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Il linguaggio dell'accettazione

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di Tiziana Di Iorio

 

“La maggior parte di noi è cresciuta parlando una lingua che ci spinge ad etichettare, a fare paragoni, a pretendere e ad emettere giudizi, anziché a diventare consapevoli di quello che sentiamo e di che cosa abbiamo bisogno. (…) Tale educazione ci induce spesso a domandarci se c’è qualcosa di sbagliato nei nostri sentimenti e nei bisogni che proviamo. Impariamo presto a scollegarci da quello che accade dentro di noi”.

                                                         (Marshall B. Rosenberg, in Le parole sono finestre [oppure muri])

 

Secondo l’opinione comune se un bambino è accettato per quello che è, non cambierà mai. I genitori, nonni e insegnanti, quindi, si affannano ad interagire con i bambini usando una serie lunghissima di “verbi correttivi e moraleggianti”: ammonire, correggere, fare la predica, ordinare, ecc. Tutti termini che hanno come risultato quello di far sentire il bambino non accettato.

La reazione del bambino non può che essere di difesa o resistenza. Quindi può arrabbiarsi, smettere di parlare, ribattere, sentirsi inadeguato o inferiore, sentire che non ci si fida di lui e delle sue capacità, sentirsi frustrato, non capito. Il linguaggio della “mancata accettazione” fa così profondamente parte delle relazioni quotidiane che diventa davvero difficile modificarlo, se non con un allenamento ed un’attenzione costanti.

La maggior parte di noi vorrebbe che i nostri figli avessero una buona autostima e la capacità di mettersi in gioco; i genitori sono, di solito, molto orgogliosi delle prodezze dei loro figli, ma pochi danno la giusta importanza al linguaggio con cui costantemente ci rivolgiamo a loro, nelle più svariate circostanze. Siamo grandi dispensatori di lodi (e anche su questo ci sarebbe molto da dire), ma poi usiamo spesso un linguaggio poco rispettoso della loro integrità, non realizzando quanto siamo noi stessi a minare le fondamenta della loro autostima.

L’accettazione permette alle persone di cambiare, di usare al meglio le proprie potenzialità. Ovviamente l’accettazione deve essere percepita dall’altra persona. Ci sono tre modalità attraverso le quali possiamo comunicare la completa accettazione: il non intervento, l’ascolto attento e passivo e l’ascolto attivo.

Un’occasione perfetta per applicare ilnon intervento l’abbiamo quando assistiamo ai giochi dei nostri figli. Immaginiamo un bambino che sta costruendo un castello di sabbia o facendo un puzzle o giocando con le costruzioni. I suoi movimenti possono essere non corretti, impedendogli di arrivare alla soluzione. Gli adulti intorno a lui sono portati ad intervenire “non così bagnata la sabbia”, “non in quel verso”, “se la fai così alta, la torre cadrà”, ecc. Forse siamo animati dalle migliori intenzioni e vogliamo risparmiare al nostro bimbo la frustrazione dell’insuccesso, ma così facendo riusciremo solo a farlo sentire inadeguato, non capace. Aspettiamo che sia lui a chiederci aiuto, restandogli accanto e dimostrandoci presenti, ma senza interferire. I bambini ci tengono alla loro autonomia, ci tengono a dimostrarsi capaci di fare ed è giusto lasciargli il tempo di imparare, permettendogli anche di sbagliare.

L’ascolto attento e passivo permette di sintonizzarci con l’altra persona, senza interferire nel racconto che ci sta facendo. Ascoltare senza aggiungere giudizi o interpretazioni, ma dimostrando attenzione con la postura, lo sguardo o le interiezioni permette all’altro di sentirsi accolto, dandogli così la possibilità di esprimersi liberamente. Saper ascoltare è una qualità poco praticata comunemente, spesso stiamo già pensando alla risposta da dare, mentre il nostro interlocutore sta ancora parlando. I bambini poi hanno ancora più bisogno di tempo per mettere ordine nei loro pensieri, per riuscire a tradurli in parole. Hanno bisogno del nostro tempo. Ascoltarli senza interromperli, né, peggio ancora, correggerli, consente loro di sentirsi trattati da pari, di non vedere interrotto il flusso delle loro emozioni, di percepirsi accettati e accolti sempre.

