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La scuola deve essere facile o difficile?

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Nell’opinione comune la scuola buona è quella difficile, mentre la scuola facile è giudicata scadente. Ma davvero l’apprendimento deve essere un processo faticoso e irto di ostacoli?

La scuola deve essere facile o difficile? La risposta sembra scontata: la scuola non deve preoccuparsi del grado di difficoltà ma di definire gli standard che dovrebbero raggiungere gli allievi, di formare le future potenziali classi dirigenti, di saper cogliere le richieste della società che cambia e tradurle in contenuti formativi. Queste sono le affermazioni degli esperti, che nella maggior parte dei casi rimangono speculazioni astratte.

Per molte famiglie e anche per molti insegnanti il binomio facile/difficile è quello che esprime meglio di tutti la qualità della scuola. I genitori, di fronte agli insuccessi dei figli, cercano una scuola più facile. Gli insegnanti che lamentano un abbassamento progressivo della qualità dell’istruzione vorrebbero una scuola più selettiva e quindi più difficile. Le verifiche sono troppo facili e vanno rese più difficili. Il computer è meglio non usarlo perché diventa tutto troppo facile.

Nell’opinione comune la scuola buona è quella difficile, mentre la scuola facile è giudicata scadente. Questo accostamento riflette una concezione dell’apprendimento come un processo faticoso e irto di ostacoli e in definitiva come un percorso di sofferenza e di espiazione.

 

L’apprendimento è sempre messo in relazione con memorizzazione, esercizio, sforzo e mai con curiosità, scoperta, divertimento. Eppure fino all’ingresso nell’istruzione scolastica l’apprendimento coincide con il gioco e la ripetizione delle attività è un’esperienza che viene ricercata spontaneamente e non ha bisogno di sollecitazione o di azioni costrittive. Nulla è descritto come facile o difficile, anche se non si può dire che quello che viene imparato prima di cominciare la scuola non sia complesso.

 

L'apprendimento della lingua è facile o difficile?

 

Basta pensare alla complessità della lingua dal punto di vista sintattico e lessicale per apprezzare l’incredibile efficacia dei meccanismi probabilistici e computazionali che portano un bambino di trentadue mesi a dire “fallo tu perché io non ci riescio!” utilizzando il pronome critico, la regolarizzazione del verbo riuscire, la prima persona dell’indicativo presente che sta a indicare l’acquisita capacità di coniugazione dei verbi.

Quale sforzo ha fatto questo bambino per raggiungere questo livello di competenza? Nessuno, tutto si è svolto con naturalezza, con facilità e spesso con divertimento.

È facile imparare una lingua? Qualunque adulto risponde che imparare una lingua è difficile. L’ha studiata a scuola con scarso successo e difatti noi italiani siamo agli ultimi posti in Europa per padronanza di una lingua straniera. Eppure da molti anni l’insegnamento delle lingue è presente in misura massiccia nelle scuole, e lo era già anche negli anni in cui la scuola era considerata difficile.

La scuola mitizzata e continuamente richiamata dai nostalgici ha prodotto una generazione che aveva magari ottimi voti in inglese e in francese, ma che anche oggi ha bisogno dell’interprete appena varca le soglie del nostro paese: a cosa sono servite tutte le lezioni sulla grammatica e sul lessico? Forse le cose sarebbero cambiate proponendo verifiche più difficili?

Un discorso analogo può essere fatto per la padronanza dell’italiano, cioè della lingua madre. Gli insegnanti lamentano una progressiva riduzione della padronanza nell’uso della lingua da parte degli studenti e fra le spiegazioni più ricorrenti c’è che “si fa poca grammatica”. Ci vogliono più esercizi di grammatica? La necessità di essere più esigenti e più severi è il ritornello che si sente più frequentemente.

Di recente, durante una conferenza, un’insegnante mi ha chiesto come poteva aiutare un alunno di terza media con Disturbo Specifico dell'Apprendimento (DSA) a imparare le proposizioni oggettive. La maggior parte della platea composta di docenti NON sapeva cosa fossero, ma l’insegnante insisteva perché lo prevede il programma e perché le prove INVALSI contengono molti esercizi grammaticali. Ripensando al nostro bambino che a trentadue mesi mostra già una competenza grammaticale matura, mi sono chiesto se amerà la grammatica e se andrà bene alle prove INVALSI. Continuerà a fare scoperte come quelle che fa sul linguaggio, oppure si appiattirà progressivamente per adattarsi a imparare nozioni e regole secondo il modello unico che gratifica alcuni docenti e facilita la valutazione?

 

La scuola dell'apprendimento è interessante, stimolante, cooperativa

Capire quali sono le scelte didattiche per favorire l’apprendimento è quanto mai attuale dato che in questo periodo si parla molto di “buona scuola”. Vuol dire che dobbiamo rendere la scuola più difficile? Abbiamo qualche speranza che la scuola, invece che rinforzare il modello nozionistico, orienti la didattica verso i principi dell’apprendimento che sono innati ma mobilitati dalla curiosità?

La memorizzazione, cardine della scuola dell’istruzione e delle verifiche, spegne la curiosità e la tendenza alla scoperta. La richiesta di rendere la scuola più difficile non risponde al modello dell’apprendimento ma a quello dell’istruzione e genera in alcuni docenti condotte parossistiche che abbiamo chiamato “disturbi dell’insegnamento”.

La scuola dell’apprendimento non è facile o difficile, ma è interessante, stimolante, cooperativa. Tutti gli studenti hanno lo stesso problema ma ciascuno lo affronta e lo elabora con i suoi strumenti e insieme al docente, ricerca una soluzione.

Abbiamo già citato più volte esperienze in cui la scuola, rovesciando i canoni della didattica dell’istruzione per lasciare spazio all’apprendimento, si è trasformata in un luogo interessante per i ragazzi, dove il tempo scorre veloce e apprendere è di nuovo un divertimento e un gioco, come all’inizio, meglio che all’inizio.

 

Fonte: Giuntiscuola

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