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Fragili e spavaldi - I nuovi adolescenti e l'istituzione scuola

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a cura di Mirella Grieco e Ludovica Muntoni*

Intervista a Gustavo Pietropolli Charmet

 

Torniamo come rivista sul tema degli adolescenti. Abbiamo deciso di parlarne con lei facendo riferimento essenzialmente a due dei suoi testi: “AdolescIenza (1)” e “Fragile e spavaldo (2)”.

 

Partiamo da “Fragile e spavaldo”.Un titolo intrigante. La prima domanda che ci è venuta è questa: perché l’adolescente di oggi, è al tempo stesso fragile e spavaldo e, in subordine, questo essere fragili e spavaldi vale allo stesso modo per le ragazze e i ragazzi?

La fragilità dipende dal fatto che il bambino è attualmente molto valorizzato all’interno della famiglia. È come se i genitori avessero deciso di ritenere che il loro figlio abbia una competenza innata che lo predispone per un certo tipo di scelte scolastiche, sportive, amicali, sentimentali, come se il bambino avesse già una sua personalità, un suo carattere, fosse per così dire un adulto in miniatura, un cittadino in miniatura e avesse quindi dei valori interni che lo predispongono alla relazione con la madre, con il padre, ma avesse anche una partecipazione attiva alla costruzione della relazione e alla manutenzione della relazione affettiva con il padre e con la madre. Una concezione educativa molto diversa da quella dei decenni precedenti quando si pensava che il figlio dovesse essere educato somministrando regole, valori per tenere a bada una natura egoista, appropriativa, tendenzialmente violenta, non facilmente socializzabile. Adesso i genitori pensano che il bambino sia originariamente buono, competente, socievole, che possa capire…

 

Questo è legato a quel discorso che lei ha fatto più volte sulla “famiglia affettiva”?

Sì, quella famiglia che pensa a un bambino originariamente buono, non un selvaggio da civilizzare, cui convenga offrire una relazione che lo aiuti a tirare fuori quelle che sono le sue verità, le sue propensioni, le sue capacità potenziali. Quindi un modello educativo in cui si pensa che si possa farsi obbedire per amore non per paura del castigo. Questo implicitamente valorizza molto il sé del bambino che sente che c’è una aspettativa nei suoi confronti, una fiducia che lui possa fare molto di più, che possa capire molto di più, che possa avere legittimamente diritto ad un successo sempre maggiore nella scuola, nello sport, nella società, nella rete delle relazioni con gli amici. Questa valorizzazione, sia di quello che il bambino è ma anche di quello che può avere diritto a riscuotere nell’ambito delle relazioni sociali, credo che contribuisca a rendere molti bambini precoci, sportivi, socievoli, svegli. Però ad un certo punto può contribuire a far sì che il bambino interiorizzi che si hanno delle aspettative molto elevate nei confronti dei suoi successi. Questo può renderlo fragile perché sente che ci si aspetta molto di più da lui, teme di non essere all’altezza delle proprie aspettative interne, teme perciò di essere umiliato e mortificato. La paura di fare una brutta figura, di non essere in realtà una bella persona che, semplicemente comparendo in classe o nel gruppo sportivo, ha successo, ha riconoscimenti, riscuote simpatia o interesse, può renderlo fragile rispetto a possibili insulti, mortificazioni, esclusioni, critiche e umiliazioni. La prospettiva di non essere adeguato ad avere successo, il bisogno di riconoscimento, di tenerezza rispecchiante che evochi lo scenario originario in cui per statuto aveva diritto a un riconoscimento particolare, a un investimento ed una aspettativa particolare, quindi questa fragilità che lo rende timoroso di riuscire a riconquistare sulla scena sociale lo stesso successo, può indurlo ad essere spavaldo e a denigrare l’importanza delle fonti del possibile riconoscimento come la scuola….

 

Le istituzioni insomma....

