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Pinocchio, una fiaba senza lieto fine

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di Claudio Bosetto

Di norma, si sa, le fiabe finiscono bene. Una fiaba che finisse con la morte del protagonista non sarebbe più tale[1], sarebbe una tragedia, eppure questo è lo strano destino di uno dei più noti racconti per bambini: nell’omonimo famosissimo racconto Pinocchio muore, ma nessuno sembra farci caso. La sua morte è piuttosto un avvenimento positivo, che segna l’arrivo di quell’altro “Pinocchio-bambino-vero”, personaggio che pure Collodi considera quanto mai poco interessante e noioso se, arrivato lui, il racconto finisce.

La morte di Pinocchio non suscita lutti e commozione, la tragedia passa inosservata.

- E il vecchio Pinocchio di legno dove si sarà nascosto?

- Eccolo là, - rispose Geppetto; e gli accennò un grosso burattino appoggiato a una seggiola, col capo girato su una parte, con le braccia ciondoloni e con le gambe incrocicchiate e ripiegate a mezzo, da parere un miracolo se stava ritto. 

Pinocchio si voltò a guardarlo; e dopo che l'ebbe guardato un poco, disse dentro di sé con grandissima compiacenza:

- Com'ero buffo, quand'ero un burattino!... e come ora son contento di essere diventato un ragazzino perbene!...(cap. 36)[2]

Dice Roberto Benigni, regista del recente film sulle avventure del burattino: «Quanto alla conclusione, tra tante bugie, l’unica vera menzogna di Pinocchio è proprio in quelle due frasi finali: “Come sono contento di essere diventato un bambino buono! E come ero buffo da burattino”. Difficile credergli... Per diventare umano, per essere accettato nella società, Pinocchio deve infatti perdere l’ingenuità, la sua onestà. Credo che sia la sola fiaba senza lieto fine».

Queste affermazioni, unite alla visione del film e alla rilettura del libro, mi hanno sollecitato alcune analogie tra la storia di Pinocchio e la realtà, analogie che in questo articolo proverò a esplicitare. Nessuna “critica letteraria” dunque, tanto meno un processo alle intenzioni di Collodi, solo “analogie”, quelle somiglianze che all’improvviso ci balzano agli occhi dentro una complessità di vicende dove ognuno vede e coglie quel che può. Analogie quindi non per offrire una conoscenza ma per suscitare domande.

Le vicende di Pinocchio che abbandona il “Sé-burattino” per adeguarsi al modello del “bambino-perbene” richiestogli come condizione per ottenere l’amore della mamma-fatina e per non far morire babbo Geppetto, non potevano che riportarmi alle tante vicende raccontate da Alice Miller ne Il dramma del bambino dotato.

Quanti Pinocchi hanno condiviso quel destino! Quanti Pinocchi hanno dovuto abbandonare la propria originale e vitale esuberanza per farsi accettare ed ottenere una parvenza di amore dai loro genitori! Quanti Pinocchi, non riuscendo a rinunciare interamente ad esprimere la loro vita emotiva, hanno finito per sentirsi terribilmente in colpa, pensando di aver meritato, con il loro “cattivo” comportamento, il rifiuto della loro madre e la morte-abbandono del loro padre!

Alla fine il protagonista del racconto di Collodi diventa buono, col tempo non ricorderà più il burattino che era stato, ma mi par di sentire le struggenti parole che Alice Miller fa dire al suo “bambino dotato”:

Dietro la buona prestazione si riaffaccia [...] il bambino – piccolo e solo – che si chiede: «Come sarebbe andata se di fronte a voi [genitori, n.d.a.] ci fosse stato un bambino cattivo, rabbioso, brutto, geloso, pigro, sporco e puzzolente? Dove sarebbe finito, in tal caso, tutto il vostro amore? Eppure io ero anche tutto ciò. Ciò non vorrà dire, forse, che non io fui amato, ma ciò che fingevo di essere? Che ad essere amato fu il bambino educato, ragionevole, scrupoloso, capace di mettersi nei panni degli altri, il bambino comodo che non era affatto un bambino?...»[3]

Nel mondo di Pinocchio non ci sono tentennamenti: solo i bambini perbene sono degni d’amore, e sono perbene i bambini che soddisfano i bisogni dei loro genitori. Allora chi è che muore? Chi è il vero Pinocchio? Il burattino o il ragazzino perbene?

Possiamo comunque formulare due ipotesi.

