelto, ma anche la perdita di una struttura esterna che fino a quel momento aveva sostenuto l’organizzazione personale.
La persona giovane sta «uscendo dalle scatole», dai contesti predisposti dalla famiglia, dalla scuola e dallo sport. Sono ambienti che, almeno inizialmente, non sono stati scelti: la scuola è obbligatoria, la famiglia è quella nella quale si è cresciuti. Durante l’adolescenza appaiono le prime possibilità di scelta, ancora attraversate dal bisogno di omologarsi, di essere simili agli altri o di rientrare nelle aspettative. L’università, l’accademia, il conservatorio e gli altri percorsi successivi al diploma rappresentano invece alcune delle prime grandi decisioni personali attraverso le quali ragazzi e ragazze provano a dare una direzione al proprio futuro. La portata di questa scelta contribuisce a renderla difficile.
Uscire significa costruire dall’interno funzioni prima affidate all’ambiente: stabilire priorità, tollerare tempi vuoti, chiedere informazioni, ricominciare dopo un insuccesso. Lo stallo può presentarsi in momenti diversi. All’inizio pesa l’incertezza sulla direzione; a metà percorso può emergere la consapevolezza di avere seguito un’aspettativa familiare; alla fine, davanti alla tesi, si apre il pensiero di ciò che verrà dopo. Il blocco assume significati differenti a seconda del punto del percorso in cui compare.
La pressione sulla prestazione può produrre iperattività, quando ogni sessione d’esame diventa un obbligo, oppure procrastinazione. In alcuni casi la difficoltà si trasforma in menzogna. Un esame dichiarato e mai sostenuto inaugura una realtà parallela costruita per conservare agli occhi degli altri un’immagine di successo. Più quella realtà si prolunga, più cresce la distanza fra l’io reale e l’io ideale, insieme alla paura di deludere e di essere scoperti. La menzogna segnala anche quanto il fallimento appaia indicibile dentro la relazione. Poter raccontare la situazione senza sentirsi ridotti al proprio insuccesso protegge il legame e rende più accessibile la ricerca di un aiuto.
Il rapporto fra prestazione e menzogna coinvolge anche le immagini sociali del successo. L’io ideale può essere alimentato dalle aspettative familiari e scolastiche, insieme alla rappresentazione, diffusa nei social, di risultati facili e veloci. Il rischio è quello di costruire un «castello di falsità»: la singola bugia sull’esame si accumula fino a produrre una posizione dalla quale diventa sempre più difficile tornare alla realtà. Il dialogo ha allora una funzione precisa: rendere dicibili il ritardo, il cambio di percorso e la fatica, prima che la difesa dell’immagine diventi più importante della possibilità di scegliere se proseguire, fermarsi o ricominciare altrove.
Una partecipante racconta che il figlio si era fermato proprio prima della tesi e aveva concluso la laurea dopo tre anni di pausa. Alla soddisfazione per il risultato si accompagnavano «le ferite delle cose che gli ho detto e non detto». Anche le reazioni dei genitori appartengono al percorso: nascono da preoccupazione, rabbia, frustrazione e senso di impotenza. Possono lasciare tracce ed essere riprese quando il dialogo resta aperto. Riconoscere una frase pronunciata nella paura non cancella ciò che è accaduto; consente di ricollocarla nella storia della relazione. Fermarsi davanti a un traguardo può segnalare il timore della fase successiva o la necessità di verificare se quel traguardo conserva ancora un significato personale.
Più strade, lavoro e ricerca della propria misura
Nel confronto emerge il dubbio che la molteplicità delle possibilità favorisca la dispersione. Alcune persone sono fortemente orientate verso un obiettivo; altre procedono attraversando esperienze diverse. Queste ultime possono apparire discontinue, mentre i passaggi fra contesti differenti possono sviluppare adattamento, capacità di apprendere e disponibilità a ridefinirsi. La questione decisiva riguarda ciò che rimane: se le esperienze producono una conoscenza progressiva di sé o restano intercambiabili, senza che nulla venga scelto e assunto. Un percorso può conservare coerenza anche quando cambia direzione, purché la persona riconosca ciò che porta con sé da una tappa all’altra.
