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Senza cittadinanza: le scelte scolastiche dei figli degli immigrati

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di Isaac Tesfaye

La condizione di “italiani con il permesso di soggiorno” determina una preferenza per gli istituti tecnici, nella convinzione che questo acceleri la possibilità di trovare un lavoro al termine degli studi

Nel sistema scolastico italiano un momento fondamentale è rappresentato senza dubbio dal passaggio dalla scuola secondaria di primo grado a quella di secondo grado, cioè dalla scuola media a quella superiore. È una scelta che i ragazzi compiono sostanzialmente all’età di quattordici anni e che incide in modo decisivo sulla propria formazione e dunque anche sul futuro approdo occupazionale. La scelta di un liceo è ormai nella quasi totalità dei casi seguita da un percorso universitario, mentre un istituto professionale rappresenta la via più rapida e pratica per l’accesso al mercato del lavoro. Entrambe le opzioni, anche se nel sentire comune accade tutt’altro, meritano pari dignità, ma il problema nasce quando,terminata la scuola media, la scelta diventa obbligata.

È questa, spesso, la condizione dei figli degli immigrati. Non essere in possesso della cittadinanza italiana influenza infatti in modo determinante le loro scelte scolastiche: i ragazzi decidono nella grande maggioranza dei casi di iscriversi negli istituti professionali e di non accedere all’istruzione universitaria. Questo emerge dalla ricerca Le seconde generazioni tra mondo della formazione e mondo del lavoro promossa da Rete G2 Seconde Generazioni in collaborazione con l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) e Save the children, con il contributo dell’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar), nell’ambito del progetto R.E.T.E. (Rows Emergenciesand Teen Empowerment) che ha come obiettivo quello di diffondere una cultura di pacifica convivenza nella società italiana attraverso una maggiore conoscenza del fenomeno della discriminazione nei confronti dei figli di immigrati da parte della società e delle istituzioni.

Gli alunni con cittadinanza non italiana nelle scuole superiori sono passati dai 130.012 dell’anno scolastico 2008-2009 ai 143.224 del 2009-2010, salendo complessivamente dal 4,8 al 5,3%. Di questi, oltre 100 mila studiano nelle scuole professionali e tecniche, dove la percentuale è doppia, intorno al 10%. La ricerca è stata condotta negli istituti tecnici e professionali di sei città del Centro-Nord caratterizzate da una forte presenza di figli di immigrati: Roma, Firenze, Milano, Torino,Padova e Vicenza. Il campione intervistato è di cento ragazzi e cinquantacinque ragazze con entrambi i genitori stranieri o appartenenti a famiglie miste.

Solo un terzo del campione si è iscritto in tempo alle scuole secondarie, mentre il 69% si è iscritto dopo i quattordici anni con punte che arrivano anche toccare i ventuno anni. La maggior parte degli intervistati dichiara di avere una cittadinanza straniera (120 su 155) e una parte di quelli che dichiarano di essere cittadini stranieri è nata in Italia. “L’alto numero di figli di immigrati iscritti agli istituti tecnici – si legge nelle conclusioni – è dovuto in parte alla loro condizione di italiani con il permesso di soggiorno. Tale condizione, infatti,determina la scelta di percorsi di formazione che accelerino la ricerca del lavoro al termine degli studi superiori (nonostante non ci sia una correlazione diretta tra lo studiare in un Istituto tecnico o in un Istituto professionale e il trovare facilmente lavoro)”. Ancora una volta si torna a leggere quella definizione,“italiani con il permesso di soggiorno”, tanto dolorosa quanto purtroppo indovinata nel descrivere l’assurda situazione vissuta dai figli degli immigrati e in particolar modo da quei ragazzi nati in Italia da genitori stranieri costretti dalle attuali norme ad attendere i diciotto anni e non superare i diciannove per poter richiedere la cittadinanza, per vedere cioè certificato ciò che è già nella realtà dei fatti: il loro essere italiani.

Dalla ricerca emerge un dato che merita un’attenta riflessione: nella scelta scolastica dei figli degli immigrati è fondamentale il ruolo svolto dagli insegnanti delle scuole medie nel condizionare le decisioni dei genitori. Nella maggior parte dei casi, gli alunni di seconda generazione sono stati indirizzati verso la scelta d’iscriversi a istituti tecnici e a corsi professionali proprio dai loro insegnanti. A questo punto sarebbe interessante comprendere quali siano le ragioni che portano i docenti a dispensare tali consigli:in un momento come quello vissuto oggi dal mondo della scuola in cui l’attuale ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo, sta provando a portare al centro della discussione, non senza polemiche, il concetto di “merito”, ci si attenderebbe che la scelta tra il liceo e un istituto di istruzione superiore fosse la diretta conseguenza del percorso scolastico compiuto dal ragazzo fino a quel momento. Purtroppo non è sempre così e non tutto si può spiegare attraverso l’aritmetica dei voti: al merito scolastico bisogna in certi casi “sottrarre” le difficoltà delle famiglie dei figli degli immigrati. Pur avendo ottenuto ottimi voti alla fine delle scuole medie, a parità di risultati coni ragazzi italiani, mentre questi ultimi si iscrivono ai licei con la prospettiva di andare all’università, i giovani delle seconde generazioni fanno scelte di segno diverso.