In base alla prima la fiaba ci ricorda una vicenda che può essere dolorosa ma che è necessario attraversare: nella crescita qualcosa muore in ogni caso, si trasforma in qualcos’altro: abbandoniamo modalità infantili più rassicuranti per assumere responsabilità adulte. Diventare adulti implica una sofferenza, un lutto. In questa ipotesi la vicenda di Pinocchio ci racconta del viaggio, a volte doloroso ma necessario, che tutti noi abbiamo fatto per diventare adulti. Quello di Pinocchio è il destino di tutti noi, e Geppetto, la Fatina, il Grillo, agiscono positivamente per favorire la crescita del burattino e la sua trasformazione. Pinocchio si mette nei guai per la sua disobbedienza, incontra personaggi negativi grazie alla propria irresponsabilità. Ma alla fine in questa ipotesi si può ritenere che egli venga rieducato e redento, superando la tendenza che lo portava ad essere cattivo, egoista e scansafatiche.

Ma se è vera la premessa di questa ipotesi, che cioè la crescita come ogni cambiamento può essere fonte di disagi e sacrifici dolorosi quanto necessari, siamo veramente certi della buona fede pedagogica degli educatori di Pinocchio? Costoro si sono preoccupati solo del suo bene o gli hanno imposto sacrifici funzionali non già alla sua crescita bensì alla conservazione del potere e dei pregiudizi degli adulti? E siamo certi che il Pinocchio che muore sia soltanto un burattino senz’anima e stupido come un pezzo di legno da buttar via? Oppure il Pinocchio che muore, la vittima finale del “dramma” di Collodi, è addirittura una parte vitale dell’infanzia del protagonista? Perveniamo così alla seconda ipotesi.

In questa ipotesi Pinocchio non si trasforma, bensì si suicida, uccide il suo vero Sé, costretto a tale estremo gesto dalla necessità di essere accettato e di non essere causa della morte del padre. Dato che non può essere accettato per quello che è, e dato che gli si dice che il suo comportamento rappresenta il male assoluto (addirittura causa di morte), rinnega e abbandona se stesso e diventa un “bambino vero”.

Qual è insomma il destino di Pinocchio? Il burattino muore perché così deve essere, o potrebbe esserci un altro destino? Ciò che viene abbandonata è la parte infantile, egocentrica, onnipotente… oppure muore anche la parte più vitale, più autentica, muore l’individualità, l’unicità di Pinocchio, il quale, per essere finalmente accettato, deve abbandonare qualcosa di se stesso e adeguarsi ai modelli comportamentali che gli vengono richiesti. Come dice il proverbio: con l’acqua sporca si butta anche il bambino?

Non sappiamo cosa accadrà nella vita al Pinocchio bambino diventato adulto possiamo però ragionare su come è stata la prima infanzia di Pinocchio e attraverso quali vicende, utilizzando quali sistemi si è finalmente giunti a farlo diventare un bambino vero. La pedagogia e le modalità relazionali del mondo di Pinocchio potranno dirci qualcosa sui risultati ottenuti.

Tanto per iniziare, la nascita di Pinocchio non avviene sotto i migliori auspici.

Le principale condizione per una crescita equilibrata è certamente la presenza di genitori capaci di rispettare e valorizzare tutte le parti del sé del bambino, genitori che abbiano desiderato mettere al mondo un nuovo soggetto, genitori disposti ad identificarsi con la crescita di un nuovo individuo, portatore di propri bisogni e di una originale individualità. Spesso i giochi sono stati fatti ancor prima della nostra nascita, perché la prima condizione per una crescita equilibrata è la disponibilità, la disposizione, il desiderio dei genitori di accogliere una vita[4].

Che progetto avevano i nostri genitori per noi, perché ci hanno messi al mondo? Tanti, troppi bambini nascono per essere essi stessi sostegno e puntello per la fragilità dei loro genitori.

Pinocchio non è fortunato: il progetto di Geppetto è di utilizzarlo per guadagnare soldi!

«Ho pensato di fabbricarmi da me un bel burattino di legno; ma un burattino maraviglioso, che sappia ballare, tirare di scherma e fare i salti mortali. Con questo burattino voglio girare il mondo, per buscarmi un tozzo di pane e un bicchier di vino; che ve ne pare?» (cap.2)

Chiede un pezzo di legno al suo compare Mastro Ciliegia. Il quale fornisce il legno ma lo fornisce per far dispetto a Geppetto e per liberarsi di quel pezzo di legno che non si assoggettava ai suoi voleri!

Possiamo chiederci quanto tutti noi, come genitori, siamo realmente consapevoli dell’alterità dei nostri figli, del loro diritto ad esistere indipendentemente dalle nostre aspettative più egoistiche, dai desideri e dalle speranze che nutriamo per loro in quanto finalizzate a colmare nostre carenze.