Sì, tutto quello che potrebbe erogare la patente di piccolo genio ma che si teme non la rilasci affatto. Allora la spavalderia è la negazione dell’aspettativa, della dipendenza, la rivendicazione di una superiorità, di una autonomia dal giudizio degli altri che può rendere anche aggressivi o trasgressivi. Ho cercato di descrivere questo processo che mi sembra colleghi i cambiamenti avvenuti all’interno della famiglia a un contesto sociale fondato sulla cultura del narcisismo, ispirato alla sottocultura della pubblicità, dei mass media, di internet, che sospinge verso il successo, verso l’affermazione, verso la visibilità sociale, premia il narcisismo, lo avalla, istigando ancor più i preadolescenti che alle soglie del loro debutto sociale si chiedono: riuscirò a farmi vedere? A farmi valere? A essere riconosciuto? La sottocultura, soprattutto quella televisiva, avalla questa richiesta ed ha pure delle soluzioni: basta che tu ti renda visibile compiendo gesti, imprese o partecipando a un casting all’interno del quale fai intravedere le tue potenzialità. Il fatto di concretizzare la fantasia di una propria affermazione sociale gratuitamente, per quello che si è non per quello che si è imparato, per una abilità o per una competenza per la quale ci si è lungamente allenati, proprio come persona, non con il ruolo di studente, il ruolo di sportivo, ma apparendo semplicemente. Questa idea avallata dalla sottocultura della società del narcisismo può rendere spavaldi e insensibili alla dimensione etica.

 

D’accordo, ma le rifaccio la domanda: questo che lei dice e che troviamo anche nel suo libro vale allo stesso modo per i ragazzi e le ragazze di oggi, per i maschi e le femmine?

Sì, ma si esprime naturalmente in modo diverso. Il bisogno di attenzione alla bellezza, bellezza fisica, bellezza della persona, bellezza intesa come capacità di attrarre lo sguardo, di sedurre ha espressioni diverse nei maschi e nelle femmine. Le femmine, se si va a vedere, quanta violenza possono esercitare nei confronti del loro corpo se i loro ideali interni di bellezza non vengono appagati dallo sguardo allo specchio o alla bilancia. I disturbi alimentari, le anoressia e le bulimie rispondono tutti a queste logiche. C’è un ideale di bellezza crudelissimo che fa vergognare e mortifica l’adolescente femmina e la induce a modificare la propria corporeità per obbedire a un ideale prefisso di magrezza o cadendo negli agguati che questo tentativo comporta. I maschi si indirizzano invece verso la palestra, il doping, l’uso di sostanze che illudono sulla possibilità di non sperimentare la fatica. Quindi cocaina, anfetamine, tutte le droghe che usano i maschi per aumentare le prestazioni del corpo. Si esprime in modi diversi nei maschi e nelle femmine, ma fa sempre in qualche modo parte di un uso particolare del corpo che viene ritenuto il responsabile o il tramite per riuscire a conquistare la soddisfazione narcisistica. Questo rende gli adolescenti attuali molto attenti a ciò che dice il corpo e pronti a punirlo se non è all’altezza del compito. Quindi devono cercare di modificarlo. Per questo i pearcing, i tatuaggi, tante condotte anche non patologiche. Essi tendono a pensare che il corpo naturale non soddisfi le esigenze narcisistiche in tema di una bellezza particolare e che quindi non li renda abbastanza carismatici, interessanti. Il tema del narcisismo della bellezza comporta prima di tutto l’immagine allo specchio, l’immagine riflessa dallo specchio sociale, del giudizio sociale, e poi naturalmente le contromisure: o si attacca il corpo oppure spavaldamente si diventa famosi attraverso il bullismo, la prevaricazione, si conquista la fama di una visibilità attraverso le azioni violente. Questo per i maschi. Per le femmine, attraverso manipolazioni violente del corpo che restituiscono una visibilità che non è quella auspicata.

 

Lei parla anche di assenza di regole e afferma che la mancanza di ideologie rende il narciso libero di costruire la propria identità. I condizionamenti dei media, di cui lei ha già detto, facilitano o complicano questo processo di costruzione di identità degli adolescenti di oggi?

Lo complicano perché chi è narcisisticamente fragile è affamato di modelli e soprattutto di un avallo sul fatto che si può diventare famosi, ricchi senza sviluppare competenze speciali, proprio per il valore intrinseco del sé, della persona. Questi valori sociali diffusi del diritto alla visibilità, al successo e all’affermazione colludono con l’ideologia narcisistica individuale privata in campo educativo, in campo valoriale mette in scacco la teoria del sacrificio, dell’impegno, del limite, dell’allenamento, cioè dell’acquisizione lenta di una competenza che alla fine verrà riconosciuta e premia invece l’ipotesi che con un colpo di mano si possa riuscire a conquistare visibilità e successo. C’è qualcosa nella società e nella sottocultura dei media che avalla la rapidità della propria affermazione,togliendo valore alla pazienza e all’impegno, soprattutto al limite. Bisogna riconoscere l’esistenza di un limite che è sociale, biologico ma anche limite delle proprie capacità e competenze. Per cui le aspettative dovrebbero essere confrontate con ciò che onestamente si sa fare, che si è preparati a fare e che si è studiato, imparato.

