Home
FacebookTwitterGoogle BookmarksLinkedinRSS Feed

Sono una (cattiva) madre

Valutazione attuale: / 3
ScarsoOttimo 

di Annalena Benini

 

altVoglio essere una buona madre. Non mi importa di nient’altro. L’ho pensato di nuovo stamattina, quando ho salutato i bambini prima di uscire, anzi ho salutato solo la più grande con la mano, nascosta dietro la porta della camera, e lei ha alzato il pollice e mi ha detto con gli occhi da grande: vai, che il piccolo lo distraggo io, così non piange a vederti andare via (“Vieni Giulio, ti faccio vedere una cosa bellissima, la Pimpa con l’anatroccolo”). Lei ha solo cinque anni ma da subito ha imparato che quel momento è uno strazio (dove vai? anch’io mamma vengo, anch’io mamma voglio il lavoro, mamma dammi la mano, mamma vieni qua, con gli occhi subito pieni di lacrime): quel momento fino a pochi mesi fa era anche suo, ma adesso sente la responsabilità del fratellino, e rifiuta qualsiasi regalo, gelato o caramella se non c’è qualcosa di valore equivalente pronto anche per lui. Allora sono uscita e mi veniva da piangere in ascensore, col casco in mano, poi mi veniva da piangere mentre non trovavo il motorino, perché non mi ricordo mai dove lo lascio, così ho pianto un po’ al semaforo, pensando che lei è meravigliosa e io faccio schifo, che solo ieri sera non sopportavo più di sentirla lamentarsi perché suo fratello le rubava un flauto e ci soffiava dentro fortissimo e continuavano ad arrampicarsi su di me, tutti e due addosso a me a picchiarsi fra loro perché la mamma è mia, no è mia, e mi è arrivato un ginocchio in faccia, poi una testata, e una pagina del libro si è strappata, quel libro mi serviva intero, e non leggo mai niente, non so mai niente, solo flauti stonati e favole di animaletti bacchettoni. Mi vergogno delle cose che ho urlato, ma tanto lo rifaccio. Urlo spesso, urlo di non urlare, urlo che se non la smettono di urlare me ne vado (“E dove vai?”. “Via”). Mia madre invece minacciava di mandarmi in collegio, faceva finta di prepararmi la valigia, ma l’idea del collegio mi esaltava, un posto nuovo, tante ragazzine, una bella avventura, i letti a castello. Infatti adesso per i bambini abbiamo preso il letto a castello, con un terzo letto che esce fuori se serve, e mi piace tanto che qualche volta ci dormo anch’io, con la scusa che così li sento e il piccolo non sveglia la grande di notte chiedendo il biberon. Dicono che è sbagliato (dicono che è sempre tutto sbagliato), ma a me non sembra un dramma, una violazione dei diritti dell’uomo e della coppia, un terribile danno psicologico per mio marito e quindi anche per i miei figli (che fra pochi anni avranno comunque un trauma qualunque da imputarmi e mi urleranno dall’altra parte della casa: mi fai una ricarica?). 

Però essere una buona madre è di più: è non perdere mai la testa, intanto. Non guardare dentro l’abisso che può risucchiare in un secondo, come quando ci si affaccia a una finestra molto molto in alto, e per mezzo istante viene la tentazione di buttarsi. Poi essere una buona madre è essere saggia, avere pazienza, saper dare delle regole, ma con dolcezza, sottoporsi con grazia all’insopportabile giudizio del primo che passa (non gli hai ancora tolto il pannolino tutta la giornata? Ma così lo confondi, così cresce male), non annullarsi, non innervosirsi e non avere mai voglia di scappare (l’altra sera ci raccontavamo, con la mia amica, questi ultimi pochissimi giorni di agosto in cui siamo entrambe rimaste da sole a Roma, sole completamente, “ci si riabitua in fretta alla libertà”, “ne vorrei un altro mese direttamente in vena”, ma senza guardarci negli occhi, come se ci stessimo confessando un furto al supermercato, e abbiamo aggiunto subito in coro che sì, però, in realtà ci sentivamo anche un po’ perse, a tornare dentro una casa vuota. Balle, io infilavo la chiave cantando e non sono mai neanche per sbaglio entrata in cucina). Ma voglio essere una buona madre, di quelle che risolvono i guai con un istinto materno infallibile, che affettano peperoni e nascondono cadaveri se serve, come in un film di Almodóvar, che preparano la frittata di pasta quando loro partiranno col sole in fronte e il sacco a pelo (una notte su un traghetto un ragazzo me l’ha offerta, era buonissima e gliel’aveva preparata la madre, ho giurato che un giorno l’avrei fatto anch’io). Nel film più fischiato e burlato di Venezia, “Quando la notte” di Cristina Comencini, c’è una madre che non è ancora arrivata alla fase della frittata di pasta, perché crede di non farcela, anzi potrebbe davvero non farcela, ci va molto vicino (“Non vuole mangiare, piange. Piange in braccio, steso nel lettino, seduto per terra. Piange se gli parlo, se lo faccio giocare. Ha dieci mesi, non capisce le parole, come bisogna fare? Mario sta lavorando in soggiorno, non voglio chiamarlo. Il pianto dalle orecchie sale al cervello, il cuore martella, serro i pugni. Ora smette, stai calma, se continua e Mario lo sente viene qui, pensa che non sono buona a calmarlo”, scrive la Comencini nel suo romanzo uscito per Feltrinelli da cui ha tratto il film). 