Il disinteresse di Geppetto per l’alterità di Pinocchio è evidente: lo costruisce per soddisfare un suo bisogno e già con la scelta del nome manifesta nei confronti del nascituro un atteggiamento di scherno e di insensibilità, che sembra trasmettere una vita senza speranza:

«Che nome gli metterò? - disse fra sé e sé. - Lo voglio chiamar Pinocchio. Questo nome gli porterà fortuna. Ho conosciuto una famiglia intera di Pinocchi: Pinocchio il padre, Pinocchia la madre e Pinocchi i ragazzi, e tutti se la passavano bene. Il più ricco di loro chiedeva l'elemosina.» (cap. 3)

Tanti bambini nascono per soddisfare desideri di genitori scarsamente attenti ed affettivi, genitori che tendono poi a mentire a se stessi, e ovviamente ai figli, nascondendo i propri atteggiamenti strumentali e ambivalenti ed esibendo addirittura un’immagine ideale di genitori pieni d’amore e capaci di sacrificio. Geppetto infatti, con stupefacente ipocrisia, ai primi guai che passa per Pinocchio, dice

«Sciagurato figliuolo! E pensare che ho penato tanto a farlo un burattino per bene! Ma mi sta il dovere! Dovevo pensarci prima!...» (cap. 3)

Nell’educazione di Pinocchio ritroviamo poi una radicale incomprensione dell’importanza della vita emotiva e dell’empatia: l’educazione di Pinocchio è tutta basata sugli appelli alla ragione, al buon senso, al dovere; quando questo non basta più, si ricorre a tutto l’armamentario della “pedagogia nera”[5]: si utilizza il ricatto e l’inganno, si addossano a Pinocchio colpe immani; i suoi educatori non gli si usano direttamente violenza ma lo si lascia cinicamente in balia di ogni sorta di malintenzionato.

Come tutti sappiamo, le figure di riferimento di Pinocchio, oltre a Geppetto, sono il Grillo Parlante e la Fatina.

Il Grillo (la ragione, la volontà), è assolutamente insopportabile nei suoi continui appelli al dovere, senza la minima comprensione per i bisogni emotivi del burattino, senza empatia per i suoi desideri, che saranno magari egocentrici ed irresponsabili, ma sono appunto quelli di un bambino, che deve sperimentare contemporaneamente la comprensione e il richiamo alla realtà. Quante volte come educatori ci appelliamo alla legge, alla regola, alle norme della buona educazione, e siamo tanto “autorevoli” e determinati nelle nostre argomentazioni quanto poco siamo comprensivi e soccorrevoli per le difficoltà dei nostri bambini. Ricordiamo, nel concreto, lo stile educativo del Grillo Parlante.

La storia di Pinocchio col Grillo-parlante, dove si vede come i ragazzi cattivi hanno a noia di sentirsi correggere da chi ne sa più di loro.[6]

[dice il Grillo a Pinocchio] - Guai a quei ragazzi che si ribellano ai loro genitori e che abbandonano capricciosamente la casa paterna! Non avranno mai bene in questo mondo; e prima o poi dovranno pentirsene amaramente.[7]

- Canta pure, Grillo mio, come ti pare e piace: ma io so che domani, all'alba, voglio andarmene di qui, perché se rimango qui, avverrà a me quel che avviene a tutti gli altri ragazzi, vale a dire mi manderanno a scuola e per amore o per forza mi toccherà studiare; e io, a dirtela in confidenza, di studiare non ne ho punto voglia e mi diverto più a correre dietro alle farfalle e a salire su per gli alberi a prendere gli uccellini di nido.

- Povero grullerello! Ma non sai che, facendo così, diventerai da grande un bellissimo somaro e che tutti si piglieranno gioco di te?

- Chetati. Grillaccio del mal'augurio! - gridò Pinocchio. Ma il Grillo, che era paziente e filosofo, invece di aversi a male di questa impertinenza, continuò con lo stesso tono di voce:

- E se non ti garba di andare a scuola, perché non impari almeno un mestiere, tanto da guadagnarti onestamente un pezzo di pane?

- Vuoi che te lo dica? - replicò Pinocchio, che cominciava a perdere la pazienza. - Fra tutti i mestieri del mondo non ce n'è che uno solo, che veramente mi vada a genio.

- E questo mestiere sarebbe?...

- Quello di mangiare, bere, dormire, divertirmi e fare dalla mattina alla sera la vita del vagabondo.

- Per tua regola, - disse il Grillo-parlante con la sua solita calma, - tutti quelli che fanno codesto mestiere finiscono sempre allo spedale o in prigione.

- Bada, Grillaccio del mal'augurio!... se mi monta la bizza, guai a te!

- Povero Pinocchio! Mi fai proprio compassione!...

- Perché ti faccio compassione?

- Perché sei un burattino e, quel che è peggio, perché hai la testa di legno.

