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la mia vita da zucchina

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di Fabrizia Centola

Icare, piccolo sognatore di dieci anni, libera i suoi dolori con un aquilone su cui ha disegnato il suo papà – supereroe che se n’è andato con una “pollastra” (anche lei raffigurata sul retro). Icare è chiamato Zucchina dalla sua mamma, che sta nella stanza di sotto, arrabbiata e disperata, ubriaca di birra davanti a quelle soap che raccontano storie mai vere. Poi un incidente e Zucchina si ritrova in un orfanotrofio con quel che rimane del suo passato: l’aquilone e una lattina di birra vuota. Un luogo che raccoglie piccoli come lui pieni di dolore, alcuni molto arrabbiati altri più rassegnati, tutti che hanno perso qualcosa o che non hanno mai avuto niente.

 

Ma, occorre dirlo subito, alla fine Zucchina e i suoi compagni troveranno un nuovo modo di fare famiglia.

Celine Sciamma (Tomboy) ne scrive la sceneggiatura, adattata dal romanzo di Gilles Paris; Claude Berras gli da forma, sfondo e movimento con un’animazione in stop motion. Entrambi lavorano dosando alla perfezione l’esplicito e la sua sospensione: nulla è trasformato, mediato o metaforizzato, la realtà è restituita in tutta la sua evidenza, con la giusta misura e l’immaginazione che conforta.

C’è un luogo in cui le auto volano e c’è un orfanotrofio alla periferia di una città, con i piccoli ospiti, la direttrice e gli educatori. Non una prigione da cui scappare per salvarsi, come nei 400 colpi, ma un luogo di riconciliazione e di ricostruzione attraverso l’amicizia, la solidarietà e l’amore. Lo sguardo è ad altezza bambino, l’altezza di Icare (25 cm di pupazzo), a rivelare non tanto quel che conoscono gli adulti dei bambini, ma quello che i piccoli conoscono, osservando il mondo che li circonda. Cadono così i tabù perché di tutto si può parlare, anche di sesso, con le parole giuste e un po’ di umorismo; e le parole giuste le trovano loro. Zucchina, Camille, Simon e gli altri, desiderano cose normali che danno felicità: una casa, una famiglia, degli amici, un amore o riabbracciare la mamma che è stata espulsa perché clandestina.

Due anni di lavoro, la costruzione di 60 set e di 54 pupazzi con tre tipi diversi di costume; otto mesi di riprese, con una media di 3 secondi realizzati al giorno da ciascun animatore che ha impresso fotogramma per fotogramma il movimento a Icare e a tutti i personaggi, confezionati a mano e utilizzando materiali diversi.

La colonna sonora per voce, chitarra, contrabasso e vibrafono della cantante e musicista svizzera Sophie Hunger contribuisce alla piena immersione nell’universo infantile e alla fine, sui titoli di coda, ci incanta con la cover de Le vent nous portera dei Noir Desir.

Un piccolo gioiello di animazione, per piccoli spettatori (dagli otto anni in su) e per i grandi, tutti. Premiato ad Annecy come Miglior Lungometraggio d’Animazione dell’Anno, è in corsa come Miglior Film di Animazione agli Oscar 2017.

 

Per vedere il trailer clicca sulla locandina del film.

 

Fonte: Non solo cinema 

 

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