Il bambino ora ha due anni e lei è alle prese con l’abisso (soprattutto, moltissimo, con la mancanza di sonno). L’abisso di una madre vale cento abissi di gente normalmente inabissabile, ma l’abisso che si manifesta cinematograficamente con sguardi smarriti, musica del terrore, mele che rotolano dalla borsa della spesa e uomini che succhiano latte dalle tette gonfie della moglie ha fatto ridere sguaiatamente la sala stampa del Festival (la Comencini si è offesa a morte, ha parlato di risate maschiliste e non immedesimate, “ridere durante il film è una cosa strana, inaudita”, ma nessuno è mai dovuto entrare nella malavita organizzata di New York per immedesimarsi in “C’era una volta in America”, e suo marito Riccardo Tozzi, il produttore del film, ha esagerato, dicendo che i vertici della Mostra del Cinema devono dargli una spiegazione, e che lui non è un complottista ma insomma è successa una cosa grave: sembrava Silvio Berlusconi quando lo fischiano), mentre il pubblico della Sala grande ha applaudito per otto minuti di fila, dimostrando a Cristina Comencini che è vero, le ombre della maternità non vanno di moda, bisogna ingoiarle per non diventare ridicole, ma a un certo punto esplodono dentro, anche con le mele che rotolano e gli sguardi da una funivia all’altra, e le due espressioni di Filippo Timi, con occhiali e senza occhiali. (Cristina Comencini è una che ispira fiducia in questo genere di emozioni: mamma a diciott’anni mentre studiava Economia e commercio, nonna a trentacinque perché suo figlio ha cominciato ancora prima di lei, poi altri due figli, altri nipoti, e come ha raccontato ad Alessandra Di Pietro in un’intervista in uscita su Marie Claire il 15 settembre, è stata una cosa complicata “Riccardo (il marito, ndr) è figlio unico e i miei bambini erano di un altro padre, poi sono nati il nostro ragazzo e i nipoti, fra cui la prima cresciuta in collaborazione con sua madre come fosse una figlia. Lo so, non è facile districarsi e non lo è stato neanche per noi, abbiamo imparato insieme a tirarli su, ed è stata la cosa più grande che abbiamo fatto noi due nella nostra lunga storia d’amore”). 

