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LA FUNZIONE GENITORIALE TRA STABILITÀ E CAMBIAMENTO

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discussionedi Gabriela Tavazza

 

Appena finite le mani, Geppetto sentì portarsi via la parrucca dal capo.
Si voltò in su, e che cosa vide? Vide la sua parrucca gialla in mano del burattino.
"Pinocchio! Rendimi subito la parrucca!" E Pinocchio invece di rendergli la parrucca se la messe in capo per sé, rimanendovi sotto mezzo affogato.
A quel garbo insolente e derisorio, Geppetto si fece triste e melanconico, come non era stato mai in vita sua: […] E si asciugò una lacrima.(Carlo Collodi. Pinocchio)

Introduzione
I genitori sono i soggetti più esposti a quello che possiamo definire il lavoro del lutto in quanto inderogabilmente esposti a fare i conti con quei sentimenti di delusione che gli "oggetti" procurano. E' a questo scenario che allude la citazione: quello scarto inevitabile tra il bambino reale e il bambino immaginario, tra ciò che è noto e ciò che è estraneo da noi, quindi perturbante. Il genitore si trova a vivere una tensione costante tra l'investire sui propri figli e al tempo stesso vigilare che le proprie aspettative non siano eccessive e quindi anche fonte di delusione.

 Quando prendiamo in considerazione i fenomeni umani siamo abituati ad affidarci al criterio metodologico della loro suddivisione in termini di funzioni (a che servono, a quali finalità tendono), di struttura (come sono organizzati), di processo (quali sono i meccanismi che li regolano) anche se queste dimensioni si intersecano e si influenzano reciprocamente di fatto non è possibile studiarli allo stesso livello di organizzazione.

Il tema che propongo di affrontare è così ampio che sarà possibile solo qualche stimolo per pensare, senza alcuna pretesa di esaustività. Diverse possono essere le angolature di riflessione: la funzione genitoriale a seconda della fase del ciclo vitale, gli aspetti identificatori che possono essere messi in campo nella relazione genitore- figlio, le rappresentazioni materne e paterne etc.

I termini "genitoriale" e "genitorialità" sono apparsi abbastanza recentemente nel linguaggio psicoanalitico,e pur rintracciando l'etimologia di entrambi nella parola genitore, colui che genera (Devoto Oli), di fatto vengono, nell'uso comune, utilizzati per indicare il processo attraverso il quale si diventa genitore da un punto di vista psichico. Parallelamente la parola funzione rinvia a qualsiasi attività dell'organismo che concorra alla preservazione della vita individuale e alla conservazione della specie (Galimberti, Dizionario Psicologia). Potremmo quindi intendere la funzione genitoriale come quel lavoro psichico che un genitore mette in campo nell'incontro con un figlio reale, sempre immaginario, con la finalità di sostenerne lo sviluppo della vita psichica.
Il lavoro clinico con i pazienti ha permesso negli anni,in modo sempre più specifico, di definire l'importanza della relazione delle figure genitoriali con il bambino permettendoci di identificare alcune funzioni ritenute fondanti il processo di sviluppo del soggetto.

Infatti oggi si considera opportuno il lavoro con i genitori, quando si intraprende un percorso di cura con un bambino, un adolescente o in genere nei casi di patologie gravi, ha a che fare con i significativi sviluppi della ricerca che hanno attraversato il pensiero psicoanalitico. E' naturalmente presente nella nostra mente come già Freud con il caso del piccolo Hans, avesse intuito l'importanza della funzione del genitore nel trattamento: "... ma il trattamento stesso è stato eseguito dal padre del piccolo paziente; ... nessun'altra persona, secondo me, sarebbe riuscita a indurre il bambino a tali confessioni; la conoscenza diretta delle cose che permise al padre di interpretare le parole del figlio cinquenne era indispensabile e senza di esse le difficoltà tecniche di una psicoanalisi in così tenera età sarebbero rimaste insuperabili". Presumibilmente il sintomo fobico di Hans esprimeva non solo un conflitto intrapsichico, ma anche una difficoltà nelle relazioni familiari; la risoluzione delle problematiche si può attribuire, quindi, anche al cambiamento dell'atteggiamento paterno che, a seguito dei colloqui con Freud, è diventato più attento e partecipe ai bisogni del figlio.

Nell'economia di questo lavoro non credo sia possibile ripercorrere, in modo dettagliato lo sviluppo del pensiero psicoanalitico in merito alla funzione, che nel tempo, è stata riconosciuta alla diade dei genitori nella comprensione delle problematiche psicologiche dei figli.

Desidero solo ricordarvi che il primo aspetto sul quale convergerà l'attenzione teorica degli psicoanalisti infantili della seconda generazione concerne l'influenza delle rappresentazioni dei genitori e, in modo particolare della madre, sul figlio e quindi, sul modo di prendersene cura. Questa attenzione modificherà le scelte di setting dall'introduzione della diade madre-bambino (S. Fraiberg, 1980, S. Lebovici, 1988), alla triade madre-padre-bambino fino a giungere al lavoro con la coppia genitoriale anche in assenza del bambino: in ogni caso è condivisa l'idea che non esiste una psicopatologia individuale nell'infanzia. Con questo non si vuole intendere che il bambino non sia portatore di un disagio psichico, spesso anche sintomatico, ma che questo trova una sua migliore comprensione e anche cura se collocato nella relazione fantasmatica e/o reale bambino-genitori.