La storia di un giovane chef offre un esempio di questa tensione. Dopo essersi concentrato completamente sulla professione ed essere andato a lavorare all’estero in una struttura importante, aveva sviluppato forti attacchi di panico. La vita costruita intorno a un unico obiettivo lasciava fuori altri desideri: insegnare tennis, avere tempo per una famiglia, sperimentare dimensioni differenti. A un certo punto aveva accettato il bisogno di «abbracciare più strade». Il sintomo aveva reso visibile la fatica di aderire a un’idea di riuscita troppo stretta. Il cambiamento di rotta conservava le competenze acquisite e le inseriva in un progetto più abitabile.
La ricerca della propria misura ritorna nel racconto del Cammino di Santiago compiuto da Valeria Palano nell’estate precedente. Partita con l’idea di dover raggiungere una meta secondo il ritmo di un’altra persona, aveva dovuto fermarsi e ricalibrare il percorso. «Io devo arrivare lì con il giusto assetto», racconta, riferendosi al peso sulle spalle, all’equilibrio e alla necessità di vivere l’esperienza con la propria modalità. La meta resta importante e il modo di raggiungerla entra a far parte del risultato. Per le persone giovani, formazione e lavoro possono svolgere una funzione analoga: permettono di incontrare capacità, desideri e limiti dentro una realtà concreta, correggendo l’immagine astratta che ciascuno ha di sé.
Il lavoro precario rende più difficile questo incontro con la realtà. M., una partecipante, esprime la fatica di accettare percorsi sottopagati e privi di prospettive, temendo che figli e figlie restino intrappolati in un sistema fondato su una forza lavoro poco tutelata. Nel confronto viene riconosciuta la durezza del mercato, insieme al significato che un primo impiego può avere: disporre di denaro proprio, sperimentare capacità, capire che cosa cercare in seguito. Talvolta occorre toccare con mano una condizione di precarietà per decidere di volerla evitare. Questa lettura lascia intatto il giudizio sulle condizioni di lavoro e considera l’esperienza soggettiva, dalla quale una persona giovane può ricavare elementi utili a orientare la scelta successiva.
Il confronto si sofferma anche sulle parole con cui gli adulti descrivono l’ingresso nel lavoro. «Lavoretto» richiama facilmente l’idea di un «ragazzetto» invitato a volare basso, dentro una società che investe poco sui giovani pur dichiarando di credere nelle loro possibilità. Accanto a questa rappresentazione emerge l’esperienza di ragazzi e ragazze che arrivano ai colloqui con idee definite sulla crescita professionale e sulla retribuzione, capaci di indicare la soglia sotto la quale non intendono scendere. La capacità di chiedere nasce da una definizione di sé che comprende desideri, competenze e limiti. Anche un impiego fragile può contribuire a formulare criteri più precisi per la scelta successiva.
Relazioni, rifiuto e costruzione del “noi”
Nella giovane età adulta cambiano anche le amicizie e i legami sentimentali. Le relazioni riflettono affinità maturate fuori dai contesti predisposti e partecipano alla costruzione dell’identità. Formare un “noi” richiede di esporsi alla dipendenza reciproca, riconoscere il desiderio dell’altro e accettare una quota di irreversibilità nelle scelte. Ricorrono espressioni come «ci vediamo, ma non stiamo insieme», «ci sentiamo, ma senza impegno», «ci frequentiamo, però possiamo vedere anche altre persone». Queste formule possono descrivere accordi reali e, al tempo stesso, mantenere aperta una via di uscita mentre ciascuno cerca ancora di capire che cosa sente adatto a sé. L’ambiguità protegge dalla perdita e rende più difficile nominare aspettative e responsabilità.
Questi rapporti entrano comunque nella vita familiare. Non sono più soltanto le storie dei sedici anni: compaiono nei Natali, nelle Pasque e nelle famiglie allargate; possono concludersi dopo pochi anni o trasformarsi in relazioni stabili, modificando gli equilibri costruiti intorno a «mamma e papà». La casa può diventare il luogo in cui un ragazzo o una ragazza porta un legame ancora incerto, cercando implicitamente una cornice e una forma di protezione. Anche i genitori entrano in quella storia: possono affezionarsi alla persona scelta, sentirsi spiazzati o desiderare di proteggere il proprio figlio o la propria figlia da una delusione. Il passo indietro riguarda anche la capacità di non appropriarsi di quel legame e della sua eventuale fine.
