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Continuare a riformare la scuola: ripensare consigli di classe e bocciature

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di Francesco Rocchi

È novembre, e siamo a metà quadrimestre, tempo per molte scuole di valutazioni interperiodali, o pagellini o come altro hanno deciso di chiamarli. Nel mentre, i cambiamenti della riforma sono in atto, ma gli effetti non ancora noti. E allora ritorniamo su alcune questioni fondamentali che ancora sono irrisolte e che ci fanno versare, da sempre, fiumi di inchiostro. Invano, parrebbe certe volte, ma siccome i problemi sul piatto sono sempre quelli, vediamo di aggiornare il dibattito, fiduciosi che un altro articolo su tali argomenti possa essere utile, se non altro come pro memoria.

Di cosa sto parlando? Sostanzialmente di abbandono scolastico e dell’inutilità della bocciatura, che sono temi che erano legati tra loro in passato e continuano ad esserlo oggi (anche se sono stati già trattati, ad esempio qui). I nuovi strumenti dati dalla Buona Scuola alle scuole possono tra l’altro essere usati per intervenire sul problema dell’abbandono, quindi la discussione non è nemmeno del tutto oziosa, anche se lo stimolo a questo articolo non mi viene dal dibattito pubblico, spesso incentrato su percentuali e cifre mal maneggiate e peggio comunicate, ma da pensieri e impressioni che sono ormai stratificati nella mia coscienza di insegnante, e che voglio invece riportare alla luce.

 

Il punto da cui voglio partire, e che trovo sia la premessa necessaria per rendere chiaro il mio ragionamento, è quello della contrattazione di classe.

Questo concetto va spiegato.

In maniera più o meno consapevole (ma più spesso del tutto inconscia), un docente si prefigge, all’inizio dell’anno o quando comunque si trovi a progettare una qualsiasi forma di didattica, degli obiettivi formativi. In soldoni, gli obiettivi formativi sono quel che io vorrei che i miei studenti fossero in grado di sapere, capire e fare al termine del mio lavoro con loro. Vorrei ad esempio che fossero in grado di mettere per iscritto un ragionamento articolato, espresso con proprietà di linguaggio e cognizione di causa. Vorrei che fossero in grado di esprimere considerazioni personali sui testi letterari che leggono, e che imparino un certo numero di nozioni che ritengo necessarie. Su questa base preparo materiali, esercizi, prove di valutazione e interventi di rinforzo, immaginando e prefigurando tra me e me l’intero percorso. Poi porto i materiali in classe, comincio a discuterli, provo a coinvolgere i ragazzi, e cerco di tenere fede ai miei programmi di lavoro. Il lavoro può andar bene come può andar male (con gli anni qualcosa ho imparato e certi processi ho imparato a governarli…un po’, almeno), ma la cosa peculiare è che si instaura subito un vero e proprio tira-e-molla: il professore vuole una certa quantità di sforzo e di impegno da parte degli studenti, ma gli studenti per contro tentano di vedersi alleggerito il lavoro quanto più possibile, con sistemi più o meno leciti.

Ciò è deleterio. E’ ben possibile che un docente si prefigga obiettivi troppo ambiziosi o che non abbia capito i limiti dell’utenza che ha di fronte, ma altrettanto o più probabile è che una classe cerchi di negoziare facilitazioni e voti più alti a prescindere. Una contrattazione, appunto. E’ umano: la media dei voti è importante, nella scuola italiana, e chi li mette, insindacabilmente, è il docente. Non è irrazionale che gli studenti facciano numerosi e sentititi appelli in questo senso: per non essere interrogati, per veder diminuito il carico di lavoro, per strappare una valutazione più generosa. Il problema è che il professore è da solo, ha poco tempo e, di solito, tantissimi studenti. Finisce che il ritmo di lavoro lo diano gli studenti piuttosto che il professore. Si dirà: ma il professore si deve saper imporre, e non permettere gli studenti di adagiarsi.Eh sì, è una considerazione giustissima. Però gli ostacoli ci sono sempre. Così, a braccio, mi vengono in mente le interrogazioni e i compiti in classe delle altre materie, le varie incombenze burocratiche, le assenze degli studenti, la mancanza congenita di tempo, e anche quelle indicazioni ministeriali che si vogliono molto larghe, ma che, nella versione semplificata e asciutta che commissari interni ed esterni si rimpallano, costituiscono l’ossatura dell’esame di maturità e finiscono per informare il lavoro di tutto il triennio (è il loro scopo, d’altronde).