Un importante contributo ci viene da S. Lebovici che ha dato rilievo, stimolato dall'opera di Winnicott (holding) e di Bion (revérie materna) agli stati emotivi della madre per lo psichismo del bambino e alla funzione genitoriale attraverso l'esperienza di consultazioni terapeutiche madre-neonato. Gli effetti del lattante sui genitori e le funzioni genitoriali sono da lui ritenuti più complessi di quanto venivano, fino allora, abitualmente valutati. L'autore ha considerato l'interazione genitore-lattante come una determinante essenziale del funzionamento genitoriale, infatti, mentre la madre organizza il mondo del bambino seguendo i suoi cicli di sonno e di fame, il bambino l'aiuta ad organizzare il mondo delle sue rappresentazioni, la trasforma in una madre e la costringe a costruirsi nuove reti di schemi.

T. Benedek (T. Benedek, 1959) è stata la prima a richiamare l'attenzione sulla funzione di genitorialità come una fase specifica dello sviluppo dell'individuo. Questa fase dovrebbe corrispondere ad un certo livello di integrazione psichica e la si comprende in termini di interazione con il bambino. Benedek ha sostenuto che la gratificazione della madre nel soddisfare i bisogni del figlio, così come la sua frustrazione quando non vi riesce, influenzano reciprocamente la sua vita emozionale e quella del bambino.
Ha così acquisito rilevanza, d'allora in avanti, la valutazione delle capacità genitoriali e il loro sostegno o promozione.
E' proprio grazie al lavoro di ricerca e clinico degli psicoanalisti di questi ultimi trenta anni che è stato portato avanti l'approfondimento di queste problematiche.

L'evoluzione dei modelli psicoanalitici ha prodotto posizioni più complesse sia sul piano della comprensione del comportamento del singolo, sia dei fenomeni che avvengono tra gli esseri umani, mettendo in luce che la dinamica della costruzione di un mondo rappresentazionale interno è legata all'introiezione di funzioni e di relazioni. Oggetto di cui si considerano anche le qualità e le capacità di contenimento nonché le specifiche valenze psicologiche. Riflettere sulla funzione genitoriale e sulle sue implicazioni che questa ha nello sviluppo psichico del soggetto passa inevitabilmente per un'attenzione alle prime relazioni che si stabiliscono con le figure di accudimento (madre/padre) in una continua tensione tra una visione intrapsichica e interpersonale del processo.

Secondo questa prospettiva si ritiene parziale il lavoro effettuato unicamente con gli oggetti interni dei piccoli pazienti: gli analisti dell'età evolutiva considerano per lo più necessario dare attenzione anche alla dimensione interpersonale in quanto il bambino ha sia una relazione interna con oggetti che chiameremo "papà, mamma" che, contemporaneamente, un rapporto con un "soggetto altro" che chiameremo "madre, padre" e con il legame tra di essi. Il bambino, in tal modo, fa esperienza non solo della sua relazione con la madre e con il padre, ma anche di quella con la coppia dei genitori.
Cercherò nel presente lavoro di mettere a fuoco quale finalità, quali effetti, ci possiamo attendere dal processo di genitorialità, e cosa accada nel momento in cui si arresta.

 

1- Aspetti fondanti la funzione genitoriale
Consapevole che sempre più frequentemente ci confrontiamo con differenti configurazioni genitoriali quali la monoparentalità, la famiglia allargata, quella adottiva, quella omosessuale o quella che ha fatto ricorso alla fecondazione assistita eterologa, ho tuttavia scelto, in questa prima parte del mio lavoro di fare riferimento ad una situazione di coppia genitoriale, tradizionalmente intesa.

Nella società contemporanea diventare genitori rappresenta probabilmente il fondamentale rito di passaggio all'età adulta. A. Giannakoulas sostiene che la vita amorosa dell'uomo si sviluppa grazie a delle fasi quali l'innamoramento, l'amore, il concepimento, la nascita, la genitorialità; il passaggio dall'una all'altra può prevedere una condizione di crisi e di necessaria elaborazione imprescindibile nel sostenere il cambiamento evolutivo. Infatti la trasformazione dalla coniugalità a due alla fase genitoriale prevede un disinvestimento delle precedenti forme e modalità della coppia stessa. Di fatto se nell'innamoramento "l'assoluto è l'essere nell'altro e con l'altro, nella genitorialità è l'essere del bambino a diventare centrale, focale. Ciò comporta una modificazione importante del mondo rappresentativo e comunicativo della coppia. La coppia può pensare al suo divenire a partire da ciò che essa è già, dalle potenzialità reali del Sè e dell'altro, tenendo presente che la nascita si radica nel vecchio, nel passato. Il principale compito evolutivo, nella genitorialità, lo si rintraccia nell'accettazione del " no-me" e della realtà dell'altro.

Possiamo già parlare dell'assunzione dell'identità genitoriale nel momento stesso in cui la coppia inizia a fantasticare intorno "all'idea del figlio". Tornano alla mente le parole di Winnicott che asseriva che il mestiere di genitore è qualcosa che la coppia inizia per gioco potendo solo successivamente coglierne le difficoltà. Di fatto il desiderio di maternità e di paternità, introducendo la fantasia genitoriale, attiva nella relazione inconscia della coppia un processo dinamico molto complesso. Il tipo di legame che i due componenti della coppia sono stati capaci di costruire (tra bisogni di fusione e di differenziazione) prima dell' arrivo del figlio può giocare un ruolo significativo sul modo in cui questo ultimo verrà accolto. Si tratta di effettuare l'iscrizione del neonato nella storia familiare. Credo sia nella esperienza clinica di molti di noi l'aver incontrato coppie che dopo un lungo periodo di vita in comune, sostanzialmente sereno, sviluppano, talvolta già nell'affrontare l'idea di un figlio, una conflittualità intensissima che in alcuni casi può esitare anche in una rottura della relazione. In altri casi la conflittualità nella coppia emerge subito dopo la nascita del figlio.

