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Bambini prematuri, la storia di papà Marcello. E i diritti di genitori e figli

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altdi Elisabetta Ambrosi

Uno psicoterapeuta e padre di due gemelli nati di 900 grammi - «Il peso di un petto di pollo, di una vaschetta di gelato») - ci porta per mano in un reparto di Terapia Intensiva Neonatale. Mentre un'esperta di prematuri spiega quali sono i diritti dei bimbi e dei loro genitori. 

 

«Ho sempre sognato la paternità e la genitorialità come qualcosa che inizia quando, dopo un parto magari anche doloroso, nasce un bambino da stringere tra le braccia, da vestire con un body color pastello, da baciare e attaccare al seno, da far vedere ai propri genitori e amici. Quando invece, come è accaduto a noi, arriva un bimbo prematuro, questo sogno si frantuma in un attimo, giusto il tempo in cui il bimbo esce con un cesareo dalla pancia della madre». 

 

 

 

Marcello Florita è uno psicoterapeuta milanese. Oggi abbraccia felice due magnifici bambini biondi, ma due anni e mezzo fa, insieme alla moglie, ha vissuto l’esperienza dolorosa ed estrema dell’essere genitore di due gemelli prematuri gravi, nati di appena 900 grammi: «Il peso di un petto di pollo, di una vaschetta di gelato, di un mac di ultima generazione», dice. La sua lettera aperta ai propri figli prematuri ha vinto il concorso “Festival delle Lettere”- Categorie Lettera alla Vita (la potete ascoltare qui, letta da Vinicio Marchioni). Ma Florita ha scritto anche un romanzo bello e commovente, Come respira una piuma (Edizioni Ensemble), in cui il lettore è preso per mano e portato nella stanza delle incubatrici a conoscere cosa significhi vivere in un reparto di Terapia Intensiva Prenatale.

 

Florita racconta cosa comporti l’essere genitore di un prematuro e quali siano le emozioni spesso violente – di paura, di rabbia, di amore – che ne segnano il percorso. Un percorso dove ogni giorno che passa è un punto conquistato e un piccolo passo verso la vita e lontano dalla morte. 

«Quando vedi per la prima volta tuo figlio in terapia intensiva non riesci neanche a sapere che faccia abbia, visto che è intubato, legato, coperto da cappello e cappuccio: è difficile sentire che tu sei il padre di quel bambino lì, è difficile collocarsi emotivamente in un luogo chiaro e sicuro, al riparo dalle angosce di morte. Per questo è importante, come racconto nel libro, poter toccare i propri bambini, stare con loro il maggiore tempo possibile, fare la marsupioterapia tenendoli sul petto. Quest’ultima in particolare serve anche alle mamme a sviluppare l’ormone della prolattina per cominciare a produrre latte».

Florita, che ha visto bimbi prematuri morire durante la sua permanenza in un clinica di Milano, ricorda le frasi che i dottori ripetevano in continuazione: «Non si faccia illusioni, sono prematuri gravi, no news is good news».

«Come ho detto prima, far partire un legame in una situazione simile è complicato: il nostro Filippo ad esempio aveva in continuazione apnee, si dimenticava di respirare e noi non sapevamo cosa fare. Spesso ti senti solo, perché la gente non capisce ciò che stai vivendo, ci sono amici che magari ti parlano di prematuri che ce l’hanno fatta e pesavano il doppio dei tuoi». I medici, dal canto loro, «sono spesso preparati dal punto di vista tecnico ma non sempre da quello umano, e in generale la medicina ha una difficoltà a riconoscere questi bambini come esseri sociali. Per questo noi eravamo lì sempre – tranne la notte, per non impazzire – e alla fine siamo stati fortunati, perché il nostro limbo è durato un mese e mezzo. Io dico che un bimbo prematuro ha tre nascite: la prima, quando esce dal ventre materno, la seconda quando è tolto dall’incubatrice (perché finalmente lo puoi abbracciare), la terza quando arriva a casa». E l’ultima parte del libro è dedicata proprio al racconto del rientro a casa. Un rientro solo in apparenza facile con bambini che pesano comunque la metà di quelli “normali”, un chilo e ottocento grammi. «Torni con molte insicurezze», spiega Florita,  «non sei mai tranquillo, ci sono tanti problemi pratici; in più noi abbiamo dovuto combattere con un reflusso gastroesofageo devastante per entrambi – non riconosciuto da una pediatra poco attenta - e con la relativa paura che i bambini non crescessero. Per questo sosteniamo con forza anche l’importanza di mandare una persona a casa che aiuti chi ha avuto bambini prematuri: ma purtroppo su questo fronte siamo ancora indietro». 

I bambini nati prematuri necessitano di controlli serrati anche per i primi anni di vita: ma nella maggioranza dei casi, non riportano problemi, ad esempio di cecità o sordità, come un tempo e presto diventano simili agli altri, come testimonia il progetto fotografico - non a caso chiamato Les Premas - del canadese Red Methot.

Dei diritti dei bambini prematuri e di quelli dei loro genitori si occupano oggi una quarantina di associazioni, riunite nel coordinamento nazionale Vivereonlus (www.viveronlus.com). Ce li spiega Elisabetta Ruzzon, fondatrice e presidente dell’Associazione Pulcino (Veneto) e responsabile comunicazione di Vivereonlus e li trovate nella gallery qui sopra.

Fonte: Vanity Fair

 

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