Il tutto è pesantemente aggravato da come generalmente si svolgono gli scrutini finali: nella discussione che decide della promozione o della bocciatura di uno studente, i voti tendono spesso ad alzarsi, le differenze ad appiattirsi, e l’avvertita necessità di promuovere il più possibile finisce per rendere omaggio allo studente che, invece di impegnarsi di più, ha meglio contrattato. Non è che sia per malvagità o incuria dei Consigli di classe. E’ che essendo il giudizio collegiale, si devono contemperare tante esigenze. Immaginiamo ci sia un ragazzo che, con tre insufficienze gravi e una leggera (un “5”), dovrebbe essere bocciato perché il massimo dei debiti formativi è tre…sarà davvero bocciato? Improbabile. Se c’è qualche ragazzo che nella stessa classe arriva allo scrutinio con un solo “5”, magari nella stessa materia dello studente sul filo della bocciatura, è facile che quel “5” passi a “6”. Ma se questo “favore” viene fatto a lui, perchè non farlo anche al primo? Che il trattamento sia uguale per tutti! Passa a sei il voto di entrambi, il ragazzo “bravino” viene promosso e all’altro si lasciano tre debiti, che salderà con un esame ridicolo a settembre, quando il Consiglio di classe non vorrà bocciare una persona dopo che lo si è fatto lavorare per tre mesi, e magari dopo non aver organizzato i corsi di recupero (che spesso non si fanno per mancanza di soldi e di disponibilità dei docenti, ma la cui mancanza espone la scuola all’accusa di non aver posto in essere tutte le misure necessarie al successo formativo dei suoi studenti). Siccome gli studenti tutto questo lo percepiscono benissimo, l’incentivo a contrattare è molto forte. Uno studente sa che chiedere banalizzazioni e indebite semplificazioni è premiante rispetto allo sforzo di studiare di più. Incentivo che è reso ancora più forte dal fatto che, in mancanza di parametri esterni, il professore ha effettivamente la possibilità di posizionare l’asticella della sufficienza dove gli pare. E cedendo si semplifica tanto la vita…La didattica per l’eccellenza, per chi è davvero bravo e potrebbe e vorrebbe far di più (i capaci e i meritevoli del nostro articolo 33), ne soffre, e impercettibilmente un docente si ritrova a semplificare, banalizzare, restringere, in modo tale da arrivare in qualche modo in fondo al “programma”.

Se si è scettici di fronte al quadro che sto dipingendo, invito a prendere un qualsiasi libro di testo. Mi spiace dover fare riferimento sempre alla letteratura (laddove sarebbe interessante fare esempi scientifici e matematici), ma almeno i libri di italiano sono un esempio molto chiaro: la letteratura italiana nei manuali di scuola superiore viene disossata, triturata, diluita e omogeneizzata fino ad ottenere un impasto che uno studente minimamente capace potrebbe studiare anche privo di sensi, se volesse. Non che i libri non siano ponderosi: è che sono fatti per evitare ogni asperità. Se si studiano Leopardi o Dante, li si troverà parafrasati in nota, in modo che lo studente non venga choccato dal ricorrere di parole per lui desuete (e con le quali non sarà mai chiamato a confrontarsi); se una poesia ha qualche periodo troppo lungo e contorto, in nota sarà cardato e pettinato. Soprattutto, ogni brano d’autore viene sempre corredato da ampi ed esaurienti commenti critici che comunicano allo studente cosa pensare prima ancora di leggere, per evitare il terribile pericolo che questi debba capire qualcosa da sé. Lo studente potrà agevolmente imparare qualche cosa a memoria, ripeterla al professore, dargli quel minimo sindacale richiesto dalla contrattazione e passare in gloria. I libri di testo sono in questo un potente alleato dello studente: basati rigorosamente sulle indicazioni nazionali o sulle linee guida (per non finire fuori mercato), finiscono per diventare il parametro di riferimento. Qualsiasi docente che si sia confrontato criticamente con i limiti della scuola italiana sa di cosa parlo. Eppure lo scempio continua, e anche i meglio motivati tra i docenti alla fine si adattano a promuovere gente la cui preparazione non ha nulla di sufficiente, da qualsiasi parte la si voglia vedere.

 Perché?

