Madri narcisiste: come difendersi da una madre narcisista e guarire dal C-PTSD (2020)

In questo articolo pubblicato sulla rivista “State of Mind”, Angela De Figlio ci parla del libro “Madri narcisiste” di Foster.

Lo segnaliamo perché conoscere il problema è già essere a metà dell’opera.

Qui il link all’articolo nella rivista. A seguire un estratto.

‘Madri narcisiste’ invita a riflettere sulla sofferenza causata da una famiglia disfunzionale dove vive una figura predominante come un genitore narcisista.

Nel libro Madri narcisiste l’autrice passa in rassegna le tipologie di madre narcisista per poi proporre le soluzioni che consentono in qualche modo di proteggersi.

È sempre tua madre, devi perdonarla!

Quante volte sarà capitato di sentire pronunciare questa frase in seguito ad una discussione tra genitore e figli. Ma è davvero sempre questa la modalità giusta di superare uno scontro che finisce così da divenire quasi una giustificazione a un comportamento genitoriale, che in alcuni casi risulta poco aderente al ruolo di chi dovrebbe accudire e amare incondizionatamente?

Madri narcisiste è un testo che induce ad affrontare e superare un radicato tabù quale è quello della figura materna dotata di connotazione positiva sempre e comunque, a prescindere dalla realtà che spesso si caratterizza di vissuti inerenti il rapporto madre- figlio tutt’altro che idilliaci. Infatti i figli spesso sono vittime di madri narcisiste che sono abili a costruire una falsa immagine di famiglia perfetta, così come viene vista dall’esterno.

L’autrice del testo invita a riflettere sulla sofferenza causata da una famiglia disfunzionale nella quale vive una figura predominante come sa essere un genitore narcisista, che genera traumi perpetrati nel tempo, danneggiando lo sviluppo emotivo e psicologico dei figli, vittime di tali vissuti e che difficilmente senza un adeguato supporto psicoterapeutico potranno affrontare e superare tali dolorose ferite interne. Pertanto il libro si divide in 4 capitoli.

Il primo più descrittivo definisce il problema della patologia narcisista nelle sue caratteristiche distintive, le tipologie oggi individuate (overt e covert, esteso quest’ultimo su tre livelli di progressiva gravità: introverso ipersensibile, inquisitore rancoroso e vendicatore punitivo), le strategie manipolatorie messe in atto (trattamento del silenzio come forma di controllo sull’altro che soffre per la mancata attenzione rivoltagli dalla persona narcisista; il vittimismo per fare leva sull’empatia dell’altro; beffe, umiliazione pubblica e critiche; lotta di potere; manipolazione; uso della paura e intimidazione sulla vittima per indurla a fare una scelta a vantaggio del narcisista; uso inappropriato della segretezza su informazioni che potrebbero far decadere l’immagine di perfezione che il narcisista ha costruito intorno a sé e fatta passare per rispetto della privacy, mentre l’unico intento reale è quello di nascondere qualcosa di qualunque genere). L’autrice fa anche riferimento al Gaslighting come sottile strategia manipolatoria messa in atto dal narcisista, con il solo intento di indurre la sua vittima a confonderla a tal punto da dubitare di sé, della propria percezione rispetto ai vissuti della realtà, persino arrivare a dubitare della propria sanità mentale; il narcisista così facendo destabilizza profondamente la vittima che, minata nell’autostima, diviene sempre più controllabile. Viene inoltre descritta la componente del ‘doppio legame’ del Gaslighting, che chiaramente è ravvisabile nel comportamento di quella madre che richiede l’abbraccio al proprio figlio e che si irrigidisce nell’atto del contatto fisico, trasmettendo una freddezza colta dal figlio, il quale si ritrae dal gesto affettuoso richiesto e che viene immediatamente accusato di non essere amorevole. È il classico esempio di un legame che induce il narcisista a lanciare due messaggi opposti (implicito ed esplicito), per cui qualunque cosa l’altro dica o faccia sarà sempre sbagliato.

Interessante in questo primo capitolo è sicuramente la descrizione del genitore narcisista, di cui l’autrice delinea due tipologie: l’invadente ovvero il genitore fisicamente sempre presente nella vita del proprio figlio ma emotivamente assente, in quanto il figlio non rappresenta altro che una estensione del sé del genitore, che impone costantemente la sua volontà schiacciando i bisogni del bambino, minandone la crescita individuale e impedendogli così di sperimentare l’autonomia; il trascurante ovvero quel genitore che non si occupa realmente del bambino ma lo usa per motivi di vantaggio economico, in tal modo il figlio sperimenta abbandono, trascuratezza, ansia che difficilmente trova conforto e riceve come unica attenzione la rabbia del genitore a cui si abitua e che riconosce come unica emozione dotata di senso.

L’autrice inoltre, offre spunti di riflessione ai lettori sulla ricerca di eventuali relazioni genitoriali abusanti, permettendo di riconoscere l’aver avuto o meno un genitore narcisista osservando determinati comportamenti come ad esempio la colpevolizzazione, l’amore condizionato, l’invadenza, la gelosia, il prendersi pubblicamente il merito per i successi dei figli, la mancanza di empatia, l’infantilizzazione che è legata ad una continua svalutazione da parte del genitore, per convincere il figlio di non essere in grado di badare a se stesso, ottenendo in tal modo un personale appagamento dalla continua richiesta di aiuto da parte del figlio dipendente.

