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Quei 3 mesi di matematica che mancano alle bambine

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In Italia il gap è di 24 punti contro una media Ocse di 16. E tra gli alunni migliori sale addirittura a 39. «Solo un papà su sei crede che la figlia possa appassionarsi alle materie scientifiche Così l’ansia di non essere all’altezza costringe le studentesse a giocare in difesa»

«Ognuno di noi è un genio — diceva Albert Einstein — ma se giudichi un pesce in base alla sua capacità di arrampicarsi su un albero, passerà tutta la sua vita credendo di essere uno stupido». È più o meno quello che provano la maggior parte delle ragazze italiane: amano la scuola, studiano, fanno i compiti, leggono con passione o almeno con più passione dei loro coetanei, ma quando è ora di dimostrare le loro capacità si sentono letteralmente come dei pesci fuor d’acqua. E il risultato è scontato.

 

Che cosa rende gli sforzi delle ragazze, anche di quelle più studiose e preparate, inadatti al mondo di oggi, proprio mentre i loro coetanei, che fanno meno compiti (tre ore in meno alla settimana, in media), si distraggono con i videogiochi, non amano leggere se non i fumetti, alla fine ottengono risultati migliori facendo molta meno fatica?

Come mai le ragazze italiane in matematica a quindici anni sono mediamente tre mesi indietro rispetto ai loro coetanei?

Poiché non sono loro ad essere inadatte alla scuola, potrebbe essere che la scuola non è adatta alle ragazze. Tutt’altro: a rendere così impervio il cammino scolastico femminile — secondo il rapporto Ocse-Pisa sulle differenze di genere nell’istruzione pubblicato ieri — sono due cause: l’ansia e i genitori.

L’ansia di non essere all’altezza le costringere a giocare in difesa, a non rischiare, a non mettersi in gioco, a non pensare come uno scienziato: atteggiamenti che invece per i loro coetanei, più abituati tra l’altro a usare i computer (e anche i videogiochi), sono scontati e che risultano vincenti quando si affrontano in modo empirico materie come quelle scientifiche, la matematica in primis.

La sfida mancata

In Italia le differenze nell’andamento scolastico tra le ragazze e i loro coetanei sono ancora tra le più accentuate del mondo occidentale. E le difficoltà delle ragazze aumentano quando il confronto si fa tra gli studenti migliori oppure ci si sofferma sui risultati in matematica.

«In Italia la differenza di genere in matematica — spiega Francesca Borgonovi, economista dell’Ocse-Pisa e consulente del ministero dell’Istruzione — è di 24 punti contro una media Ocse di 16 punti; tra gli studenti migliori, la differenza è addirittura di 39 punti contro una media di 24 punti. In Paesi come la Finlandia non esistono differenze tra ragazzi e ragazze in matematica».

L’Italia resta indietro

Se sei una ragazza e vivi in una famiglia povera sei spacciata. Ancora, anche in Italia, anno 2015. Se sei una ragazza che ama molto la scuola, leggi perché ti piace, fai i compiti con diligenza, tutto questo non basta a fare di te una studentessa eccellente: i tuoi compagni faranno comunque meglio. Non c’entra che sul piano formale la parità ragazzi-ragazze sia stata raggiunta almeno dai tempi della Costituzione.

Gli esperti che hanno elaborato questa ricerca, intervistando oltre 500 mila studenti in tutto il mondo, hanno le idee abbastanza chiare anche sul perché di tale «spreco» di talenti nel nostro Paese: è colpa degli stereotipi di genere.

Le «colpe» dei padri

I genitori ancora pensano a carriere diverse per i figli e le figlie. Basta sfogliare i dati: un papà su due crede che il proprio figlio (maschio) possa poi trovare un lavoro in ambito scientifico-tecnologico, dall’ingegneria alla chimica, mentre lo stesso genitore, di fronte alla domanda su che cosa possa fare sua figlia, soltanto in un caso su sei pensa che possa finire con l’appassionarsi a materie scientifiche e dunque poi ad un lavoro che abbia a che fare con la scienza o la tecnologia.

Le mamme condividono queste scelte, e a dimostrare che i pregiudizi sono difficili da scardinare, il tipo di lavoro della mamma non influenza le scelte delle figli. In più l’Italia «è l’unico Paese dove tali differenze sono particolarmente accentuate nelle classi socio-economicamente più svantaggiate», scrivono gli esperti dell’Ocse. Si capisce perché un ragazzo su cinque pensa di lavorare nell’ambito scientifico e soltanto una ragazza su venti, a quindici anni, «osa» immaginarsi in una carriera scientifica: spesso nessuno si occupa del suo «orientamento».L’occasione ora è cercare di invertire questo circolo vizioso. E nel rapporto c’è un suggerimento preciso: la soluzione è affidata ai professori e alla scuola. Se si riuscirà a formare e preparare docenti capaci di usare metodi didattici che includono e favoriscono l’autostima delle studentesse, c’è un ampio margine di miglioramento.

È questa una delle sfide vere della scuola, perché «un ragazzo/a che è realizzato nel suo potenziale di studente — scrivono gli esperti dell’Ocse — sarà bravo nel suo lavoro e persino innovatore nella società». L’appuntamento è al prossimo rapporto, fra tre anni.

Fonte: La 27ma Ora

 

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