La motivazione alla procreatività è una componente significativa per entrambi i sessi e la fantasia di avere un bambino appare molto precocemente nella vita del soggetto come fantasia di autogenerazione.

La nascita di un figlio e il legame che si viene a stabilire tra la madre/padre/neonato inevitabilmente riattivano dinamiche intrapsichiche connesse alle rispettive esperienze infantili. L'esperienza di essere in tre può peraltro essere vissuta come una conferma positiva del legame e la procreatività come espressione di una alleanza della coppia. Per dirlo con le parole di Cigoli " è solo la presenza di uno spazio mentale aperto e flessibile da parte di chi genera che permette al figlio di essere sia soggetto alla storia generazionale e culturale sia di essere soggetto della storia medesima". La condivisione della genitorialità può permettere alla coppia di esplorare le reciproche fantasie e aspettative ideali su come dovrebbero essere dei buoni genitori, preoccupati di non danneggiare il bambino. In tal senso la relazione con il partner diventa un contenitore dell'affettività che viene attivata dalla messa in scena dei vissuti infantili di entrambi. Al momento della nascita i genitori hanno il compito primario di garantire la sopravvivenza fisica e psichica del bambino potendo offrire al figlio la compresenza sia di aspetti protettivi e di empatia propri del codice materno sia di aspetti emancipativi e di ordine e giustizia tipici del codice paterno.

Con D. W. Winnicott, che ha occupato un posto significativo e originale nella scuola inglese di psicoanalisi, si è passati ad una osservazione attenta della diade madre-bambino giungendo ad elaborare i concetti di madre-ambiente e di holding che hanno fondato il suo modello di setting analitico. La sua famosa frase: " Un neonato è qualcosa che non esiste" intendendo, ovviamente, che ogni volta che si trova un neonato si trova la cura materna, e senza la cura materna non ci sarebbe nessun neonato", indica come il suo pensiero e la sua clinica diano origine ad uno sguardo psicoanalitico orientato indissolubilmente sulla relazione madre bambino.

Il bambino a causa della sua immaturità biologica (Hilflosigkeit) può sopravvivere solo se le cure materne gli assicurano un soddisfacimento dei suoi bisogni così da sentire l'ambiente adatto a lui, alla dipendenza di un'onnipresenza illusoria. La possibilità per il piccolo di maturare una capacità di riconoscimento di una realtà al di fuori di lui, necessita della presenza di una madre "sufficientemente buona" capace di adattarsi attivamente ai bisogni del bambino. Essa, al tempo stesso, deve essere in grado di dimunire questo suo adattamento man mano che si accresce la capacità del piccolo di tollerare la frustrazione e riconoscere l'esistenza e la resistenza del mondo esterno. Ricordiamo, infatti, che per Winnicott sono elementi fondanti la genitorialità l'adattamento materno nella continuità e la stabilità nel rapporto con il figlio, e la fase successiva di de-accomodamento, un "venir meno adattivo" ai bisogni del bambino.

Ma vorrei procedere con ordine nell'esaminare quei punti che sostanziano il processo genitoriale e in questo tentativo mi affido alla nota ma pur sempre valida distinzione che D. Houzel ha formulato identificando tre dimensioni della genitorialità che si collocano a livelli di esperienza diverse, non dissociabili l'uno dall'altro: l'esercizio della genitorialità, l'esperienza della genitorialità e la pratica della genitorialità.

Provo a indicare per ciascun livello alcuni aspetti a mio avviso significativi.
La parola "esercizio" della genitorialità rimanda per l'autore all'aspetto fondante dell'esercizio giuridico di un diritto. I legami di parentela costituiscono un insieme genealogico al quale ciascun membro appartiene con diritti e doveri ed è organizzato attraverso regole di trasmissione. Dal punto di vista psicoanalitico lo studio della trasmissione tra generazioni ha dato conto e ragione della complessità dei processi dinamici all'opera che si inscrivono in una relazione e in una storia. Questo aspetto relativo alla trasmissione intergenerazionale o transgenerazionale lo riprenderò più avanti.

Il secondo livello denominato "esperienza" della genitorialità si riferisce a quella dimensione soggettiva conscia/inconscia di autopercepirsi genitori e di far proprie le funzioni genitoriali. Mi sembrano rilevanti due aspetti: il desiderio di figlio, e la transizione verso la genitorialità, quest'ultima generalmente collocata ad avvenuta risoluzione del complesso edipico, ci introduce al tema del narcisismo, e dell'investimento narcisistico sul figlio. Ricordo che per Freud l'amore dei genitori per i loro figli è di natura narcisistica, " il bambino deve appagare i sogni e i desideri irrealizzati dei suoi genitori. L'amore parentale, così commovente e in fondo così infantile, non è altro che il narcisismo dei genitori tornato a nuova vita". In altre parole i genitori si attendono che il figlio possa offrire loro l'opportunità di rivivere il loro essere stati bambini e la loro relazione con i propri genitori. Un rivivere che permetterebbe su un piano fantasmatico di riunire quanto di già realizzato c'è stato ma soprattutto quanto è rimasto insaturo della loro infanzia.