Perché la bocciatura è una punizione che fa solo danni, e che un docente coscienzioso non vuole infliggere. Uno studente bocciato raramente recupera. Uno studente bocciato è più esposto all’abbandono scolastico. Uno studente bocciato si sentirà umiliato e sconfitto, e il suo percorso scolastico finirà per appiattirsi su unacontrattazione con i docenti ancora più disperata e feroce. Gli scrutini e le loro regole servono a perpetuare questo gioco, mentre i margini di intervento sono minimi. L’obbligo scolastico tiene a scuola gli studenti, almeno fino ad un certo punto, ma il combinato di generosità valutativa e timore ad usare uno strumento rozzo come la bocciatura porta i docenti a creare pagelle che sono trionfi di impotenza e burocrazia, in cui i voti si alzano e prendono il volo in maniera del tutto indipendente dall’andamento scolastico degli alunni. Un primo rimedio efficace? Togliere al Consiglio la valutazione, per lasciarla al singolo docente: un docente mette i suoi voti e li comunica alla segreteria, senza farsi influenzare dai risultati nelle altre materie. Già questa sarebbe un’operazione di verità rivoluzionaria. I docenti si risparmierebbero quel mercato delle vacche che sono gli scrutini finali, e la pagella diventerebbe uno strumento diagnostico almeno orientativamente affidabile.

E i docenti avrebbero più potere nella contrattazione: uno studente che non faccia nulla in una materia oggi ha diversi strumenti “opportunistici”, e può confidare nel fatto che l’impegno nelle altre materie potrebbe agevolmente “coprirlo”. Senza consiglio di classe questa fiducia verrebbe meno. Certo, il risultato sarebbe impietoso, e vedremmo un drastico sgonfiarsi delle pagelle (di quelle che viaggiano artatamente intorno alla sufficienza, almeno). Bocciare in massa, allora? Ma nemmeno per sogno. Abolire i voti, allora? Nemmeno. Semplicemente, si tratta di abolire la bocciatura e dare ad ognuno un voto che sia un’onesta valutazione dei risultati raggiunti e dell’impegno profuso, e lasciare che stia alla responsabilità di ognuno volerne prendere di buoni piuttosto che di mediocri. Se qualcuno decide di lasciare la scuola con voti ridicoli, sarà stata una sua scelta. In questo modo la valutazione delle scuole può diventare un’indicazione valida per chi debba esaminare il portfolio formativo dello studente licenziato della scuola, sia che si tratti di un’università che valuta una domanda di iscrizione, sia che si tratti di un datore di lavoro.

Questo incentiverebbe famiglie e studenti a chiedere un’istruzione valida, spendibile al di fuori della scuola (oggi prigioniera di un’antica auto-referenzialità). Stimolerebbe la didattica per le eccellenze, ed eviterebbe di spendere tempo, energie e risorse per estorcere qualche risultato purchessia da studenti non motivati e non intenzionati a contribuire alla crescita della classe. So di fare un’affermazione forte, in questo senso. E problematica: è difficile talora distinguere tra studenti non motivati e studenti in difficoltà. E però si può: un professore attento e coscienzioso la differenza la nota (soprattutto se viene messo in condizione di conoscere il background dello studente). E in un sistema che elimina l’ipoteca della bocciatura, che istiga gli studenti ad ogni possibile forma diresistenza nei confronti di una scuola punitiva, apprezzare questa differenza diventerebbe ancora più facile. Non credo affatto si possa o si debba abolire o attenuare l’obbligo scolastico, ma se dalla scuola si tolgono gli automatismi dello scrutinio di fine anno e del gioco della bocciatura, si può dare autonomia e responsabilità agli studenti, e migliorare la loro motivazione. Tale miglioramento e la fine del traballante e spompato regime poliziesco che tenta di ovviare alla mancanza di entusiasmo con la paura del voto renderebbero molto più accogliente la scuola, che si sarebbe meno incentivati ad abbandonare. Gli studenti non vedrebbero nei docenti dei cerberi che vogliono costringerli a fare ciò che non vogliono, e i docenti d’altra parte non dovrebbero più recitare questa faticosa parte, per concentrarsi su quel che gli riesce meglio: spiegare, illustrare, convincere. Se si teme che tanti studenti accetterebbero volentieri di uscire dalla scuola felicemente ignoranti, salvo poi pentirsi, io rispondo che sì, questo rischio forse esiste, ma guardiamoci intorno: ci sembra che il sistema attuale salvi gli studenti pigri dal loro destino? O che faccia ravvedere molti ragazzi difficili? Abbiamo l’impressione che la scuola intervenga e corregga con efficacia?

Siate onesti nel rispondervi…

Fonte: iMille.org 

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