Lo stato di salute delle donne Rom. Il caso di Roma

In questi anni le istituzioni europee hanno spesso rivolto la loro attenzione sulla condizione della popolazione rom, di nuovo al centro di attacchi razzisti e discriminatori e spesso esclusa anche dalle politiche sociali promosse dai Governi europei. A questo scopo, nel 2005 è stata approvata una risoluzione del Parlamento europeo (2005/2164 INI) che esorta le istituzioni dell’Unione ed i governi nazionali a raccogliere e pubblicare i dati statistici sulla popolazione rom e soprattutto a promuovere iniziative e politiche volte a garantire l’accesso di tutte le donne rom alle cure sanitarie di base, di urgenza e preventive, ad incoraggiare l’istruzione e la formazione per favorire l’occupazione, a prevenire e vietare forme di violenza e di razzismo.

In questo panorama Save the Children ha condotto uno studio sulla condizione delle donne rom che vivono a Roma in campi atterezzati, semiattrezzati e in insediamenti spontanei per verificarne lo stato di salute, la possibilità di accesso alle cure fondamentali, il livello di assistenza della gravidanza e del parto, insomma in generale lo stato di salute e benessere materno-infantile. Il diritto alla salute, così come riconosciuto in numerosi trattati internazionali non si esaurisce nel diritto all’assistenza sanitaria, ma comprende altri elementi quali la disponibilità di servizi sanitari e di strutture per la cura, l’accessibilità a tali servizi che si traduce in non discriminazione, la garanzia di accesso anche per le categorie più svantaggiate, la diffusione di informazioni, l’accettazione e il rispetto di tradizioni culturali differenti, la qualità della cura.

Questo studio, pur non avendo valore statistico per l’esiguità del campione rilevato, è tuttavia molto interessante per lo spaccato che offre della condizione delle donne di un gruppo sociale che vive in condizioni di forte disagio nel contesto cittadino: 3 donne su 4 dichiarano di aver vissuto per diversi anni in situazioni estremamente difficili all’interno di insediamenti abusivi mentre oggi vivono in campi attrezzati ai margini della città, in container, in bungalow o stanze in muratura; il 21% delle intervistate non ha l’acqua potabile in casa; il 34% condivide il proprio spazio abitativo con più di 7 persone.
È dimostrato come le condizioni di salute siano direttamente determinate da situazioni di povertà, esclusione sociale, discriminazione, condizioni abitative povere, bassi livelli educativi e occupazionali. Tutti elementi, questi, che risultano significativi nella maggior parte delle malattie, decessi e disuguaglianze di salute tra paesi diversi al loro interno.

Le condizioni di salute materno-infantili delle donne rom risultano dunque sicuramente da migliorare. Il 70% delle donne intervistate dichiara infatti di non accedere alle prestazioni sanitarie garantite dal Servizio Sanitario Nazionale. Le motivazioni sono le più varie e vanno dallo status legale alla mancanza d’informazione o ancora alla cattiva percezione delle modalità di accesso. Nel caso delle donne rom, questa mancanza di cure si accompagna ad altri fattori di rischio per la salute come la giovane età delle gestanti, la multiparità, l’elevata presenza di anemie e di infezioni dell’apparato genito-urinario spesso trascurate.
Non minore importanza riveste la difficoltà di accesso alle informazioni e ai servizi di assistenza, dovuta in gran parte al livello di istruzione e scolarizzazione: il 14% delle intervistate risulta analfabeta e circa il 55% ha studiato al massimo per 5 anni. Molto scarso, poi, è l’accesso al mercato del lavoro: solo 17 donne dichiarano di lavorare mentre la maggior parte ammette di essere dipendente economicamente dal marito.

Per concludere le criticità maggiori sono individuabili nella scarsa consapevolezza dei propri diritti in particolare del diritto alle prestazioni sanitarie; una scarsa conoscenza della salute riproduttiva, argomento tabù, del quale circa il 50% delle intervistate non ha mai parlato con nessuno; un basso livello di prevenzione periodica.
Di contro, sono emersi anche alcuni fattori positivi in crescita che vanno sostenuti e incoraggiati: il parto assistito in ospedale per la quasi totalità delle donne, l’utilizzo da parte di alcune di metodi contraccettivi, la scolarizzazione molto alta dei minori sotto i 14 anni; l’accesso alle vaccinazioni effettuato per il proprio nato dall’80% delle donne intervistate.

Sulla base di quanto emerso in questo studio e alla propria esperienza in ambito internazionale, Save the Children raccomanda la promozione da parte del Governo di iniziative e politiche volte a:
garantire l’accesso di tutte le donne Rom alle cure sanitarie di base, di urgenza e preventive; incoraggiare l’istruzione delle donne rom e la formazione per favorire l’occupazione; assicurare una maggiore informazione sulla salute e sull’offerta sanitaria; garantire condizioni abitative adeguate alla tutela della salute loro e dei loro bambini; l’applicazione da parte di tutte le Regioni italiane della circolare del 19 febbraio 2008 con cui il Ministero della Salute richiama il diritto alle prestazioni indifferibili ed urgenti per i cittadini comunitari, rimandando alle Regioni la regolamentazione delle procedure che garantiscano tali tutele; la raccolta e pubblicazione dei dati statistici sulla popolazione Rom.

La versione integrale dello Studio sulla salute materno infantile nelle comunità Rom. Il caso di Roma, è disponibile qui.

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