In tal senso la funzione genitoriale porta con sé una trasformazione dell'identità con la possibilità di un rimaneggiamento delle identificazioni con le proprie figure parentali. La fantasia di figlio accompagna la coppia nell'attesa della nascita e permette di attivare quel complesso processo di affiliazione grazie alle rispettive fantasie, attese, proiezioni, ricordi di sé bambini. Come accennavo all'inizio delle nostre riflessioni il divenire genitori inevitabilmente ci confronterà con il lavoro del lutto e della rinuncia al bambino fantasticato e frutto del nostro immaginare per lasciare il posto al bambino reale; bambino reale che ci porta a rinunciare a quel bambino presente in noi stessi.

Di fatto le esperienze nella psicoterapia genitore – bambino hanno dimostrato che le identificazioni proiettive genitoriali giocano un ruolo cruciale nel processo di investimento genitoriale del bambino. Le normali identificazioni proiettive sono di solito sostituite dal riconoscimento delle caratteristiche originali del bambino. In questo senso il processo di identificazione sembra essere il più adeguato per descrivere i meccanismi sottostanti il processo emotivo di sviluppo tra i genitori e i bambini. L'identificazione è la "forma più precoce e più originale del legame affettivo" obbedisce ad una finalità inconscia, ossia realizza il desiderio e la credenza di essere l'altro. Qualora invece ci troviamo di fronte ad una difficoltà nella relazione genitori-figli potremo incontrare delle identificazioni proiettive genitoriali rigide e immodificate nel tempo.

Che la genitorialità trovi le sue radici nel processo di identificazione con i propri genitori e con le parti infantili rappresentate dal figlio è una considerazione unanime (Cramer, Palacio Espasa, Nicolò, Norsa, Winnicott Zavattini, Giannakoulas…). Ciascuno è identificato con i propri genitori o più esattamente con le rappresentazioni fantasmatiche di questi e con la tendenza a identificare il figlio con il se stesso bambino. La genitorialità è un processo identificatorio le cui basi inconscie si stabiliscono nei primi anni di vita e si organizzano dal momento in cui si declina il Complesso Edipico.Tuttavia i derivati preconsci di questi processi identificatori emergono verso l'adolescenza e si rimodellano nell'età adulta, in particolare con la nascita del primo figlio. Di fatto l'evento trasformativo e traumatico della nascita di un figlio permette la riattivazione interna di stati affettivi specifici della propria infanzia offrendo la possibilità di una rivisitazione delle problematiche conflittuali intrapsichiche. Palacio Espasa nel suo lavoro clinico con i bambini e i loro genitori ha incontrato sia elementi preconsci delle identificazioni genitoriali con i propri genitori o con le persone significative del passato che le proiezioni sul figlio/i di aspetti di se stessi in quanto figli.

Per quanto concerne la transizione verso la genitorialità in letteratura è stato dato maggiore rilievo agli studi relativi all'esperienza della donna che diventa madre piuttosto che a quelli dell'uomo che diventa padre.

D. Winnicott, propone a proposito la teoria della preoccupazione primaria dove descrive quello stato di particolare sensibilità che inizia negli ultimi mesi di gravidanza e che perdura per alcuni mesi successivi al parto per cui "lei è il bambino e il bambino è lei"; è una condizione emotiva che si fonda su un processo di identificazione ma al tempo stesso di riconoscimento dell'altro. Si viene a creare quel processo tra genitore, che assume internamente una funzione di preoccupazione primaria verso il figlio, e figlio che attraverso l'esperienza che fa di questo sentimento può a sua volta assumerlo verso se stesso. La madre ambiente, descritta da Winnicott, costituisce l'elemento precipuo per lo sviluppo del bambino.

P.C. Racamier, ha proposto il concetto di maternalità (motherhood) per descrivere le difficoltà del lavoro psichico che la futura madre deve fare quando sa di essere incinta, il modo con cui interagisce con il bambino, nonché i pensieri, le immaginazioni e i fantasmi che il neonato e il suo comportamento risvegliano in lei procurando a volte anche rotture deliranti. Alla mamma viene chiesto un doppio movimento psichico infatti se da una parte deve cercare quella bambina che è in lei (i suoi bisogni, i suoi piaceri etc.) dall'altra deve ritrovare le braccia materne con un vissuto di essere stata capita tranquillizzata, potendo rintracciare dentro di sé quel sentimento che le permette di essere una "madre sufficientemente buona".

Sempre nel tentativo di dare conto di queste trasformazioni psichiche D. Stern ha coniato il termine "costellazione materna" (quattro temi: vita-crescita; relazionalità primaria; matrice di supporto; riorganizzazione dell'identità) per descrivere la nuova organizzazione psichica della donna che si attiva durante la gestazione, e che si può protrarre per un tempo variabile. Questa organizzazione caratterizzata da un insieme di tendenze, di fantasmi, di paure si struttura intorno a tre tipi di discorsi: il discorso con sua madre come madre di se stessa bambina, il discorso della madre con se stessa, e il discorso della madre con il suo bambino. Stern definisce questo triplice discorso la trilogia della maternità.

Per quanto riguarda il versante paterno, intendendo quel versante che vede il padre coinvolto nelle cure primarie, è meno conosciuto il processo di genitorializzazione del padre anche se l'esperienza clinica in diversi casi ci fa confrontare con situazioni di scompenso del futuro padre spesso proprio alla nascita del figlio; in condizioni estreme si può arrivare alla rottura della relazione.

