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Papà «amici» e mamme severe Perché siamo noi a dire sempre no?

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altdi Laura Fezzi

«They do listen», loro ci ascoltano. La ragazzina imbronciata, dalla fotografia di una pagina della rivista, guarda di lato, come per evitare di incrociare il nostro sguardo. In realtà, ci dice questa pubblicità sociale americana, malgrado le apparenze, malgrado l’aria ostile, ci ascolta. Come lei, tanti adolescenti sembrano indifferenti alle comunicazioni degli adulti; eppure, proprio quando pensiamo che parlare non serva a niente, che tanto varrebbe lasciar perdere, qualcosa arriva a destinazione.Il messaggio incoraggiante si rivolge a entrambi i genitori, ma viene da pensare che a farne tesoro saranno soprattutto le donne. Perché nella famiglia moderna il più delle volte sono loro ad affrontare le situazioni difficili con i figli adolescenti.

 

Sono le mamme a discutere, a contrattare, a tener duro quando serve. Anche nella famiglia affettiva post-industriale, anche nella famiglia del sì, i limiti ogni tanto qualcuno deve porli. E poiché dire di no è più difficile e faticoso, sempre più spesso gli uomini svicolano. Del resto, mentre nella famiglia patriarcale di un tempo le donne si occupavano soprattutto dei bambini piccoli, da molti anni ormai sono sempre più coinvolte dalle responsabilità legate al futuro dei ragazzi e delle ragazze, con il peso psicologico ed emotivo che ne consegue. Per verificarlo basta andare in una qualsiasi scuola durante il ricevimento parenti. A parlare con gli insegnanti ci sono quasi esclusivamente le mamme, e non solo perché i papà lavorano. Le madri sono molto più numerose anche a Milano, città dove le donne lavorano in massa.

 

«È vero, alle donne viene data una grande delega, perché la famiglia di oggi è la famiglia dell’amore, la famiglia paritetica nella quale nessuno vuole fare la parte del duro — dice Silvia Vegetti Finzi, psicologa e psicoterapeuta —. In questo tipo di famiglia alla pari le donne sono più a loro agio degli uomini perché sanno ascoltare, consigliare. Sono loro ad affrontare la situazione quando il ragazzo e la ragazza fanno qualche cosa che non va, perché più degli uomini sanno farlo con le nuove modalità. I maschi hanno rinunciato all’autorità, ma per loro è più difficile mediare». 

I padri tendono infatti ad arrabbiarsi più in fretta, a passare più rapidamente all’aggressività. Un’aggressività che però li spaventa, perché non si sentono più autorizzati a usarla e non sanno come gestirla. «Così si allontanano, oppure si ritagliano con i figli un ruolo da amici — continua Vegetti Finzi —. Vanno insieme al figlio e alla figlia al cinema, alla partita di calcio, o a giocare a tennis. Ma non vogliono saperne di compiti più impegnativi. Non si prendono più certe responsabilità». Insomma, questa nuova famiglia dell’amore per le donne si rivela essere anche un po’ una fregatura. Saranno anche a loro agio più degli uomini, che hanno perso il loro tradizionale ruolo di guida, ma certamente fanno una grande fatica. Vuoi mettere com’era più facile quando al ragazzino ribelle o pestifero bastava dire «Adesso smettila, sennò stasera lo dico a papà?».

 

E poi c’è un altro aspetto della vita delle donne da considerare. Le madri sono, per tradizione e forse per natura, le figure che accolgono, quelle con le quali il bambino o la bambina si confida. Oggi siamo in prima linea anche sul fronte emotivo, quello degli sfoghi e delle confidenze, non solo delle ragazze ma persino dei maschi. Perché non si sa con certezza se i nostri figli ci ascoltano, se davvero «They do listen», ma, di sicuro, quando parlano dei loro problemi lo fanno con noi. È a noi che raccontano di sentirsi incapaci o soli, impauriti o demotivati, brutti anche se sono normalissimi o addirittura carini e così via, con i toni drammatici tipici dell’età. È da noi che si allontanano arrabbiati quando ci sforziamo di consolarli, di renderli più obiettivi e di fornire loro dei consigli che li innervosiscono, perché non sono quello che vogliono sentire in quel momento. È con noi che condividono, nei momenti di crisi, la loro rabbia e la loro ansia, riuscendo a farci diventare tristi o arrabbiate quasi come si sentono loro. E anche se è un conforto, dopo lo sfogo, sentirli ridere al telefono e scoprire che effettivamente stanno meglio, coordinare questo compito con quello di stabilire i limiti e saper dire di no è davvero un’impresa.

Insomma, tra vecchie e nuove mansioni, il carico emotivo e psicologico delle donne rischia di essere eccessivo,

Ma la buona notizia è che non dobbiamo pretendere di fare sempre tutto da sole. Anche perché il ruolo paterno rimane un ruolo chiave per aiutare i figli a diventare autonomi. «Da un lato per crescere hanno bisogno di separarsi e se cerchiamo di aiutarli si sentono oppressi e ci allontanano. Dall’altro, contemporaneamente, ci chiedono di non abbandonarli, di star loro vicino. Fare tutt’e due le cose non è semplice e in questa dinamica il papà gioca ancora una funzione importante — dice Silvia Vegetti Finzi —. Meglio non essere accondiscendenti con i papà, non rassegnarsi all’allontanamento del padre ma chiedergli di essere presente, sin dall’inizio». Ogni tanto, insomma, non solo possiamo ma in realtà dovremmo farci da parte, starcene zitte, andare al cinema e lasciare che siano i padri a cavarsela, a discutere con i ragazzi delle cose importanti e a farsi carico in prima persona delle loro problematiche. Una rinuncia? No, un bel sollievo.

Fonte: La 27ma Ora

 

 

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