 

Proprio questo ci fa riflettere sul ruolo della scuola come istituzione. Lei diceva prima che l’adolescente narciso nega il ruolo delle istituzioni e naturalmente una delle prime istituzioni che nega è proprio la scuola. Noi che siamo insegnanti e che parliamo agli insegnanti ci chiediamo cosa si può fare per riportare in un circuito virtuoso la scuola e l’adolescente narciso, naturalmente senza negare questa trasformazione (che percepiamo). Lei nel libro “AdolescIenza” dice che il modello educativo attuale non è in grado di accogliere la vena creativa dell’adolescente. Pensa che questa potrebbe essere la strada, incentivare l’aspetto creativo dell’adolescente?

Penso che la scuola stia cercando di organizzare una risposta intelligente alle esigenze dei suoi nuovi utenti. Se è narciso che va a scuola, è ovvio che bisognerebbe riuscire a dare importanza alla relazione. Vedo che nei casi in cui la formazione del gruppo classe è presa in grande considerazione e si studia sia la composizione che la sua manutenzione, questo aiuta l’adolescente, narcisisticamente orientato, a capire che solo l’uso delle mediazioni, consentite dall’esercizio del ruolo di studente, gli consente di stabilire buone relazioni con i coetanei e anche con gli adulti che insegnano. Questo può essere un primo passo. Il problema di narciso è che non vuole usare il ruolo di studente che gli sembra una umiliazione. Lui vuole essere riconosciuto come persona e non come studente. Ma lo si aiuta se gli si fa capire che può realizzare il suo obiettivo, che è quello di essere riconosciuto anche per il valore della sua persona oltre che per le abilità che svilupperà, se usa il linguaggio che le tradizioni e le mediazioni gli mettono a disposizione nel suo ruolo di studente. Questo lo si può fare se si valorizzano le relazioni orizzontali, quindi il gruppo come gruppo di lavoro che conquista successo e visibilità perché riesce a realizzare il proprio progetto condiviso. Non è che il narciso usi l’arma del disprezzo e annichilisca il valore simbolico e istituzionale della scuola a priori, lo farà se gli sembrerà di non riuscire a farsi valere, a partecipare, a costruire assieme agli altri una operazione di rispecchiamento e di sostegno reciproco, sia tra studenti sia tra studenti e docenti.

 

Però se ciò che lei dice è vero, come pensiamo che sia, questo svuotamento, questa mancanza di riconoscimento dell’istituzione non verrebbe un po’ meno?

Sì, perché attraverso l’offerta della costruzione di una relazione fondata sulla reciprocità, sul riconoscimento del valore del ruolo degli studenti, che riconoscono il ruolo dei docenti, si arriva a ricostruire l’istituzione scolastica, non regalandole un valore simbolico e istituzionale in bianco, ma attraverso la sperimentazione di quanto possa essere utile e importante per la realizzazione del sé. Una scuola che è al servizio della realizzazione del sé, cioè della creatività, della comunicazione, della socialità, dello sviluppo di quelle competenze che servono poi per acquistare credibilità, successo, riconoscimento. Questo aspetto educativo credo che sia già in atto nella scuola: nella scuola dell’autonomia, nella scuola multietnica. Di questa attenzione alla formazione del gruppo, al riconoscimento reciproco, all’uso del ruolo mi sembra che ci siano già delle tracce diffuse. Certamente ci sono delle aree in cui il gruppo si trasforma in banda, prende potere sul gruppo degli adulti e diventa davvero molto difficile usare qualsiasi marchingegno che ristabilisca l’ordine. Credo che la scuola in questo momento sia un cantiere in cui si studia come trasformare in risorse, quelle che sulle prime possono apparire difetti o ostacoli insormontabili come la mancanza di motivazione, la mancanza di attribuzione alla scuola di un valore e di un significato simbolico. Invece tutto ciò può essere recuperato attraverso l’offerta di una relazione educativa intelligente, che segua anche le indicazioni della pedagogia più moderna che parla di imparare facendo, e mettere in campo tutto il repertorio delle nuove tecniche.

 

1) G. Pietropolli Charmet, Fragile e spavaldo, Bari, Laterza, 2011

2) G. Pietropolli Charmet, AdoleScienza, Torino, Edizioni San Paolo, 2010

 

*pubblicato su Cooperazione Educativa, anno 60, n. 3/2011

 

Fonte: Movimento di Cooperazione Educativa

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