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LA SINDROME DA DISAGIO SCOLASTICO

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altPer il mondo degli adulti avere buoni risultati scolastici significa essere intelligenti, andare male a scuola vuol dire non esserlo. Questa idea che si è fatta ormai largo fra molti genitori e da alcuni insegnanti è vissuta con disagio dagli studenti, spesso vittime di ansia, paura, tensioni nei confronti delle prestazioni scolastiche e, non per niente, l’uso degli psicofarmaci è diffuso. Al successo scolastico è legata l’autostima, difatti si pensa che chi va bene è intelligente ed avrà una buona carriera, di conseguenza numerosi giovani che non conseguono buoni risultati, scelgono vie alternative per avere una positiva visione di sé, ad esempio praticano una disciplina sportiva, si dedicano alla musica, inseguono la popolarità tra i coetanei. Quei giovani che non vanno bene a scuola ma non riescono a trovare vie alternative di realizzazione rischiano l’apatia o la depressione.

Molti psicologi hanno parlato di sindrome da disagio scolastico, definibile come malessere psicologico causato da un’esperienza scolastica insoddisfacente da vari punti di vista. Tale sindrome non è alimentata soltanto da eventuali carenze intellettive o scarso sostegno della famiglia, ma anche e soprattutto dal clima psicologico della classe o dell’istituzione. Per clima psicologico si intende la qualità dei rapporti intercorrenti tra l’alunno ed i compagni, tra l’alunno ed i suoi insegnanti, il modo di percepire il regolamento scolastico.

 

Gli insegnanti hanno un ruolo rilevante nella formazione dei giovani perché sono delle figure adulte non legate agli allievi da rapporti prevalentemente affettivi, per questo possono fornire modelli sociali ritenuti meno “invischianti” di quanto lo siano i genitori. Un buon docente, oltre a essere preparato professionalmente, dovrebbe possedere capacità relazionali per essere in sintonia con gli allievi e sapere fare funzionare la classe. Infatti, se l’insegnante si concentra sul singolo rischia di perdere il controllo del gruppo, cosa che aumenta la confusione, mentre sapere interagire con l’intera classe comporta maggiore livelli di motivazione e partecipazione di tutti gli studenti.
Alcune righe di uno scritto di Umberto Galimberti dal titolo “Silenzio in aula” apparso su “la Repubblica” del 13 Marzo dell’anno 2001 può essere illuminante: “[…] A partire dall’adolescenza, per un naturale processo psicobiologico, i figli, per emanciparsi dalla famiglia, riducono il loro livello di comunicazione in casa per aprirlo fuori, con quei sostituti genitoriali che finiscono poi con l’essere i professori. Se i professori tacciono perché il loro compito è solo l’istruzione, va da sé che gli studenti si trovano di fronte a un vuoto, a una risposta mancata, che andranno a cercare altrove, ma non a scuola. Non dimentichiamo che a motivare un ragazzo a scuola non è il sapere (che semmai è un mezzo), ma il riconoscimento senza cui non si costruisce alcuna identità. Se il riconoscimento manca, come manca sempre a chi va male o va così così a scuola, l’identità, che è un bisogno assoluto per ciascun adolescente, la si costruisce altrove, in tutti i luoghi, scuola esclusa, dove è possibile raccattare riconoscimenti. Se poi fuori dalla scuola resta solo la famiglia (che a quell’età è solo l’ambito protettivo da cui, come gli aquilotti, si prova ad uscire) allora l’alternativa o è la strada con quel che la strada può fornire o è la solitudine non meno pericolosa […].

 

Fonte: L'insegnate e l'adolescente

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