Di fatto nelle prime settimane di vita, anche il padre effettua una regressione, che lo porta a svolgere il ruolo di un sostituto materno. Pertanto il desiderio della madre nei confronti del neonato è regolato dalla relazione con questo terzo. La madre è portatrice nel suo discorso, nei suoi atti, nei suoi fantasmi dell'immagine paterna.
L'interazione tra la funzione paterna intrinseca alla vita rappresentativa della madre e il funzionamento del padre reale ha un posto fondamentale nella costituzione dell'ambiente del bambino. Per esempio Winnicott pur riferendosi prevalentemente all'importanza delle cure materne "abbastanza buone", non trascura la rilevanza della funzione paterna ".. ciò include i padri; ma i padri mi debbono permettere di usare il termine "materno" per descrivere l'atteggiamento d'insieme verso i bambini e verso la loro cura" La possibilità per la madre di fornire delle cure adeguate è, d'altronde, anche in relazione con il sostegno che il padre è in grado di fornire.

Al riguardo mi sembra illuminante il seguente brano tratto dalla conversazione radiofonica di Winnicott intitolata "dire no": "Ancora una parola su certi "no" della madre. Non rappresentano forse il primo segno della presenza del padre? I padri in certe cose, equivalgono alle madri e infatti possono occuparsi dei bambini e fare tante altre cose che di solito toccano alle donne. Mi sembra però che come padri essi compaiono per la prima volta nella vita del bambino in modo indiretto, sotto forma di quella parte forte della madre che le consente di dire di "no" e di tener duro. In modo graduale, e dovuto anche al caso, il principio del no viene a coincidere con la figura maschile, il papà, che sarà poi amato e apprezzato…" Va ricordato che in modo antesignano tra il 1939 e il 1962 D. Winnicott tenne per la BBC, circa 50 conversazioni radiofoniche dedicate ai genitori con l'obiettivo da una parte di affrontare le difficoltà intrinseche al "mestiere " di genitore, dall'altra di fornire un significato a certi comportamenti dei bambini.

La funzione paterna svolge un ruolo fondamentale nell'interrompere quella dimensione di rispecchiamento fra madre e bambino e allo stesso tempo "da senso alla diade, favorendo il passaggio da essere un tutt'uno,o non essere, a una posizione intermedia che permette di riconoscere come estraneo, ma non ostile, tutto ciò che non è interno alla diade".Il fallimento della funzione paterna fa si che per il bambino sia difficile uscire dalla relazione simbiotica con la madre. La legge del padre funziona come una legge di separazione: frustrando il bambino,costringendolo a sospendere la ricerca immediata di soddisfazione gli da modo di percepirsi un individuo diverso dagli altri.

Per Eiguer la funzione del padre è anche sovradeterminata da figure collettive come i miti familiari che indicano il modo con cui questa funzione deve poter prendere forma anche a fronte delle rappresentazioni transgenerazionali. Il padre sarà tale nella misura in cui i membri della famiglia lo riconoscono come tale.
"Nessuno è padre. Il padre è fatto dagli altri. E' la famiglia che lo costituisce" Feldman (1983) evidenzia che c'è una correlazione positiva tra l'atteggiamento di soddisfazione del padre nel rapporto con il figlio e la capacità di anticipare emotivamente il suo ruolo paterno, la non prevalenza dei suoi investimenti professionali, la qualità della relazione della madre del bambino con il proprio padre, la qualità della relazione del padre con la propria madre.

Per concludere, il terzo livello chiamato "pratica" genitoriale rimanda al complesso capitolo delle cure materne/genitoriali e di come lo sviluppo del bambino risenta in modo profondo del modo con cui viene trattato dai genitori (J. Bowlby teoria dell'attaccamento: attaccamento sicuro, attaccamento angosciato ambivalente, attaccamento angosciato evitante). E' di questi ultimi anni la nozione di interazione genitori-figli che mette in rilievo la partecipazione attiva del bambino nel processo di costruzione dei legami fra lui e i genitori, questo muta la rappresentazione del bambino.

La relazione tra madre e bambino, che può svolgersi a differenti livelli (comportamentale, fantasmatico, e simbolico) non è più considerabile a senso unico dalla madre verso il bambino in quanto è ormai riconosciuto che il bambino possiede una competenza psicomotoria, sensoriale, relazionale molto precoce che può sollecitare nell'altro delle specifiche reazioni. Questa nozione di competenza del neonato è stato particolarmente sviluppato da Brazelton, a partire dai lavori di Winnicott e di tutti coloro che hanno privilegiato l'osservazione nel loro approccio clinico ai disturbi precoci del bambino (D.Stern, R.Emde, B.Cramer, Palcio Espasa etc.).

Secondo questo punto di vista il neonato non è più solo l'oggetto passivo delle cure materne, ma viene riconosciuto un' interazione reciproca che fonda e rafforza il narcisismo di entrambi i partner dello scambio. Il bambino si individualizza nello sguardo della madre che lo costituisce in quanto persona e nell'investimento libidico del suo corpo da parte della madre, che dal canto suo, secondo l'espressione di S. Lebovici, "deve lasciarsi fare madre dal bambino"...
Vorrei a questo punto soffermarmi su come la genitorialità si declini, nel procedere dello sviluppo, in quella fase specifica che è l'adolescenza. Lo sviluppo puberale e adolescenziale costituisce uno dei momenti più critici non solo per i ragazzi ma anche per i genitori. Sembrano ripetersi quegli schemi di interazione tra genitori e figli che avevano caratterizzato i primi anni di vita del figlio.

