La violenza di genere intra-familiare: una riflessione sulle dinamiche disfunzionali uomo/donna

LA VIOLENZA DI GENERE E INTRAFAMILIARE: UNA RIFLESSIONE SULLE DINAMICHE DISFUNZIIONALI UOMO/DONNA

Autrice: Dott.ssa Fatima Uccellini – Psicologa dell’età evolutiva, Psicodiagnosta, Mediatore Familiare e Didatta S.I.Me.F. (Società Italiana dei Mediatori Familliare), Specializzanda in Psicoterapia della Famiglia, del bambino  e dell’adolescente.

Il tetto si è bruciato ora posso vedere la luna

Premessa

Si definisce “violenza contro le donne” ogni atto di violenza fondato sul genere che provochi un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà (art.1 della Dichiarazione Onu sull’eliminazione della violenza contro le donne).

La Convenzione di Istanbul (2011), rappresenta il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne, compresa quella domestica. L’elemento cardine sul quale si fonda la Convenzione è il riconoscimento della violenza sulle donne come forma di violazione dei diritti umani: la carta prevede, inoltre, la protezione dei minori che assistono agli atti di violenza intrafamiliare.  Nella Convenzione viene richiesta, tra le altre cose, la penalizzazione delle mutilazioni genitali femminili.

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, tramite la risoluzione 54/134 del 17 dicembre 1999 ha istituito la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne il 25 novembre di ogni anno finalizzata alla sensibilizzazione riguardo a questo terribile fenomeno che, in Italia, coinvolge il 31,5% delle donne (dati indagine ISTAT, 2014). Fenomeno sempre attualissimo, se pensiamo che nel 2022 su 314 omicidi volontari e tra le 124 con vittime donne (+4% rispetto al 2021), 102 sono state uccise in ambito familiare e/o affettivo. Di queste, 60 hanno trovato la morte per mano del partner/ex partner: nel 2023, nei primi sei mesi dell’anno, sono state 74 le donne uccise, 59 in ambito familiare e/o affettivo (dati da: Il Sole 24 ore – agosto 2023).

La violenza sulle donne assume varie forme: psicologica, fisica, sessuale, economica e lo stalking. Nella rilevazione dati del 2020, Donne in Rete contro la violenza ha evidenziato come la violenza maggiormente perpetrata fosse quella psicologica (77,3%), seguita da quella fisica (60%), da quella economica (33,4%) e da quella sessuale (15,3%).

Le dinamiche della violenza di genere e intra-familiare

La teoria dell’attaccamento ha messo in evidenza come alla base di una relazione violenta ci sia un legame disperante ed inesorabile tra la donna vittima ed il proprio partner maltrattante. Lo psicoanalista Bowlby (1988) descrive come le situazioni di pericolo e di paura attivino il sistema di attaccamento e possano portare alla formazione di legami particolarmente forti, anche quando la stessa figura di attaccamento è la fonte di minaccia e pericolo.

Gli studi che hanno esaminato le caratteristiche delle vittime di violenza (Castellano, Velotti, Zavattini, 2010), infatti, hanno indicato caratteristiche specifiche nelle donne che non riescono a recidere un legame violento. Sono persone caratterizzate da dipendenza affettiva e ansia da separazione, tipiche dei soggetti con un attaccamento ansioso. Sono donne con bassa autostima che non si ascoltano e che sperimentano una sorta di “sordità emotiva” in merito ai propri vissuti interiori e alle proprie percezioni a cui non riescono a dare la giusta importanza e legittimità.

L’immagine negativa del Sé, il timore di rimanere sola e la bassa autostima, infatti, potrebbero indurre la donna a mantenere i legami di attaccamento anche nei confronti di un partner abusante evidenziando forte incapacità ad emanciparsi dal ruolo di vittima (L. Carli, 1995).

 Nella coppia si crea una dinamica altamente disfunzionale che porta alla formazione del cosiddetto “ciclo della violenza” individuato da Leonor Walker, docente presso il Dipartimento di Psicologia Clinica a NSU (Nova Southeastern University) in Florida. La studiosa americana ha evidenziato, all’interno di una relazione di coppia in cui è presente un partner maltrattante, precise fasi temporali cicliche che rappresentano “il progressivo e rovinoso vortice in cui la donna viene inghiottita dalla violenza continuativa, sistematica, e quindi ciclica, da parte del partner” (Walker, 1979). 

