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La sindrome del primo della classe

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altdi  Davide Sacchelli

 

Dopo un’intera settimana di lunghe giornate trascorse a scuola vostro figlio tornerà probabilmente a casa con un’enorme quantità di compiti e materie da studiare per il fine settimana. Stiamo parlando delle scuole elementari. Il bravo genitore, attento alle necessità della propria discendenza, sacrificherà buona parte del suo week end di riposo dalle fatiche lavorative nella titanica impresa di riuscire a mandare il figlio a scuola, il lunedì, con i compiti fatti e pronto per eventuali interrogazioni o verifiche.

 

Questa impresa monumentale, sarà degnamente ostacolata proprio da vostro figlio, il quale cercherà di trovare tutti i modi possibili e anche quelli impossibili, per sabotare il vostro degno tentativo e farvi “uscire dai gangheri”. Vostro figlio infatti, in questa materia, è uno specialista.

 Farà quindi finta di studiare, piangerà quando interrogato o quando in dificoltà, farà i capricci, improvviserà mal di pancia e stati febbrili improvvisi, passerà la maggior parte del suo tempo a farsi ricordare da voi, ciò che dovrebbe fare lui: finire i compiti e prepararsi per la lezione del lunedì.

L’esito di questa situazione incresciosa è puntualmente il buon andamento della carriera scolastica del bambino e contemporaneamente il progressivo accumulo di stress da parte delle mamme e dei papà. Il genitore, alla fine di ciascuno di questi week end di riposo infatti, si domanda puntualmente se non sia più riposante lavorare per 10-12 ore al giorno nel corso della settimana.

Vi è mai venuta la tentazione di non ricordare a vostro figlio di dovere fare i compiti e mandarlo a scuola così com’è?

La sindrome del primo della classe è un’affezione virale che colpisce i genitori, non i bambini. Per molte madri e molti padri, il rischio di un brutto voto o di una nota di demerito, è un rischio insostenibile. Mi sento di potere affermare che un brutto voto a scuola è addirittura vissuto, da molti genitori, con un sentimento di vergogna. Stiamo naturalmente parlando di una particolare forma di insicurezza propria di molti genitori che non ha molto a che fare con i propri figli quanto piuttosto, con la propria autostima e con il mantenimento di un’idea positiva di sé.

Un bravo genitore infatti è un genitore che ha un figlio studioso, che funziona a scuola; un bambino che ha voti scadenti a scuola ha senz’altro genitori che si occupano troppo poco di lui. Quante volte avete sentito questa “tiritera”?

L’opinione di alcuni studiosi è che in realtà si tratti di un problema generazionale; i genitori che oggi seguono i figli ossessionati dalla ricerca dell’eccellenza probabilmente hanno avuto a loro volta genitori che non hanno mai giocato con loro e che non si sono mai occupati dei loro compiti. La generazione dei padri e delle madri dei genitori di oggi, sembra che avesse altro a cui pensare e che, soprattutto, non fosse minimamente angustiata dall’idea di dover essere un “buon” genitore. Una volta, forse, i figli si avevano e basta.

La generazione di madri e padri attuali invece, sembra dovere continuamente fare i conti con l’esigenza di seguire i propri figli in modo continuo e perseverante. Non si tratta naturlamente solo della faccenda dei compiti; i genitori che seguono i figli in modo puntuale rispetto al rendimento scolastico, solitamente sono genitori molto impegnati anche sul versante ludico. Storicamente, forse per la prima volta, assistiamo al fenomeno dei padri che giocano con i propri figli, impegnandosi a fondo per fare sì che non si annoino nel poco tempo libero settimanale che gli rimane una volta fatta la sottrazione degli impegni scolastici e di quelli sportivi dal tempo rimanente.

Sono proprio genitori di questo tipo che spesso mi riportano difficoltà nei propri figli legate al fatto di scoraggiarsi molto velocemente e spesso disperarsi in modo esagerato di fronte al minimo fallimento o alla prospettiva di dovere imparare qualcosa di nuovo relativo all’ambito della quotidianità, per esempio imparare ad allacciarsi le scarpe o imparare ad andare in bicicletta.

Il fatto è che la presenza costante del genitore, a lungo andare, impedisce al bambino di doversi confrontare con nuove esperienze facendo conto solo sulle proprie forze e sulle proprie capacità. Se l’esperienza è mediata dalla presenza di un adulto, il bambino non vive l’esperienza come completamente sua e fatica a costruire un’immagine di sé basata su un senso di auto-efficacia. Se è l’adulto ad allacciare le scarpe al bambino, è l’adulto ad essere effice, non il bambino.

Ma se manca il senso di auto-efficacia manca anche la stima di sé. Molti bambini in età scolare vivono infatti fenomeni di vera e propria “ansia da prestazione” di fronte alla quale si ritrovano bloccati.

Garantire al proprio figlio di farsi carico della responsabilità di arrivare a scuola con tutti i compiti fatti fa sì che questa responsabilità non debba prendersela il bambino. Inoltre, come se non bastasse, se è l’adulto a farsi carico di questa responsabilità, il bambino non potrà confrontarsi con i meccanismi sociali atti a sanzionare i comportamenti indesiderabili. Nella fattispecie, il bambino non prenderà brutti voti o note disciplinari perché “protetto” dall’intervento dell’adulto ma questa situazione lo metterà nelle condizioni di non sperimentare le conseguenze delle proprie azioni negative. Non gli permetterà neppure di sperimentare la differenza tra gli esiti delle proprie azioni negative (per es. il brutto voto) e di quelle positive (per es. il bel voto) e, di conseguenza, non gli permetterà di crescere.

Ciò che maggiormente viene penalizzata è l’acquisizione di autonomia e la possibilità di adattamento all’ambiente. Gli esiti di questo tipo di impostazione, si fanno sentire particolarmente nel successivo periodo della pre-adolescenza e adolescenza del ragazzo o della ragazza, quando la crescita fisica mette i figli nella condizione di assumere atteggiamenti meno succubi e di minore sudditanza rispetto alla figura genitoriale; quando cioè il “potere” della figura genitoriale diminuisce per motivi cronologici legati da una parte alla crescita dell’uno e dall’altra all’invecchiamento dell’altro. In questa fase è la biologia stessa che consegna nelle mani del ragazzo o della ragazza la capacità di “prendersi” la propria autonomia. A volte però ci si può trovare ad esercitare la propria autonomia senza essere veramente in grado di farlo.

La libertà è un bene prezioso ma non sempre è tanto facile da gestire.

Vorrei quindi lanciare un appello a tutti i genitori con figli tra i sei e i dieci anni: seguite i vostri figli nel gioco e negli studi  ma, ogni tanto, lasciateli da soli con le loro responsabilità. Dategli la possibilità di annoiarsi nei momenti di pausa per permettergli di cercare una soluzione esercitando la propria creatività. Non cercate di sollevarli sempre da ogni minima frustrazione; questo gli permetterà di imparare a superarla. Permettetegli, qualche volta, di sbagliare per potere imparare l’autonomia e per diventare grandi; sarete genitori ancora migliori perché, non bisogna mai dimenticarselo: “Sbagliando… s’impara!”

Fonte: ASP-Psicologia

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