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Figli di una madre depressa: quando il bambino deve nascondere il Vero Sé

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di Francesco Urbani

 

altUna madre non buona è quella che non risponde adeguatamente agli stimoli del bambino, ma anzi rinvia segnali "emotivamente non accettabili" per lui. Non adeguati ai suoi bisogni e al suo stadio di sviluppo. È come se chiedesse al bambino di organizzare il suo mondo (della madre), piuttosto che aiutarlo nel costruirne un senso condiviso.
Questo viene avvertito dal bambino nell'ottica che se lui sarà accondiscendente, nei confronti dei bisogni materni, lei potrà vivere in un mondo non-disorganizzato. Centrale in questo meccanismo è l'incapacità materna nel cogliere i bisogni fondamentali del bambino.

Diversa invece è una madre buona (o per dirla con Winnicott, una madre sufficientemente buona), la quale risponde al figlio in modo armonico e sintonico. Sia come stimolo al bambino, sia come reazione ai suoi stimoli.


Queste risposte "adeguate" tendono ad aiutare il bambino ad organizzare il suo mondo. Gli donano la percezione che lui abbia un senso e che anche la realtà la abbia. La sensazione di non vivere nel caos, e di non avere un interno disorganizzato.
Lo scambio tra madre e bambino è connotato, in questa situazione ottimale, dalla spontaneità.
Il bambino, allora, sviluppa la propria personalità autonoma, capace quindi di essere in dialogo con se stesso e con l'altro, tramite la ripetuta e costante capacità materna di coglierne i bisogni e gli intenti più autentici.


È la madre che aiuta il figlio nella scoperta del mondo, fornendo supporto ed essendo complice (alternativamente guida e assistente).

Tra madre buona e madre non buona gli scenari possibili sono di due tipi, ovvero nel caso che la madre abbia risposto in modo armonico al figlio, questi svilupperà un rapporto con la realtà in cui sarà capace di distinguere fantasia (immaginazione, simbolo) e concretezza. Sarà capace di cogliere i propri desideri e investire le proprie energie all'interno di processi costruttivi.
Il bambino apprende che la relazione con l'altro è attraversata da uno spazio che è dialettica (scambio), e non una semplice "separazione" da superare per sviluppare un'intimità fusionale (onnipotente, tutto o niente).

Se invece la madre non è stata capace di cogliere i bisogni del bambino, ma anzi lo ha "educato" a prendersi cura di lei, allora avremo una persona non-capace ad utilizzare simbolicamente l'immaginazione, e che si sentirà sempre "isolata" rispetto ai propri desideri.
Desideri che saranno sistematicamente avvertiti come irraggiungibili.
Sentirà che è possibile esistere, nella relazione con il mondo, tramite l'essere compiacente verso l'altro.
La spontaneità lascia il posto all'imitazione e al "come se". I rapporti sono sempre falsi, ma questo ha la funzione di proteggere il Vero Sé, che viene avvertito come estremamente fragile e a perenne rischio di annientamento.
È la madre che sfruttava il bambino per mantenere organizzato il proprio mondo interno, e così fuggire dalla propria depressione.
Questi bambini hanno introiettato il dover ascoltare solamente le richieste dell'ambiente, e mai le proprie (che invece devono rimanere sempre silenti, anche a se stessi). In tal modo la conseguenza più grave è che drammaticamente si ritrovano a trarre la propria vitalità non dalla spontaneità, ma bensì dalla compiacenza.
Nutrendosi solo dei bisogni degli altri e diventando quindi, adulti infelici e tristi.
Bambini che da grandi saranno persone accompagnate dalla tristezza e dalla demotivazione, e non dalla gioia di vivere.

Bisogna però sempre ricordare che nel loro cuore, sotto strati di cenere e dolore, è sempre possibile ritrovare le passioni, la vitalità e la creatività, che qualsiasi vita ha il diritto di esprimere nel mondo.

Bambini che da adulti vivranno sempre con confusione il confine tra i propri sentimenti e quelli degli altri, e che avranno la tendenza a compiacere chi avranno accanto, al fine di tutelare il "Privato Vero Sé" (che sentono sempre a rischio di sfruttamento).

Restituire a queste persone una lettura più autentica dei propri bisogni, e il senso del diritto ad esistere autenticamente, all'interno di relazioni che sappiano riconoscere, apprezzare e valorizzare la spontaneità.
Tutto questo non è solo un compito clinico, ma anche "riparazione" umana nei confronti di chi è stato costretto a nascondere il proprio essere per poter sopravvivere.

 

Fonte: Radio Kafka

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