La funzione di "schermo protettivo"che i genitori hanno svolto nella prima infanzia viene riattivata in pubertà a fronte del duplice movimento della risessualizzazione dei legami e della deidealizzazione di cui i genitori sono fatti oggetto. P. Jeammet chiama "divario narcisistico-oggettuale il cammino che l'adolescente deve percorrere per assumersi in proprio le funzioni di regolazione dell'autostima e del sostegno, sia anaclitico che narcisistico, che fino a quel momento era svolto dai genitori". I genitori sono gli oggetti di investimento privilegiati della realtà esterna soprattutto se tollerano gli investimenti e permettono una gestione conflittuale della relazione con l'adolescente favorendo il contatto e la differenziazione. Gli atteggiamenti dei genitori non possono risultare indifferenti all'adolescente.

L'adolescenza per le sue trasformazioni biologiche e culturali appare come una delle età in cui maggiormente viene affrontato il tema della differenziazione e definizione della propria identità. Infatti interiorizzando gli oggetti primari il bambino può separarsi dalla madre reale successivamente l'adolescente ha il problema di distanziarsi dalle presenze fantasmatiche infantili per investire su nuovi oggetti e nuovi legami.
Queste considerazioni riguardano processi di differenziazione psichica che accadono nel mondo interno durante la fase adolescenziale. A partire da tali processi vorrei proporre anche una considerazione relativa alla complessità della dinamica familiare.

Il movimento di autonomia dell'adolescente può essere, infatti, percepito come un pericolo perché mette in discussione l'organizzazione del contesto familiare. Spesso la fase adolescenziale corrisponde alla crisi di mezza età dei genitori e del lutto dell'attraversamento di una nuova fase del ciclo vitale. Infatti il confronto con i figli, con i loro modi di crescere, l'accedere alla sessualità, il definirsi sul piano della personalità, confronta il padre e la madre con la fine dell'onnipotenza genitoriale. Processo che si accompagna da una forma di regressione nella direzione di una implicita rievocazione da parte dei genitori della loro adolescenza a contatto con quella dei figli.

 

2 - Quando il processo genitoriale subisce un arresto
La psicoterapia dei bambini e degli adolescenti comporta una crescente attenzione verso i genitori e permette all'analista di interrogarsi anche sullo specifico psichico delle loro difficoltà. Queste ultime si rivelano nello svolgere la funzione genitoriale e frequentemente si rivelano collegate a mancanze o traumi dell' infanzia dei genitori stessi. L'avvento di un figlio implica nel mondo interno del padre e della madre una diversa organizzazione psichica che presuppone la trasformazione delle loro parti infantili e che porta alla perdita dello status di figlio/a. Quando non è potuta avvenire l'elaborazione di questo lutto si evidenzieranno nella relazione con il figlio tracce sintomatiche sotto forma di scenari narcisistici.

Secondo J.Manzano e Palacio Espasa la nascita di un figlio sollecita nei genitori quel "lutto evolutivo" connesso alla riattivazione del vissuto di perdita della rappresentazione genitoriale. Vorrei riprendere la loro concettualizzazione sugli scenari narcisistici della genitorialità perché ritengo possa facilitare la comprensione di alcune empasse evolutive a cui possono andare incontro genitori e figli nella loro relazione.

Tali modelli presuppongono l'esistenza dell'interazione fantasmatica madre-figlio e si fondano sulla concezione psicoanalitica dello sviluppo e del ruolo dei fantasmi genitoriali nella costituzione dello psichismo del figlio.
Già Freud aveva potuto rilevare come in alcune relazioni amorose adulte il soggetto collocasse nell'oggetto amato i propri aspetti infantili lasciando a se stesso il ruolo della madre ideale della prima infanzia che ha creduto o desiderato di avere, il soggetto ama se stesso nel proprio partner. Configurazioni analoghe sono rintracciabili nelle relazioni genitori-figli.

La definizione di questi scenari è stata possibile in funzione dell'identificazione proiettiva predominante: a volte il genitore proietta l'immagine infantile di sé in modo prevalente sul figlio, altre è l'immagine di un oggetto interno significativo del passato dei genitori a essere proiettata.
Lo scenario narcisistico, proposto da questi autori comporta un aspetto legato alla proiezioni di parti di sé infantili dei genitori sul figlio. Tali immagini sono presentate come "carenziate o abbandonate", "idealizzate", "danneggiate". Un secondo aspetto concerne le proiezioni degli oggetti interni dei genitori che prevalentemente assumono le seguenti forme: un oggetto interno danneggiato, un oggetto interno idealizzato, un'immagine di oggetto genitoriale con caratteristiche ostili e negative.

Gli elementi che costituiscono lo scenario narcisistico genitoriale sono: la proiezione dei genitori sul figlio, l'identificazione complementare del genitore, lo scopo specifico inteso come la realizzazione di una soddisfazione di natura narcisistica, e la dinamica relazionale agita che comporta di fissare una scena o correggerla.

E' necessario per riattivare un processo evolutivo e di crescita che i genitori possano sviluppare nei confronti del figlio un equilibrio tra investimento narcisistico e investimento oggettuale La relazione narcisistica dei genitori con i figli (amore di sé nell'altro) coesiste con una relazione oggettuale in cui il figlio (amore dell'altro come differente da sé) è amato in quanto essere differenziato: è la maggiore presenza della prima a scapito della seconda che determina la sofferenza psichica, in quanto non si è tenuto conto della realtà del mondo interno del figlio. A volte l'analista si trova di fronte a dei fantasmi inelaborati da parte dei genitori che vengono evacuati nel figlio, invadendone il suo mondo interno e in alcuni casi destrutturandolo. In queste relazioni prevale una identificazione proiettiva di tipo espulsivo.
A questo punto della riflessione vorrei affrontare il tema impegnativo della trasmissione transgenerazionale.