Nel secondo capitolo, la Foster si addentra nel vivo del tema con cui ha intitolato il suo libro, ovvero quello delle madri narcisistiche, sostenendo infatti che la riconoscibilità di una madre di questo tipo non deriva solitamente da una diagnosi vera e propria, bensì la si può individuare ugualmente per la scia di distruzione e di giochi mentali che subdolamente causano conflitti familiari. Ma una madre narcisista può davvero da sola incidere a tal punto da determinare dinamiche che potremmo definire tossiche, senza l’aiuto di quelli che l’autrice chiama gli ‘abilitanti’? Questi ultimi (enablers) sono le persone che supportano il narcisista divenendo inconsapevolmente complici di un comportamento problematico, rimuovendo gli ostacoli che invece impedirebbero al narcisista di agire e lasciare che il figlio- vittima ne subisca le conseguenze devastanti. Perlopiù si tratta di quei padri che tendono a giustificare il comportamento della madre narcisista e che tentano di salvarla dai disastri che provoca. Come osserva l’autrice: “un narcisista non può esistere da solo, ci sono sempre persone che lo sostengono”. Queste persone solitamente nel caso specifico della donna narcisista, sono padri abilmente e astutamente scelti come compagni, che ignorano gli abusi e che possono essere in qualche modo controllati, in quanto ad esempio sono persone che temono di perdere qualcosa (soldi, status sociale ecc). Altrettanto deleterio è il fatto che la madre narcisista, come ci spiega la Foster, assegni dei ‘ruoli’ ai suoi figli, il che ha degli effetti terribili su di loro. Esiste un ‘figlio d’oro’ che costituisce nell’immaginario materno la rappresentazione del sé idealizzato della madre; un bambino ‘capro espiatorio’ ovvero quel bambino che non è mai abbastanza per lei e che sarà destinato ad essere continuamente svalutato qualunque cosa faccia e il bambino ‘invisibile’ che ovviamente sarà molto trascurato, i cui bisogni non verranno mai presi in considerazione.

Dopo aver passato in rassegna le tipologie di madre narcisista (la madre gravemente narcisista overt; la madre narcisista gravemente sadica e la madre invischiata), l’autrice propone successivamente nel terzo capitolo, le soluzioni che consentono in qualche modo di proteggersi da una madre narcisista. Prima di tutto, occorre assumersi la responsabilità di voler vedere una realtà che purtroppo provoca sofferenza, superando la forzata visione idilliaca infantile di una madre che invece si deve ammettere essere tossica. Per fare ciò, bisogna entrare in contatto con la parte adulta del proprio sé e prendere il controllo sul bambino che è insito in ogni figlio che abbia subito tali abusi e che si ostina a non arrendersi all’evidenza. Il secondo passo proposto è quello di cercare di informarsi il più possibile sui disturbi mentali, affinché si possa individuare il tipo di narcisista con cui si ha a che fare, conoscerne le strategie mentali di cui si parlava in precedenza, alleviare la solitudine confrontandosi eventualmente con altre persone che vivono la medesima esperienza relazionale. Per guadagnarsi la libertà da una madre narcisista, è necessario stabilire dei limiti, cosa che costituisce in realtà la soluzione più difficile da realizzare, in quanto spesso ciò si traduce nella interruzione dei rapporti con la persona abusante, non tenerla più al corrente di ciò che riguarda la propria vita, affinché lei non possa più usare dei dettagli personali a suo vantaggio per svalutare, perseguitare e umiliare. Concentrarsi quindi solo su se stessi può essere un primo passo per conservare energie che la relazione tossica sottraeva alla propria realizzazione personale. L’autrice inoltre, sottolinea quanto sia importante ravvisare nella propria interiorità dei residui dell’influenza della madre narcisista, cercando di cogliere modi di pensare disfunzionali a cui si è stati esposti a lungo ed eventualmente correggerli.

In conclusione la Foster analizza il complesso disturbo da stress post traumatico- complesso (C-PTSD), comprensibilmente risultante dall’esposizione prolungata a traumi continui, caratterizzato da sintomi quali flashback emotivi, critica interiore e ansia sociale, auto-abbandono, vergogna patologica. Ma guarire si può, innanzitutto rivolgendosi ad uno psicoterapeuta che accompagni in un percorso faticoso ma doveroso per se stessi e in secondo luogo, ma non meno importante, è l’autoriparazione, che implica il diventare genitore di se stessi (reparenting), strategia che aiuta a superare i danni derivati da un genitore trascurante/o abusante. La domanda è: come si può divenire un buon genitore se le proprie esperienze vissute non hanno consentito di interiorizzare una sana e valida figura genitoriale? L’autrice ci mostra come sia possibile ciò, entrando in contatto con la parte di sé che avverte le mancanze di accudimento e di cui si necessita. In secondo luogo, la disciplina che non è stata impartita dal genitore narcisista va autodeterminata in seguito, affinché si possa essere in futuro un buon genitore disciplinante per i propri figli.

Sembra palese che l’autrice intenda spronare i suoi lettori a fare un passo avanti rispetto ad un passato nel quale non si può rimanere intrappolati per l’intera propria esistenza, il lavoro di guarigione perciò potrà avvenire in primis se si instaura un rapporto di affetto con se stessi, consapevolmente accettando la propria madre per ciò che è stata, e sradicandosi dalla dipendenza affettiva che ha caratterizzato la prima relazione significativa.

Consigliato quindi ad un pubblico variegato sia specialistico, che intenda approfondire le caratteristiche della patologia di cui si parla ampiamente nel libro, sia meno esperto, in quanto l’autrice espone ogni definizione teorica con esempi di facile comprensione, offrendo ai suoi lettori la possibilità di affrontare consapevolmente gli abusi perpetrati dalle loro madri narcisistiche, qualora si riconoscano nelle dinamiche descritte.

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