La casa assume un significato particolare nelle relazioni ancora poco definite. Portare il ragazzo o la ragazza nello spazio familiare può esprimere il desiderio di collocare il legame dentro un «contenitore di protezione», pur sapendo che potrebbe non durare. La famiglia continua a offrire uno sguardo e una cornice rispetto a ciò che viene spesso chiamato “amore liquido”, difficile da nominare e da situare. Nella giovane età adulta questo movimento convive con quello che conduce fuori dal contenitore di «mamma e papà», verso un legame capace di diventare un nuovo centro affettivo. La presenza genitoriale deve tollerare l’incertezza della relazione e la possibilità che essa trasformi stabilmente la geografia familiare.
Il rifiuto affettivo è particolarmente sensibile perché può essere vissuto come una prova di disvalore personale. Nella costruzione dell’io entra la capacità di riconoscere il “no” dell’altro e di attraversare la frustrazione senza trasformarla in una condanna di sé. Un esame andato male descrive l’esito di quella prova; una relazione conclusa racconta anche la libertà e il desiderio di un’altra persona. Quando l’identità dipende interamente dalla conferma esterna, ogni rifiuto minaccia la sua tenuta. Diventare adulti implica costruire un senso di sé abbastanza ampio da contenere l’esperienza, elaborarla e continuare a scegliere.
Da davanti a dietro
Mentre figli e figlie attraversano gli anni fra i venti e i trenta, molti genitori entrano nella fase fra i cinquanta e i sessanta. Anche loro cambiano età: riconsiderano il tempo disponibile, possono incontrare la fragilità dei propri genitori e avvertono con maggiore nettezza la propria finitezza. Il desiderio di vedere i figli autonomi si intreccia al bisogno di sapere che potranno vivere senza la presenza costante della famiglia. I giovani adulti e le giovani adulte possiedono già una storia, risorse e legami; riconoscerli aiuta a immaginare una presenza genitoriale diversa, meno organizzatrice e più disponibile all’incontro.
Una partecipante sintetizza così il cambiamento: «A un certo punto non si può più intervenire, ma si può far sentire la propria presenza in caso di bisogno». L’immagine viene ripresa attraverso la voce di un genitore: «Io ci sono. Ho fatto un passo indietro. Adesso, invece di stare davanti a te, sto dietro». Stare dietro significa rinunciare a indicare continuamente la direzione, restando abbastanza vicini da poter essere raggiunti. Verso la fine dell’incontro il dialogo si condensa in poche battute. Valeria Palano descrive il gesto di dire «Vai». Anna Guerrieri risponde: «Sì, vai. Perché il punto è: so che tu camminerai». La conclusione — «Perché stai già camminando» — fonda la fiducia sull’osservazione di un processo in corso, anche quando il suo ritmo e la sua forma sono diversi da quelli attesi.
Questa posizione viene accostata all’emozione con cui si osserva un bambino o una bambina muovere i primi passi. Anche allora il genitore vede l’incertezza e teme la caduta; con un figlio giovane adulto o una figlia giovane adulta possiede però la memoria delle volte in cui li ha visti cadere e rialzarsi. Può dire: «Ti ho visto cadere. Ho visto che riesci anche a rialzarti. Se hai bisogno, chiedi. Io ci sono». Stare dietro prende così un significato concreto: conservare una disponibilità riconoscibile, lasciando che la richiesta di aiuto parta da chi sta camminando. La preoccupazione rimane, inserita in una forma compatibile con l’autonomia dell’altro.
In questa fase si apre uno spazio nuovo per entrambi. Il giovane adulto e la giovane adulta possono sperimentare modi diversi di stare nel mondo, fino a riconoscere l’“abito” nel quale si sentono più autentici e liberi di muoversi. Anche il genitore entra in una seconda stagione della genitorialità: cerca una presenza adeguata alla persona che il figlio o la figlia sta diventando e, mentre lascia andare alcune funzioni svolte per molti anni, può recuperare tempo, desideri e progetti propri.
Le autonomie che si costruiscono da entrambe le parti trasformano così il legame e aprono la possibilità di incontrarsi, progressivamente, come adulti.