Inizialmente, si evidenzia una fase dell’accumulo di tensione in cui è presente solo una violenza di tipo verbale: l’uomo, irritato e latentemente rabbioso, sperimenta verso la compagna sentimenti di insofferenza e ostilità che prendono la forma di aggressività “accettabile” perché, sul momento, non arrivano all’agìto vero e proprio. Successivamente, si può individuare una fase dell’esplosione della violenza, spesso come evento improvviso, risultato di un’escalation di rabbia, attivato da eventi pretestuosi di scarsa rilevanza in cui si scatena la violenza fisica, che destabilizza e atterrisce la donna. Infine, nella fase della “falsa riappacificazione”, si osserva un periodo di calma apparente, caratterizzato da pentimenti e richieste di perdono associate a promesse di cambiamento e rinnovate dichiarazioni d’amore da parte del partner maschile. E’ importante sottolineare come, con il passare del tempo, quest’ultima fase sia sempre più breve a livello temporale, la donna diventi progressivamente più dipendente e, nella coppia, l’uomo acquisisca sempre più potere. La fase della falsa riappacificazione, purtroppo, rappresenta per la donna che vive questa situazione una sorta di “rinforzo positivo” spingendola a restare all’interno della relazione violenta poiché, seppur in modo insano e perverso, soddisfa un suo bisogno di riabilitazione ed affetto.

E’ bene sottolineare come la capacità di entrare in relazione con l’altro in modo paritario presupponga il riconoscimento globale del partner e del suo universo affettivo, comportamentale e valoriale nel rispetto delle differenze in uno scambio di reciprocità. All’interno della dinamica disfunzionale, viceversa, il maltrattamento implica che la vittima, oltre ad essere costretta ad attuare comportamenti contrari alla propria volontà, si trovi in uno stato di inferiorità da un punto di vista soggettivo (percezione di sé, disistima) e/o oggettivo (per minore forza fisica e fragilità psicologica e/o economica).

Il maltrattante, al contrario, reputa la partner priva d’una sua individualità, considerandola un oggetto complementare a se stesso da possedere al fine di gratificare e sostenere il proprio senso di onnipotenza narcisistica. La maggior parte delle donne che subiscono violenza e maltrattamento in ambito domestico e che permangono a lungo, talvolta per sempre, in questa situazione, si percepiscono inferiori al loro aggressore, da un punto di vista intellettivo, culturale, economico e sociale. E’ bene evidenziare come il senso d’inferiorità tra adulti corrisponda ad una percezione soggettiva e distorta del Sé e della propria immagine corporea e che nessuna relazione sana presuppone una disparità di posizione, considerando le peculiarità e le differenze di ciascuno dei due partner come forma di ricchezza e risorsa utile alla crescita e al confronto costruttivo.

Gli indicatori della violenza intra-familiare

Alla luce di quanto finora delineato, è possibile indicare le caratteristiche che le coppie a rischio di abuso presentano? “Sappiamo che il benessere delle relazioni e degli stessi partner è fortemente connesso alla capacità di regolare gli stati emotivi presenti nella coppia; in tal senso la comprensione delle emozioni turbolente e potenzialmente distruttive, che connotano i legami nei quali si agisce la violenza, costituisce oggi una sfida ardua per gli stessi partner, per i clinici e per i ricercatori” (Velotti, 2013).

Hinde (1997), etologo e psicologo inglese, sottolinea come, a partire dalle proprie specificità emotive, una relazione si può configurare come un sistema chiuso – caratterizzato da emozioni disfunzionali, elevati livelli di conflittualità, insicurezza, eccesso di dipendenza ed isolamento sociale ed affettivo – o come un sistema aperto – con bassi livelli di conflittualità e alti livelli di affettività, calore, sicurezza e autonomia.

E’ noto come le donne che subiscono violenza domestica e di genere vengano messe in una condizione di controllo e isolamento che, se da un lato incrementa la dipendenza emotiva e relazionale dal partner maltrattante, dall’altra impedisce loro di costruire intorno a sé una rete affettiva e sociale a cui rivolgersi nei momenti di necessità. Vergogna, senso di colpa e solitudine sono alla base del silenzio che caratterizza troppo spesso le situazioni di violenza e maltrattamenti intra-familiari e di genere (violenza sessuale, stalking, molestie sul posto di lavoro).

Negli ultimi periodi, in considerazione della vastità del fenomeno e delle sue conseguenze, oltre a mettere a punto strumenti diagnostici specifici per la rilevazione della violenza intra-familiare nell’ottica di prevenzione, si sono individuati una serie di indicatori che aiutino a riconoscere una donna vittima di violenza sulla base degli effetti sulla persona del grave disagio psico-emotivo esperito. Sono segnali psicologici come fobie, stati d’ansia, stress, attacchi di panico, depressione, perdita di autostima, agitazione, auto colpevolizzazione, comportamenti suicidari e/o autolesionisti; segnali comportamentali  quali  ritardi o assenze dal lavoro, agitazione in caso di assenza da casa, racconti incongruenti relativi a lividi, fratture o ferite, chiusura o isolamento sociale e, infine,  indicatori fisici: contusioni, bruciature, lividi, fratture, danni permanenti, aborti spontanei, disordini alimentari.

