Invalsi: le intelligenze sono tante, ma la scuola ne premia solo alcune

Le potenzialità umane vanno molto al di là di quelle riconosciute dai sistemi educativi. Abbiamo bisogno di scuole e luoghi di lavoro che aiutino a riconoscere e sviluppare le potenzialità di ciascuno. Solo così avremo la possibilità di esprimere il nostro talento a beneficio di noi stessi e della società. Il punto di vista Ken Robinson.

 

Che l’Invalsi, l’istituto nazionale di valutazione del sistema scolastico, sia rimasto senza un presidente, dopo aver incassato le dimissioni di Paolo Sestito, e che non sia riuscito a presentare entro i termini previsti dal bando, il 7 gennaio scorso, la rosa di candidature per la successione, non è un buon segno.

La poltrona verrà a breve occupata, ma si direbbe che non sia molto ambita. Forse uno dei motivi sta nell’incertezza sulla validità dei test standardizzati che, se da un lato, offrono l’indiscutibile vantaggio di offrire dati statistici utili a valutare un sistema scolastico nazionale, con l’obiettivo migliorarne la qualità media, dall’altro, suscitano forti perplessità un po’ ovunque.

Un’analisi che a noi di avoicomunicare sembra particolarmente acuta e ricca di spunti è quella di Ken Robinson, un esperto mondiale di sistemi dell’educazione e dello sviluppo delle capacità individuali, che lavora da trent’anni per governi, agenzie e società e che ha sintetizzato il suo pensiero in uno speech su Ted scaricato oltre tre milioni di volte in più di 200 paesi (il video lo trovate in fondo all’articolo).

La sua analisi parte dalla constatazione che i sistemi educativi del mondo occidentale sono basati su una gerarchia delle materie che premia alcuni tipi di intelligenza a discapito di altri. Matematica, scienza e lingue sono considerate le più importanti sulle quali valutare le capacità degli studenti, seguono le materie umanistiche, dopo le quali vengono le arti, tra cui la musica e le arti figurative paiono avere – chissà perché – più dignità rispetto, ad esempio, al teatro e alla danza.

Tutto questo ha una spiegazione: si tratta di un’impostazione nata in epoca industriale e quindi fortemente condizionata da quelle che erano le esigenze di allora. La priorità di alcune materie rispetto ad altre era funzionale allo sviluppo di competenze adeguate alle professionalità richiesta da quel mondo del lavoro.

Oggi, è urgente comprendere che non è più così e che l’intera impostazione dei sistemi educativi e della loro valutazione va cambiata. Questo almeno per due ordini di ragioni.

Innanzitutto, è ormai assodato che non esiste un solo tipo di intelligenza, ma che l’intelligenza è multipla. Da Howard Gardner in poi, si è sempre più affermata la teoria secondo cui ciascuno di noi è dotato di una varietà di intelligenze – linguistica, musicale, matematica, spaziale, cinestetica, interpersonale – in dosi diverse, ma interdipedenti. Daniel Goleman ha individuato l’esistenza dell’intelligenza emotiva e di quella sociale, mentre Robert Cooper parla di un cervello “del cuore” e di un cervello “intestinale”. Sembra pertanto assai limitante rispetto al potenziale umano riconoscere e premiare solo alcuni tipi di intelligenza.

In secondo luogo, questo genere di sistema educativo, non solo non è più coerente con quanto oggi sappiamo sulle potenzialità umane, ma non è neanche più funzionale a trovare un’occupazione e una carriera sicura. Oggi, le logiche del mondo del lavoro sono completamente cambiate.

Non ci sono più percorsi di studi “sicuri” per ottenere posti di lavoro “sicuri”. Tutto è molto fluido, non sono più le aziende a definire i percorsi obbligati della carriera, ma ciascuno di noi è chiamato ad assumersi la responsabilità di costruirsi il suo percorso. E in questo cambiamento epocale di prospettiva, entrano prepotentemente in gioco diversi generi di intelligenza, ad esempio quelle relazionali. Ma, secondo Robinson, c’è anche un altro aspetto che non va sottovalutato. Se insegniamo agli studenti a riconoscere le loro potenzialità – tutte e non solo alcune – avranno più possibilità di esprimere i loro talenti nell’ambito – che lui chiama “Elemento”, ovvero il punto di incontro tra attitudini personali e passioni – più consono a loro (Finding Your Element è il titolo della sua ultima pubblicazione). E questo, oltre a insegnare il rispetto e il pari riconoscimento di ogni genere di intelligenza, signifuca offrire un’incomparabile arma per il futuro dei giovani studenti.

Chi si muove nel proprio “Elemento”, infatti ha più facilità a trovare soluzioni creative a problemi professionali, quali anche la perdita di un lavoro, perché mosso da una naturale sensibilità e intuizione, che altri – programmati per fare quel lavoro, indipendentemente dai loro talenti – non sviluppano.

 

Fonte: Avoicomunicare

 

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