Con l’ascolto attivo, invece, si rimanda all’interlocutore anche un feedback su quanto abbiamo capito del suo discorso: prima si ascolta in silenzio, poi si restituisce il contenuto del discorso usando parole nostre. Questo vale sia nella conversazione tra adulti, sia nelle interazioni con i bambini. Quando un bambino ci comunica un messaggio, ci sta anche rimandando un suo bisogno insoddisfatto: può essere affamato o triste o spaventato, ecc. I bambini usano un codice  o un simbolo per spiegarsi (è quello che si chiama processo di codifica) e l’adulto che riceve il messaggio deve decodificarlo in maniera corretta. Il processo di decodifica avviene non rimandando al bambino un altro messaggio, ma riformulando il suo e inviandolo come feedback. Questo dà al bambino la certezza di essere stato ben compreso e all’adulto di non aver frainteso. Un ascolto attivo non è qualcosa che venga naturalmente, per la maggior parte di noi; richiede esercizio ed autocontrollo, ma vale la pena provare e riprovare se vogliamo migliorare la qualità delle nostre relazioni.

Se un bambino si sente pienamente compreso e accettato, è più disposto a comprendere e ad accettare un genitore. I bambini con bisogni non soddisfatti e difficoltà che permangono reagiscono con comportamenti che risultano incomprensibili a noi adulti, ma che hanno origini lontane. Un verdetto di cattivo comportamento è qualcosa con cui etichettiamo i bambini, raramente lo usiamo per gli adulti. Il bambino non fa di proposito qualcosa di irritante per l’adulto, sta solo cercando di fare ciò che reputa soddisfacente per se stesso. Ovviamente comprendere questo non vuol dire lasciar fare al bambino tutto quello che desidera, ma significa valutare delle alternative possibili perché si interagisca quotidianamente in un clima rispettoso dei bisogni del bambino e anche di quelli dei genitori!

Un metodo efficace consiste nel proporre uno scambio: un comportamento inaccettabile con uno che sia accettabile. Proporre un’alternativa consente all’adulto di intervenire senza violenza, di cambiare la situazione senza umiliare il bambino e quest’ultimo sente accolto il suo legittimo bisogno di giocare, sperimentare, pur dovendo in qualche maniera cambiare l’oggetto del suo divertimento o il suo obiettivo.

Le reazioni dei nostri figli saranno diverse anche in base alle nostre risposte e non ci si riferisce al contenuto della risposta, ma alla forma. Se nostro figlio ci chiede un gelato (o qualunque altra cosa) e noi riteniamo che non sia il momento perché si sta per cenare, anziché rispondere con un “no, bisogna cenare”, che crea immediatamente irrigidimento e opposizione, possiamo rispondere “sì, dopo aver cenato”.

I messaggi in prima persona costituiscono un’altra modalità di comunicazione non violenta che permettono a chi ne fa uso di esprimere chiaramente un proprio bisogno e a chi li riceve di non sentirsi giudicato o accusato o aggredito,  mentre i messaggi in seconda persona risultano accusatori e coercitivi. I primi lasciano la responsabilità all’adulto (perché è lui che ha un disagio), i secondi la gettano completamente sui bambini (che non riescono a rendersi conto di aver creato un disagio).

Per fare un esempio: “Spegni la televisione, mi stai facendo impazzire” è un messaggio in seconda persona, che può essere trasformato in “Quando il volume della tv è così alto, non riesco a parlare”; “sbrigati, sei sempre così lento” può diventare “quando devo aspettare così tanto che tu sia pronto, arrivo tardi al lavoro”, ecc. Se i bambini (ma anche gli adulti) non vengono mortificati, sono più disponibili a collaborare. Inoltre un messaggio in prima persona permette loro di realizzare che i genitori sono esseri umani, con dei limiti, fisici, psicologici e che hanno bisogno anche della collaborazione dei figli.

Ovviamente le cose non sempre sono così lineari e prestabilite, per cui accade che, nonostante gli adulti utilizzino i messaggi in prima in persona, il bambino non abbia nessuna voglia né di collaborare, né di cambiare idea sui suoi progetti. Il compito dell’adulto è trovare un compromesso e, a seconda dell’età del bambino, possibilmente trovare la soluzione insieme. Assicuro che questo può essere fatto anche con un bambino di due anni!

 

 

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