Freud in Totem e tabù (1913) partendo dall'ipotesi di una psiche collettiva ribadisce "una continuità della vita emotiva degli uomini appartenente a generazioni successive", asserendo che "nessuna generazione sia in grado di nascondere alla generazione successiva processi psichici di una certa importanza". Chiedendosi già allora "di quali mezzi e vie si serve una generazione per trasferire alla successiva le proprie condizioni psichiche?". Inoltre in Introduzione al narcisismo (1914) pone una precisazione rispetto al doppio statuto del soggetto:" l'individuo conduce effettivamente una doppia esistenza :una in cui egli è fine a se stesso e l'altra come membro di una catena a cui è assoggettato contro la sua volontà o almeno senza la partecipazione di questa".

Ogni transizione, nell'ambito familiare, non riguarda solo il nucleo coinvolto ma anche le altre generazioni e questo appare in modo evidente nel processo di transizione alla genitorialità: il figlio non solo esprime la coppia ma è anche espressione del legame di questa con la sua storia familiare.
E' proprio a proposito dei rapporti di trasmissione e di trasformazione da una generazione all'altra che è stato sottolineato come il gruppo familiare attraverso alleanze inconsce preservi la propria continuità e identità. E. Granjon definisce l'involucro psichico familiare a partire dall'incontro e dall'alleanza della coppia. Tale involucro trova la propria origine nelle genealogia dei due partner a partire dai vuoti, dai difetti nella filiazione di ciascuno di essi.

L'involucro psichico familiare è organizzato dalla trasmissione psichica positiva definita come un processo intergenerazionale, viceversa chiamiamo transgenerazionale quel processo caratterizzato da aspetti negativi, e patologici, nel senso di non rappresentabili. La distinzione tra questi due tipi di trasmissione si basa sulla trasformazione psichica, avvenuta o meno, degli atti trasmessi tra le generazioni. Gli analisti che hanno approfondito la trasmissione transgenerazionale distinguono tre diverse modalità di organizzazione psichica: lutti, malattie, traumi sono nella prima generazione conosciuti ma non comunicati, questi avvenimenti incistati e non trasmessi attraverso la parola, diventano innominabili per la seconda generazione, e saranno impensabili per la terza generazione. Come frequentemente vediamo nel lavoro con i pazienti psicotici e le loro famiglie.

 

3- La trasformazione familiare può modificare la funzione genitoriale
I cambiamenti più significativi intervenuti negli ultimi decenni sulla scena della famiglia riguardano prevalentemente la rappresentazione che i genitori hanno delle loro funzioni. La genitorialità si è trasformata e al tempo stesso è cambiato il livello morfologico della coppia genitoriale e gli stessi valori affettivi di riferimento.
Di fatto solo qualche decennio fa la presenza di ruoli rigidi induceva a rintracciare nella madre la depositaria del codice affettivo e nel padre del codice etico. Attualmente assistiamo ad un esercizio dello stile di parenting più flessibile tale da non rendere più reale questa divisione.

Oggi per lo più i legami sono scelti e non più imposti: i giovani instaurano una convivenza senza necessariamente chiedere l'autorizzazione o il parere dei rispettivi genitori.
Parallelamente i ruoli tra il padre e la madre si sono modificati a fronte anche di un inserimento nel mondo professionale della donna che non la vede più dedita solo alla maternità. L'entrata delle madri in nuovi ruoli sociali ha trasformato la declinazione della maternità verso anche competenze paterne; viceversa stiamo assistendo ad una maternalizzazione della figura paterna.

Il passaggio alla genitorialità sembra essere soggetta in questi anni a delle modifiche dovute a specifici fattori: viene posticipato il divenire genitori rispetto al momento in cui la coppia si sposa, coniugalità e genitorialità tendono a consolidarsi come fasi sempre più distinte (in passato la nascita dei figli era la conseguenza diretta della coppia coniugale); per altro assistiamo ad una evidente divaricazione tra la sessualità e la generatività: la natalità è in diminuzione, c'è un ridotto indice di fertilità delle coppie; l'evento nascita è sempre più scelto, a differenza del passato, determinando una fantasia di controllo quasi onnipotente; il figlio tende a diventare una forma di realizzazione dell'adulto all'insegna del controllo. Il figlio, proprio a causa di questa "scelta", viene investito di notevoli aspettative ed è facile correre il rischio di essere concepito e immaginato come un modo per realizzare le persone dei genitori. Possiamo dire che la diminuzioni delle nascite e il suo carattere di "scelta" porta con sé un "concentrato emozionale"nella relazione genitori-figli.

Ogni genitore al momento della nascita, in particolare del figlio primogenito, si confronta con la capacità di svolgere le funzioni genitoriali. Questo interrogativo corrisponde ad una preoccupazione di stampo superegoico se a prevalere è un modello patriarcale di famiglia organizzata secondo il principio di autorità edipica; al contrario sollecita un'ideale narcisistico genitoriale in modelli familiari caratterizzati prevalentemente da relazioni orizzontali.
Il primo modello sollecita conflitti con l'autorità e presuppone la risoluzione dell'Edipo, il secondo attiene a livelli narcisistici relativi alle definizioni identitarie. In questo caso il genitore si viene a trovare nella condizione psicologica di attendere dal figlio il riconoscimento della sua capacità genitoriale.
I punti di riferimento affettivo degli adulti sono assicurati più spesso dal figlio/i che dai coniugi: il principio di indissolubilità si sposta dalla coniugalità alla filiazione. Infatti, il figlio grazie al legame di procreazione-filiazione che lo unisce a ciascun genitore costituisce una delle poche garanzie di continuità e stabilità esistenziale sia per se stesso che per i genitori stessi.