Non tutte hanno quella facilità ad accogliere la vita nuova, non tutte hanno posto nel cervello e fra le braccia, ancora prima che nel cuore, e armonia nell’affettare peperoni e ascoltare decibel impazziti. Non tutte hanno l’amore che zampilla come il latte, anche se credevano di essere pronte (e un uomo in grado di rimanere saldo al suo posto di uomo e non trasformarsi in un attaccapanni o, anche peggio, in una mamma competitiva con gli occhi spiritati e le camicie orgogliosamente piene di rigurgiti). Non tutte hanno la forza di essere chiamate: mamma. La madre di Irène Némirovsky ha odiato ferocemente la figlia, che l’ha ricambiata con ardore, non solo quando era piccolissima e le graffiava la faccia e la guardava flirtare con i suoi amanti, ma fino a quando non è stata chiusa in un campo di concentramento e ha potuto cancellarla per sempre, rifiutandosi perfino di accogliere le nipotine scampate alla deportazione (“Io non ho nipoti”, disse, e chiuse la porta): uno dei romanzi più belli, della Némirovsky, “Jezabel” (da una tragedia di Racine in cui una madre con smanie di potere fa sterminare tutta la sua discendenza) racconta la mostrificazione della maternità. Il rifiuto di invecchiare, la paura di non essere più una donna, ma solo una madre o peggio una nonna, il narcisismo umiliato quando la figlia, che lei vestiva da bambina e cui calava gli anni anche dentro la sua testa per sentirsi più giovane, le annuncia che, diciottenne, vuole sposarsi. “Un dolore atroce, quasi fisico, le trafisse il petto (…) ‘Non posso rassegnarmi’ pensò. ‘Non è colpa mia. Non so rassegnarmi…’. ‘Be’, imparerai,’ sembrava dirle, ironica, una vocina interiore, ‘imparerai a farti da parte, a cedere il passo a tua figlia; sarà lei in prima fila, brillerà in tutte le feste, eclisserà sua madre… E domani un uomo, parlando di Gladys Eysenach, dirà: ‘Mia suocera…’, e presto tu stessa dirai: ‘I miei nipotini’. ‘Oh, no, no, non è possibile! Dio non può essere così crudele!’”. Gladys non permette alla figlia di sposarsi, le chiede ancora qualche anno di giovinezza, la supplica, infine glielo impone, prova perfino a sedurre il suo fidanzato, “giusto per ritrovare un po’ di stima per se stessa, per soffocare quel sentimento crudele di umiliazione e di decadenza, quella fitta di orgoglio ferito… Avrebbe tanto voluto ispirargli, sia pure per un istante, un moto di desiderio” (nel frattempo il fidanzato della ragazza pensava: “Tutti uguali i vecchi… Gli resta poco tempo da vivere e allora si vendicano su di noi”). 

Volere la vita tutta per sé, anche questo è un abisso. Tremare al pensiero di averla offerta a un altro essere, rifiutarsi di passargli il testimone, di nutrirlo con il proprio sangue caldo e a poco a poco scolorire, non essere più al centro. La figlia non si sposa ma rimane incinta e il ragazzo muore in guerra, Gladys è ancora più orripilata, vuole che lei abortisca, non per vergogna ma per non diventare nonna, e quando muore (di parto per la paura di chiedere aiuto a sua madre), Gladys respinge quel fagotto di bambino con orrore,  non vuole nemmeno sapere che è al mondo, lo vuole morto, lascia la Francia, e dopo vent’anni lui la ritrova e lei disperata e folle lo uccide, fingendo che sia un suo amante geloso. Perché non si scoprisse che era una nonna, non una seduttrice con le spalle scoperte, perché il mondo non sapesse che era stata una madre e non era più, nonostante le bende di notte intorno alla faccia, una farfalla. 

E’ qui, anche, che ci si sporge dal precipizio: nel passaggio sempre sconvolgente (anche in termini di felicità assoluta) da farfalla a madre. Dicono: non c’è nessuno che ce lo insegna. Non significa: non c’è nessuno che ci spiega come superare le colichette, come fargli fare il ruttino e come distanziare le poppate. Per quello ci sono i manuali, il pediatra, le madri, i padri, le amiche, le amiche delle amiche, le signore al supermercato, i baristi, i barboni per strada, i gatti randagi (tutti hanno una risposta, un’occhiata, tutti sono stati puericultori nella vita precedente, anche Erode). Non c’è nessuno che spieghi come si fa, quando non si era già madri dentro, a non impazzire, a non morire, a salvarsi e a salvare il proprio bambino (la cosa più devastante è che a un bambino piccolo va bene tutto, anche la mamma con la faccia buia, la mamma cattiva che non lo riesce a guardare, la mamma che si dimentica di dargli da mangiare, la madre che lo fa cadere dal tavolo e gli urla di stare zitto. Il bambino tende le braccia alla mamma con la testa nel precipizio, la vuole sempre e la perdona sempre). Ci sono pensieri che non si possono dire. Ma non solo gli uomini possono essere violenti. Anche le mamme (nelle favole sono le matrigne, perché nemmeno in tempi non politicamente corretti si osava dubitare dell’amore carnale di una madre, dell’impossibilità di fare del male). Oppure possono scomparire, andarsene, scappare (nel film e nel romanzo di Cristina Comencini, il montanaro è torvo perché è stato abbandonato da piccolo, odia le donne perché sua madre l’ha lasciato ed è andata a fare altri figli in America, è diventato una specie di disadattato per colpa di una cattiva mamma). 