In questo senso è significativo un altro risultato della ricerca: tra i ragazzi che non sono mai stati bocciati alle superiori ci sono in buona parte quelli che non hanno lavorato durante il periodo di studio. È evidente, ma questo vale per tutti i ragazzi, italiani o stranieri che siano, che avere la possibilità di dedicare il pomeriggio allo studio è semplicemente fondamentale per un’ottima riuscita scolastica. Per molti dei figli degli immigrati questa possibilità talvolta è un lusso che una famiglia non si può permettere. La concentrazione dei ragazzi stranieri nei percorsi professionali si lega dunque anche all’investimento sul futuro messo in campo dalle proprie famiglie. Spesso i ragazzi figli di immigrati si iscrivono a un istituto tecnico o professionale anche quando ottengono brillanti risultati all’esame di terza media. Al contrario, tra i ragazzi italiani, spesso anche coloro che hanno esiti mediocri si indirizzano verso percorsi scolastici più lunghi.

Per quanto riguarda la natura delle famiglie dei ragazzi, la ricerca mette in luce come siano poche quelle “miste”: nella maggior parte dei casi si tratta di famiglie composte da entrambi i genitori stranieri e dello stesso Paese. In media i genitori degli intervistati sono arrivati da almeno vent’anni in Italia, si tratta dunque a tutti gli effetti di un’immigrazione stabile. Prevale tra gli intervistati la provenienza dei genitori dall’Europa dell’Est; seguono Sud America, Asia e Nord Africa. Le professioni prevalenti sono quelle legate al manifatturiero o ai servizi. Tra le madri c’è un 11% che dichiara di svolgere un lavoro impiegatizio; sono interpreti e traduttrici che lavorano a chiamata per tribunali o altri servizi. I titoli di studio dei genitori nella maggioranza dei casi sono alti rispetto al lavoro che viene svolto effettivamente.

Riguardo alla situazione abitativa dei ragazzi, la maggior parte degli intervistati vive con la famiglia in case in affitto,ma appena si ha la possibilità emerge la tendenza, che è propria anche delle famiglie italiane, a investire nel “mattone”. Le famiglie sono in media più numerose di quelle italiane: l’87%degli intervistati ha almeno un fratello o una sorella. Accade spesso che i ragazzi dedichino una parte del tempo libero ad aiutare i genitori nelle faccende domestiche, tutti dichiarano di dedicare almeno un’ora alla famiglia.

La ricerca, infine, presenta due dati che meritano una particolare attenzione perché emblematici nel rappresentare il livello di integrazione di questi ragazzi nella realtà che frequentano e in particolare nell’ambiente scolastico: il 74% degli intervistati dichiara di non essersi mai sentito discriminato e la maggior parte afferma di non avere problemi con la lingua: “Questa – sottolinea il rapporto – è l’ennesima dimostrazione che non è la conoscenza della lingua italiana a creare problemi di successo scolastico”.

Questi ultimi dati non fanno che confermare, ma su questo non vi erano dubbi, che le difficoltà non nascono dalle capacità dei ragazzi e che il problema è nelle possibilità che si decide di fornire loro: in definitiva tutto ruota attorno a un fattore determinante, quello economico. La scuola italiana di ogg isembra così vivere una storia già vista e che pensava di essersi messa alle spalle, quella in cui i ragazzi di buona famiglia si iscrivevano al ginnasio per poi proseguire gli studi, mentre i figli dei poveri sceglievano la scuola di avviamento professionale per poi andare a lavorare. Era la scuola nata nel ventennio fascista con la riforma Gentile: un’idea aristocratica della cultura, con una scuola superiore per pochi, per i migliori, per la futura classe dirigente del Paese.

Viene in mente il commosso intervento dell’onorevole Limoni, citato dai ragazzi di Don Milani in Lettera a una professoressa:“Perché mai, dovrebbero essere umiliati i più dotati di intelletto e di volontà costringendoli in una scuola dove è necessario che essi si tarpino le ali, per tenersi al volo di chi è per natura necessitato a procedere lentamente?”. Parole pronunciate in un discorso alla Camera nel 1962. Allora si parlava dei figli della povera gente, oggi siamo chiamati a non ripetere gli stessi errori con i figli degli immigrati, perché al pari dei ragazzi italiani rappresentano il futuro del nostro Paese.

 

Fonte:Libertà Civili

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