Conclusioni

La violenza in generale e la violenza di genere, in particolare,  hanno sempre necessità di incontrare un chiaro e fermo giudizio di inaccettabilità che deve poter avere conseguenze certe, tangibili e condivise di tipo legale, sociale, culturale e relazionale.

Le campagne contro la violenza, sebbene estremamente utili alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica al problema della violenza di genere, non sembra abbiano portato una reale consapevolezza di un fenomeno che, ancor oggi, dati alla mano, è ancora molto vasto e pervasivo, comune a molteplici e diversi contesti sociali culturali ed economici.

Si auspica in futuro di poter far parte di una società nella quale l’aggressione e la violenza sulle donne vengano condannate “senza se e senza ma” contrastando con forza anche quel terribile fenomeno che rappresenta la vittimizzazione secondaria della donna abusata e maltrattata che, purtroppo, è ancora troppo presente e che rappresenta una condizione di ulteriore sofferenza e oltraggio psicologico e sociale vissuto dalla vittima.

Forme di vittimizzazione secondaria si possono individuare sui giornali per il modo in cui raccontano la violenza maschile e per come usano descrivere la donna vittima di abuso facendo riferimento a dettagli inutili (vestito, atteggiamento, stato di coscienza, sessualità…) che rivelano un sottostante grave pregiudizio ed un atteggiamento di bieco moralismo. Un atteggiamento che si ritrova anche durante la fase di denuncia alle forze dell’ordine, quando si entra in contatto con i servizi sociali o con gli ospedali oppure   all’interno dei percorsi giudiziari nei tribunali civili, penali o minorili. Un fenomeno deplorevole che si può osservare anche in quei procedimenti giudiziari che si concludono con determinate sentenze che, di fatto, spiegano gli atti violenti giustificandone, seppur in parte, la motivazione.

Attualmente, esistono programmi di intervento a carattere preventivo e per il trattamento degli uomini già autori di violenza o potenziali tali, finalizzati all’attuazione di interventi terapeutici specifici orientati all’acquisizione di una reale consapevolezza dei propri comportamenti patologici, favorendo l’adozione di comportamenti alternativi nelle relazioni interpersonali. 

Viceversa, la vittima attraverso un percorso di consapevolezza ed un lavoro terapeutico su di sé, ha necessità di acquisire autostima e rispetto incondizionato per sé stessa e di esigerlo dagli altri incamminandosi verso un nuovo inizio, come rappresentato dalla poesia breve del poeta giapponese Mizuta Masahide nell’incipit di questo articolo.

E’ importante che le donne, fin dall’adolescenza e ancor prima, siano accompagnate e sollecitate dai genitori stessi, dagli insegnanti e dagli adulti significativi che orbitano nella loro vita, a riconoscere fin dall’inizio i primi segnali – ipercontrollo, senso di possesso, svalutazione, isolamento sociale – che connotano una relazione asimmetrica e sbilanciata all’interno di una relazione di coppia e che, spesso, preludono al comportamento violento del partner che nel tempo si slatentizza fino a evidenziarsi in tutta la sua aggressività.

E’ indubbio come la violenza di genere si attui e si combatta, a più livelli, in primis, costruendo una cultura del rispetto e della parità tra generi in famiglia e nelle scuole. La responsabilità deve essere condivisa da tutte le persone e da tutte le istituzioni coinvolte, come pure dal contesto sociale attraverso una presa in carico reale ed efficace, offrendo, nel contempo alle nuove generazioni strumenti emotivi e relazionali efficaci e funzionali per avviare relazioni sane e soddisfacenti.

Bibliografia

Bowlby, J., Costruzione e rottura dei legami affettivi, Raffaello Cortina Editore, Milano 1982.

Bowlby, J., Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento, Raffaello Cortina Editore, Milano. 1989.

Carli, L., Attaccamento e rapporto di coppia, Raffaello Cortina Editore, Milano 1995.

Catellano R., Velotti P., Zavattini G.C., Cosa ci fa restare insieme? Attaccamento ed esiti della relazione di coppia, Il Mulino, 2010.

Hinde R. A., Relationships: A Dialectical Perspective, Psychology Press, Hove, U.K., 1997.

Hinde R. A., Le relazioni interpersonali, Il Mulino 1982.

Velotti P., Legami che fanno soffrire – Dinamica e trattamento delle relazioni di coppia violente, Il Mulino, 2013.