L’attualità del disagio nella popolazione giovanile

ATTUALITA` DEL DISAGIO NELLA POPOLAZIONE GIOVANILE

Autrice: Ilaria Giordani, Psicologa dell’ età evolutiva e psicoterapeuta specialista nel lavoro con adolescenti, giovani adulti e genitori. 

Nell’epoca post pandemia il disagio giovanile e i problemi di salute mentale sono in crescita.  Secondo l’OCSE, oltre 700mila giovani italiani soffrono di disturbi come ansia e depressione. Gli esperti sottolineano come il 74% dei problemi di salute mentale insorga entro i 24 anni. Il suicidio è la seconda causa di morte nei giovani di età compresa tra i 15 e i 29 anni. Pochi dati, questi, che ci danno un’immediata idea di quanto siano diffusi e gravi i problemi di salute mentale nella popolazione giovanile.

Per riflettere sui perché dell’aumento del disagio giovanile è necessario allargare il campo visivo e includere in esso gli adulti di riferimento e la società.

Cosa deve affrontare oggi un adolescente?

L’adolescente di oggi cresce in una famiglia dove, spesso, i confini e i ruoli sono confusi e c’è una sorta di difficoltà ad incontrarsi e a stare insieme. Molti adolescenti raccontano, nella stanza di terapia, di cenare velocemente per tornare a rinchiudersi nella camera dove hanno il loro mondo tecnologico. Oppure che, quando cercano i genitori, li trovano in smart working, sommersi da riunioni incalzanti: presenti ma non disponibili.

Questo si configura come una novità contemporanea: la presenza fisica accompagnata da una indisponibilità all’ascolto e ad essere in relazione.

 Le nuove modalità di lavoro spesso rendono l’adulto presente fisicamente ma impossibilitato a prestare attenzione, così come l’uso dei dispositivi tecnologici fa sì che l’adulto ci sia ma sia immerso in altro. 

Le relazioni tra pari

La difficoltà a “stare con” permea anche la dimensione delle relazioni tra pari. Lavorando in terapia con adolescenti e giovani adulti si rileva una sempre maggiore difficoltà ad entrare in intimità nella relazione amicale. C’è una forte spinta ad essere perfetti, a somigliare sempre di più alle immagini ritoccate che affollano gli schermi. Come posso permettermi di parlare del mio dolore, della mia fragilità, dell’insuccesso, di ciò che mi va male se sembra che a tutti gli altri le cose vadano alla grande? 

Questo si trasforma spesso in una impossibilità di condivisione: tutto è trattenuto e il confronto con l’altro si traduce in una visione di sé svalutata.  

Gli sguardi degli altri

Una paziente di 23 anni racconta “io non vorrei andare a lezione in facoltà, sembra che il professore chieda di presentarci. Io non lo so fare, ho paura. Ho pensato di saltare la lezione”. L’intervento della terapeuta accoglie l’ansia e la normalizza, sottolineando che in effetti è difficile parlare dinanzi ad un grande gruppo, sostenere gli sguardi degli altri puntati su di sé, e la paziente aggiunge a me sembra che per tutti gli altri sia facile”. Sembra mancare nella mente di questa giovane la possibilità di condividere con i compagni di corso il suo timore di una cosa semplice, si chiede :” cosa pensano poi gli altri, che mi appaiono sicuri e forti, di me che ho un timore così grande per qualcosa che razionalmente è semplice?”

 Epoca del disturbo narcisistico, fragilità coperta da grandiosità, o dei disturbi d’ansia. 

Il limite è difficilmente tollerabile. Penso ad una famosa pubblicità che ha come slogan “NO LIMITS”, meraviglioso in apparenza ma terribile in una dimensione più profonda. Cosa succede nell’imprescindibile incontro con il limite lì dove l’idea sociale è la negazione dello stesso?

La percezione del limite

Possiamo essere con chiunque in qualsiasi momento grazie alla tecnologia, possiamo muoverci con una grande facilità, la medicina – per fortuna – sconfigge molte malattie, ma cosa succede se cresciamo nell’illusione dell’assenza del limite? Che bagaglio abbiamo acquisito per affrontare l’inevitabile incontro con esso? Ansia e chiusura possono essere una risposta. Ad una incalzante richiesta di fare e di essere in un determinato modo si può rispondere con il ritiro da tutti e tutto, gli Hikikomori rinchiusi in camera ne sono l’immagine più estrema ed eloquente.  

Il dolore emotivo, lì dove non ci sono strumenti per mentalizzarlo, diventa concreto, agito sul corpo. Tagli sul proprio corpo o bruciature, sono un modo di sollevare l’anima da emozioni troppo dolorose e confuse, almeno il dolore corporeo so dove è, lo localizzo, so da cosa è provocato. 

Trasmettere la speranza

L’adolescente di oggi, nei suoi compiti di costruzione identitaria e di individuazione, sembra spesso smarrito dalla, solo apparentemente fortunata, vasta gamma di possibilità cui sa di poter accedere. L’adulto di riferimento può essere disorientato rispetto al disorientamento del/la figlio/a e non riuscire a offrire contenimento, né ad essere porto sicuro. Ecco che ci si smarrisce e, ancora una volta, di fronte alle mille strade fra cui poter scegliere può intervenire un blocco. L’adolescenza è anche il momento in cui compare il futuro inteso, questo, come costruzione dell’adultità, di una professione o carriera lavorativa e di vita (nell’epoca infantile ci sono crescita e sviluppo che procedono lungo linee predeterminate). Elementi essenziali nella costruzione “del futuro” sono speranza e fiducia. Immersi in un’epoca in cui sembrano prevalere dinamiche di distruttività quanto è difficile per gli adulti di riferimento avere e trasmettere speranza? Essa però è fondamentale, senza ci si ferma o si prosegue senza motivazione in una sorta di movimento automatico.

Come sosteneva l’etologa Jane Goodall “La speranza non cancella le difficoltà e i pericoli che esistono, ma allo stesso tempo non si fa sconfiggere da questi. C’è tanta oscurità, ma sono le nostre azioni a riportare la luce“.