Appena c’è un figlio, c’è una colpa (“Perché succede a me e non alle altre donne? Cos’hanno più di me? Pazienza, amore, sopportazione?”, si chiede lei che vuole essere una buona madre ma sente che sta sbagliando tutto e non riesce a smettere di piangere né a farlo addormentare, che ha paura del buio dentro la testa come quell’altra volta, che ha terrore anche del figlio quando la fissa, le sembra che la guardi con aria di rimprovero). Non sarai mai abbastanza brava, mai abbastanza naturale, non farai mai la scelta giusta, non lo renderai mai abbastanza felice (ma se non hai voluto o potuto avere figli devi avere comunque qualcosa che non va, quindi sei una cattiva madre anche quando non sarai mai madre, non ci sono vie di fuga). Ne “Lo schiaffo”, di Christos Tsiolkas, la giovane madre che aveva tanto spinto, spronato, tormentato, assillato, minacciato il marito perché desiderava un figlio sopra ogni cosa, odia il bambino. Semplicemente lo detesta, ma sorride e finge di amarlo, perché il non amore è un fallimento troppo grande, una cosa assurda e inconcepibile. Per sei mesi ogni volta che lo abbracciava veniva scossa dal terrore, era convinta che l’avrebbe ucciso. “Ogni volta che lui piangeva si sentiva sempre più distante. Era un alieno: l’avrebbe fatta a pezzi”. Per sei mesi era diventata pazza. Poi un giorno aveva deciso di lasciarlo in casa a piangere disperato e andare a fare yoga (lo yoga, in quel momento, era il Santo Graal, il Nobel per la Letteratura, la sopravvivenza). “Lasciamolo ululare, lasciamo quel piccolo bastardo ululare a morte. Lasciamolo soffocare”. Aveva aperto la porta, la sacca in spalla, la luce dell’estate, la mano stretta intorno alle chiavi. E aveva capito. “Non sei libera, si era detta. Se vuoi sopravvivere, se non vuoi ammazzarti o ammazzare tuo figlio, devi renderti conto che non sei libera”. Così era rientrata, aveva chiuso la porta, aveva lasciato fuori il mondo, aveva preso in braccio il piccolo e l’aveva stretto forte. “Hugo, Hugo, va tutto bene, sono qui” (il risultato, nel romanzo, è un bambino mostruosamente viziato, un sopravvissuto egocentrico, e una madre predicatrice fanatico-depressa). Possibile che sia tutto così complicato? C’è un modo per non essere una cattiva madre, e per non avere bisogno di incontrare un montanaro sociopatico per guarire dall’abisso? Secondo Cristina Comencini, bisogna essere “madri imperfette”. 

E’ vero. Non gettare via le debolezze, non credere alla santificazione. Madri che inciampano a volte, ragazze come eravamo prima (ogni donna è almeno tre donne, ha detto lo psicanalista inglese Winnicott: lei, sua mamma e la mamma della mamma, quindi la perfezione non è immaginabile, mentre le debolezze si moltiplicano, ma resta comunque l’indicibile fortuna di nascere donna, come ha scritto Luisa Muraro, l’incomparabile capacità di uscire dai labirinti, una grandezza allo stato puro che non ha bisogno di competizioni, di rincorse verso la perfezione), essere un po’ ancora farfalle perfino. Loro, che ci chiedono con gli occhi sgranati, “mamma mi vuoi bene anche quando sono cattivo?”, avranno così sempre l’unica risposta possibile: sì amore mio, perché tu mi vuoi anche quando sono un fascio di nervi, una iena scarmigliata, una mamma che urla. Ci ameremo comunque, per sempre, e aggiusteremo le cose che rompiamo. Vieni qui.

Fonte: Il foglio

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento del sito. Se vuoi saperne di più consulta la privacy policy.

Accetto i cookie da questo sito.