Di fatto siamo sempre più confrontati con nuove forme familiari. Le famiglie ricostituite,o allargate mettono i figli nella necessità di confrontarsi con fratelli acquisiti o con adulti che pur non essendo genitori naturali svolgono funzioni genitoriali con relativo e specifico investimento affettivo di tipo materno e paterno.
In particolare dalle ricerche sulle famiglie ricostituite emerge che l'aspetto centrale del processo traumatico è il riconoscimento della specificità reciproca della funzione genitoriale. La mancanza di tale riconoscimento compromette le possibili fonti identificatorie necessarie per il rapporto generazionale.

La separazione della coppia genitoriale mette i membri della coppia nella possibilità di rifondare nuove relazioni sentimentali che ovviamente comportano attivazioni fantasmatiche profonde, non sempre facilmente elaborabili sia negli adulti che nei figli che ne sono coinvolti. La qualità della presenza della persona che si unisce al proprio padre e alla propria madre e che nella vita quotidiana ne acquisisce di fatto la funzione è il segnale della riuscita o del fallimento del passaggio alla nuova famiglia.

Infatti è la certezza relativa alla gerarchia dei legami che offre spazio alla compagna/o del genitore che non può legittimare la sua esistenza da solo ma dipende dalla legittimazione dell'ex coppia genitoriale. Ma quali possono essere le implicazioni psicologiche da parte di chi assume una valenza genitoriale in assenza di una genitorialità biologica?. Se spostiamo il focus della nostra attenzione sulla relazione tra la madre non biologica e i figli della precedente unione una prima riflessione riguarda la dimensione temporale. La maternità acquisita, contrariamente alla maternità biologica non ha caratteri di continuità. L'arrivo del "figlio" è improvviso. Quindi ad una assenza di gestazione e parto biologico può corrispondere un'assenza di parto psichico. Questa nuova donna entra in uno spazio occupato dall'ombra della madre, dalla sua impronta.

La Laflamme e la David nell'articolo "La donna non madre:la maternità psichica della matrigna", segnalano come la posizione psicologica della "matrigna" rischia di favorire, in tutti i protagonisti, una riviviscenza edipica abbastanza scomoda. Le autrici si interrogano circa la funzione rievocatrice della matrigna che si trova, prendendo il posto accanto all'ex marito, a scacciare la rivale di primo letto. Laflamme sottolinea l'importanza, nelle nuove famiglie, dell'integrazione di aspetti teneri e sensuali, infatti se una madre biologica riesce a trasmettere ai figli la propria percezione soddisfatta di donna-madre, la percezione che questi avranno della nuova compagna del padre sarà libera dalla fantasia della strega libidica che ha vinto sulla vergine-madre. L'esperienza clinica sembra segnalare che se colui o colei che nella nuova coppia svolgono funzioni riescono a elaborare il lutto connesso a questa loro posizione possono più facilmente condividere lo spazio della genitorialità.

In questo senso è molto frequente che chi si unisce ad una persona con figli ricerchi tramite "il fare" una legittimazione del suo ruolo; a volte questo fare è sorretto da fantasmi riparativi o di rivalità: si vorrebbe fare tutto per riuscire dove il genitore biologico potrebbe aver fallito. La riattualizzazione della dimensione edipica connessa all'inclusione ed esclusione del terzo, se osservata dal versante dei figli potrà evidenziare un trionfo della gelosia edipica. Infatti il livello edipico con la corrispettiva identificazione del bambino al padre e della bambina alla madre può complicarsi. La separazione dei genitori può alimentare la fantasia inconscia di aver potuto cacciare il genitore dall'Eden. Al nuovo partner viene richiesto un compito difficile: da una parte di assumersi delle responsabilità come se fosse un genitore, dall'altra di non occupare il "posto" del genitore biologico, preservandone l'immagine.

Parallelamente anche il figlio gli chiede di comportarsi come una madre o un padre mantenendo un posto nella propria mente per il genitore assente. Il nuovo partner dovrebbe essere capace di svolgere un complesso lavoro psichico che lo veda avvicinarsi e "fare", ma al tempo stesso lasciar spazio al genitore biologico. Queste differenti relazioni che si alternano e si sovrappongono nel tempo (week-end alterni, vacanze etc.) necessitano di un continuo processo di elaborazione sia dei legami e della loro differente natura, che delle rappresentazioni interne delle figure di riferimento. Spesso queste relazioni possono risultare anche non stabili nel tempo rendendo più complesso il processo di separazione-individuazione, non favorendo il senso di appartenenza.

Vorrei concludere con la riflessione che l'essere in grado di generare dei figli non ci fornisce l'identità di genitori. Come ci ricorda A. Giannakoulas la genitorialità non è "decorativa" non è cioè qualcosa che si aggiunge ad uno stato precedente, ma è qualcosa che modifica profondamente e durevolmente le specifiche personalità dei genitori e la coppia nel suo insieme. Credo che il nostro compito, in qualità di operatori che si occupano della salute psichica, sia quello di creare quei contesti terapeutici in cui sia possibile, a fronte di una empasse evolutiva, riattivare quel processo di genitorialità che possiamo chiamare simbolica (Nicolò 2005).

Una genitorialità che collocando il bambino/ragazzo all'interno delle relazioni emotive del genitore e della coppia genitoriale lo renda soggetto-oggetto di desiderio sia proprio che dei genitori. Quest'ultimi investendolo di contenuti simbolici ne consentiranno un'affiliazione, permettendo di generare a sua volta in lui una capacità simbolica.

 

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Fonte: Centro Psicanalitico di Firenze

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