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La pelle giusta

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la pelle giustaautore: Paola Tabet
editore: Einaudi

I bambini, si sa, sono la bocca della verità. Lo sono perché in loro albergano l'innocenza, la spontaneità, la curiosità per il mondo e la spensieratezza.
Allora cos'è che fa dire a un bambino di quarta elementare: "Sicuramente nessun bambino vorrebbe avere dei genitori neri, molto cattivi. Ogni giorno che passa diventano sempre più cattivi."?
E cosa fa dire a un piccolo di prima elementare: "Se i miei genitori fossero neri non mi piacerebbero perché sono brutti. Li farei tornare come sono ora. Li potrei portare dal veterinario."?

Delle risposte, nella grande maggioranza di questo tono, che circa settemila bambini della scuola primaria hanno dato quando è stato loro proposto di rispondere al tema "Se i miei genitori fossero neri", dà ragione l'autrice di La pelle giusta, Paola Tabet.

Docente di antropologia all'Università della Calabria, Tabet ci guida nella decodifica di una società, la nostra, in cui il razzismo è parte costitutiva.
Leggiamo nell'introduzione: "Un motore di automobile può essere spento, può essere in folle, può andare a 5000 giri. Ma anche spento è un insieme coordinato, gli elementi messi a punto e collegati tra loro e, con un'opportuna manutenzione, pronti a entrare in movimento quando la macchina viene accesa. Il sistema di pensiero razzista che fa parte della cultura della nostra società è come questo motore, costruito, messo a punto e non sempre in moto né spinto alla velocità massima."

È un sistema che non nasce d'un tratto quando arrivano in Italia gli immigrati.
Dobbiamo tornare al passato per ricostruirne le tappe.

1.In primo luogo la legittimazione dei rapporti coloniali e della schiavitù è passata attraverso l'elaborazione di una lettura delle diversità sociali come differenze "naturali": a metà ‘800 questa teoria è compiuta e diviene teoria della razza. Le relazioni tra i gruppi umani divengono così fissate da una scala gerarchica definitiva.
A questo processo prende parte anche l'Italia, sia sul piano intellettuale (vedi Lombroso), sia su quello politico con gli interventi coloniali in Africa.

2.Il mito riguardo al colonialismo italiano: il nostro è stato un colonialismo "buono". In realtà la politica di segregazione razziale in Africa, di "tutela della purezza della razza dominatrice" imposta a partire dal 1936 fu attuata a un livello superato, forse, solo dall'apartheid in Sudafrica. Del resto rimane quasi ignota, così come sono pressoché sconosciute le azioni compiute durante la guerra di Libia e di Etiopia, come l'uso massiccio di gas, i massacri ripetuti, le deportazioni di massa e i campi di concentramento.

3.Parallela alla rimozione della colonizzazione italiana è la rimozione del razzismo quale ideologia. L'idea che "noi italiani non siamo razzisti" perdura a tutt'oggi.

4.L'ideologia e il senso comune razzisti sono a lungo diffusi e imperano: tra il 1935 e il 1941, ad esempio, sono passati in Africa Orientale oltre un milione di italiani che hanno raccontato, in lettere e a parole, spesso con foto a corredo, la loro vita nelle colonie: in questo modo l'immaginario colonialistico è divenuto patrimonio familiare e collettivo.

5.Ed ecco imperversare l'immagine dell'uomo nero che parla male, che veste di paglia e porta la sveglia al collo, che è poco più "civile" di un animale.

6.Questa idea dell'Africa viene mantenuta viva dall'iconografia e dalla letteratura, per bambini e non: poca cultura e tanta natura (basti pensare alle rappresentazioni nei libri per bambini, ai depliant pubblicitari delle agenzie turistiche in cui si vedono solo paesaggi africani e mai uomini e donne africani - eccezione fatta, talvolta, per qualche guerriero Masai ritratto, impropriamente, con lo sfondo di leoni e giraffe).

7.All'interno di questo sistema di pensiero si innesta la vicenda dell'immigrazione: l'equazione povero-immigrato-nero è compiuta. Il "nero" diviene sinonimo di immigrato povero e spaventoso, sia esso africano, albanese, marocchino, moldavo.

8.Pertanto, non esiste una "naturale" paura del nero: esiste piuttosto un insieme di idee, concetti, pre-giudizi che ci portano a identificare nel nero, l'essere umano dalla pelle nera, tutto ciò che è al di fuori del nostro concetto di umanità, tutto ciò che è sbagliato.

Ed ecco che anche il meno "razzista" dei bambini può "serenamente" affermare: "Io non avrei paura se i miei genitori fossero neri. È una razza come tutte le altre, e poi li accoglierei con amore e continuerei a fare una vita normale. Se i bambini mi dicessero che ho i genitori che sono neri non gli darei retta e continuerei a camminare. Quando la sera, e il tempo libero che passerei con loro ogni cosa che mi dicessero la farei e non mi lamenterei. Io a loro vorrei molto bene come se fossero con la pelle giusta."

 

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