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Il quoziente familiare

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Tra le varie politiche a sostegno della conciliazione tra lavoro e famiglia, oltre all'incremento dei servizi destinati all'infanzia come asili e nidi, e alle forme di flessibilità del lavoro normate dai congedi parentali e dal part-time, uno ruolo significativo, ma spesso sottovalutato, è svolto dal sistema fiscale di tassazione del reddito da lavoro. La leva fiscale ha un significato non secondario perché determina il reddito netto disponibile per l'individuo e influisce quindi sulla decisione o meno di entrare nel mercato del lavoro. Per fare un semplice esempio, nella società italiana dove culturalmente il lavoro di cura ricade quasi totalmente sulle spalle della donna, il reddito netto atteso dal suo ingresso nel mondo del lavoro deve almeno compensare i costi di sostituzione del lavoro domestico, cui la donna lavoratrice non può più, totalmente o in parte, dedicarsi. Negli anni recenti si è molto discusso sull'opportunità di riformare l'imposizione fiscali considerando non più i redditi individuali dei lavoratori di uno stesso nucleo familiare, ma il loro reddito complessivo in rapporto al numero dei componenti il nucleo familiare.
Attualmente, invece, la tassazione dei redditi è su base individuale, l'imposta cioè si applica al reddito di ciascun membro del nucleo familiare e si tiene conto della presenza di familiari a carico con detrazioni dall'imposta o con deduzioni dall'imponibile.
Il quoziente familiare, proprio della tradizione francese, sostituisce le nostre detrazioni per carichi familiari e consiste nel sommare i redditi dei coniugi e dividere il risultato per un numero che deriva dall'attribuzione di un coefficiente diverso a ciascun membro del nucleo familiare (1 per i coniugi, 0,5 per i primi due figli, 1 per il terzo figlio e così via); al reddito pro-capite così ottenuto si applica l'imposta e, per ottenere l'importo complessivo, si rimoltiplica per il denominatore del quoziente. L'analisi dei coefficienti del quoziente familiare francese permette di evidenziare due aspetti importanti. Il primo riguarda il numero di percettori di reddito che hanno lo stesso valore pari ad 1 unità, a prescindere dal fatto che entrambi lavorino. Il secondo concerne i figli a carico: il vero vantaggio si ha a partire dal terzo figlio (coefficiente 1), mentre con solo due figli il vantaggio è marginale (coefficiente 0,5). In questo caso è evidente l'intento del legislatore francese di attribuire un particolare vantaggio ai nuclei con almeno tre figli.
Sembrerebbe comunque un sistema molto equo, in cui all'aumentare della numerosità del nucleo familiare, il reddito su cui si applica l'imposta si riduce, cosicché ricade in uno scaglione inferiore ed è soggetto a una aliquota più bassa.
In realtà la questione è più complessa, perché è dimostrato che i sistemi di tassazione – su base individuale o con quoziente familiare - hanno differenti ricadute sulla società, sull'occupazione femminile, sulle politiche demografiche.
Gli studi effettuati hanno evidenziato come il vero vantaggio dell'applicazione del quoziente familiare alla francese ricadrebbe sui nuclei con reddito più elevato e coniuge privo di reddito: la riduzione d'imposta dovuta al quoziente risulta, infatti, tanto maggiore quanto più rilevante è la differenza tra il reddito alto (generalmente del marito) e il reddito basso o nullo (generalmente della moglie) che, sommato al primo e diviso per il numero dei familiari, fa scendere di scaglione il reddito elevato e quindi l'aliquota: è quanto accade per esempio al dirigente o al professionista con moglie casalinga. Lo sconto di aliquota risulta invece molto più modesto quando ambedue i coniugi lavorano e quindi la differenza tra i loro redditi è più contenuta, pensiamo per esempio a una coppia di impiegati. È addirittura nullo quando ambedue i redditi si collocano nelle fasce basse, come potrebbe essere per una coppia di operai.
Inoltre il tasso di natalità in Italia è certamente molto basso e con un meccanismo come quello proposto sarebbero una minoranza i nuclei familiari, con più di due figli ed esempio, a beneficiarne nell'immediato. Siamo un paese, poi, dove generalmente la famiglia con molti figli è una famiglia con reddito basso e perciò, come si è visto, il vantaggio fiscale per questo tipo di redditi diverrebbe quantitativamente poco interessante.
Non solo. In genere il reddito della donna è quello più basso in una famiglia, per cui è vero che l'applicazione del quoziente riduce l'aliquota del marito con reddito più alto, ma nello stesso modo fa aumentare quella della donna, disincentivando il suo ingresso e la sua permanenza sul mercato del lavoro.
Per chiarire con alcuni casi concreti:
- famiglia benestante con figlio a carico, marito ad alto reddito e moglie casalinga: un eventuale ingresso nel mercato del lavoro di quest'ultima con un part-time intorno ai 10.000 euro, sarebbe tassato con aliquota vicina allo zero attualmente, mentre con il quoziente subirebbe l'effetto dell'accorpamento con il reddito del coniuge. Con il quoziente familiare, quindi, l'inoccupato che entra nel mercato del lavoro percepirebbe un reddito, al netto della tassazione, inferiore a quello che percepisce, in analoghe condizioni, nella situazione attuale.
- famiglia in cui il coniuge con reddito inferiore decide di lasciare il lavoro per la cura familiare: con il sistema del quoziente risulta meno penalizzato che se fosse soggetto a tassazione individuale, cioè la perdita di reddito netto sarebbe inferiore e quindi verrebbe indirettamente favorita questa possibilità.
- famiglia con coniugi lavoratori con reddito molto differenziato: l'incremento di reddito dovuto ad un aumento del lavoro – ad esempio con passaggio dal part-time al full time - del coniuge a più basso reddito, verrebbe tassato ad un'aliquota corrispondente al più elevato reddito familiare e quindi risulterebbe poco conveniente.
Alla luce di questi esempi, è importante ricordare che il livello dell'occupazione delle donne nel nostro paese è ancora distante dagli standard europei che registrano tassi di occupazione femminili mediamente superiori di oltre 10 punti percentuali rispetto all'Italia, così come è ancora lontana un'occupazione femminile non marginale, ma di qualità. In tale contesto una normativa fiscale volta a tassare i redditi familiari, piuttosto che individuali, a fronte di un sostegno all'incremento demografico - favorisce chi ha più di due figli - può essere disincentivante per l'occupazione femminile.



Bibliografia

Occupazione femminile e quoziente familiare, 2008

C. De Vincenti e R. Paladini, Quel singolare quoziente di famiglia, 2007


Partecipazione al mercato del lavoro e tassazione su base familiare, Dossier del mercato del lavoro, Isfol 2007. Studio che analizza le relazioni tra tassazione su base familiare, benefici economici per le famiglie e partecipazione femminile al mercato del lavoro. qui una sintesi


Donne, madri e lavoratrici. Criticità e dilemmi dell'occupazione femminile, Isfol 2007, in particolare pp. 92-97 L'offerta femminile di lavoro. Incentivi e tassazione

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