A queste ultime parole, Pinocchio saltò su tutt'infuriato e preso sul banco un martello di legno lo scagliò contro il Grillo-parlante. ...» (cap. 4)

Pinocchio esprime desideri certamente irrealistici e poco responsabili, ma il Grillo, per quanto dotto, non sembra affatto conoscere ed applicare quel principio fondamentale affermato da Jung, in base a cui “non si trasforma nulla che prima non si sia accettato”. Non riusciamo a cambiare nulla del comportamento dei nostri figli ed allievi se prima non cerchiamo di accettare e comprendere quel comportamento e tutto fa il Grillo tranne che accettare e comprendere i desideri, i bisogni e i comportamenti di Pinocchio! Al Pinocchio che non vuole (e non può) subito piegarsi alle esigenze della realtà si risponde, come spesso accade, con l’insulto (“grullo”, “somaro”, “testa di legno”), il disprezzo (“mi fai proprio compassione perché sei un burattino”, ossia “disprezzo la tua debolezza di bambino”), la minaccia (“quelli come te finiscono all’ospedale o in prigione”).

La fatina purtroppo non è da meno: le sue strategie pedagogiche sono il ricatto affettivo e la menzogna. Questa ambigua fatina-sorellina-mammina non ha scrupoli nel far credere a Pinocchio di essere morta, non esita ad abbandonarlo nelle mani degli assassini, tortura Pinocchio facendogli attendere per tutta una notte il proprio aiuto. E poi pretende che Pinocchio non racconti bugie!

“QUI GIACE LA BAMBINA DAI CAPELLI TURCHINI MORTA DI DOLORE PER ESSERE STATA ABBANDONATA DAL SUO FRATELLINO PINOCCHIO” (cap. 23)

I bambini cattivi fanno morire i genitori e Pinocchio diventerà bambino buono dedicandosi unicamente alla cura del padre, sacrificandosi per lui, invertendo totalmente i ruoli educativi e familiari che prescrivono che sia l’adulto a porsi in posizione di servizio nei confronti dei bisogni del bambino .

«- Bravo Pinocchio! – dice la Fatina trasformando Pinocchio in bambino - In grazia del tuo buon cuore, io ti perdono tutte le monellerie che hai fatto fino a oggi. I ragazzi che assistono amorosamente i propri genitori nelle loro miserie e nelle loro infermità, meritano sempre gran lode e grande affetto, anche se non possono esser citati come modelli d'ubbidienza e di buona condotta. Metti giudizio per l'avvenire, e sarai felice.» (cap. 36)

Il recupero e la salvezza psicologica del bambino coincidono dunque con la sua disponibilità a rinnegare come “monelleria” tutto il proprio bisogno d’indipendenza e a farsi carico delle esigenze dei genitori.

Agli adulti che circondano Pinocchio manca radicalmente la comprensione dell’importanza dell’ascolto, manca l’attenzione ai suoi bisogni emotivi più profondi, manca il riconoscimento della originale soggettività di cui il protagonista del libro di Collodi è portatore.

Pinocchio è circondato dal silenzio, un silenzio che non è fatto tanto di mancanza di parole: queste anzi abbondano: è fatto di insensibilità, di mancanza di identificazione, di comprensione emotiva. Pinocchio è solo di fronte ad un mondo adulto che tace sui suoi bisogni autentici, che tace e mente su se stesso, che è del tutto indisponibile ad ascoltarlo.

E quindi Pinocchio muore nell’ultimo tentativo di essere accettato e di continuare a sopravvivere: il prezzo della sopravvivenza è la perdita di se stesso.

Nella storia Pinocchio muore o rischia di morire in diversi passaggi: rischia la vita con Mangiafuoco, viene derubato e impiccato dal Gatto e dalla Volpe, viene ingannato dall’Omino di Burro, viene annegato dal padrone del circo, usato come cane da guardia e rischia di finire fritto in padella. Queste avventure hanno una tragica corrispondenza con la realtà: sono proprio i bambini soli, abbandonati, misconosciuti nei loro sentimenti, non sorretti nel loro sforzo per diventare grandi, che più facilmente diventano preda di individui che li sfruttano o utilizzano.

Un’ultima considerazione: nel film di Benigni c’è una scena non presente nel testo di Collodi. Pinocchio è già bambino, va a scuola, ma il burattino non è del tutto morto: il Pinocchio-burattino è diventato l’ombra del Pinocchio-bambino. Ma sulla porta della scuola mentre Pinocchio bambino entra tutto contento e ossequioso, l’ombra di Pinocchio burattino ci pensa su e poi se ne va a correre e a inseguire farfalle e giocare per i campi.

Questo fa nascere in me un pensiero inquietante: nella scuola di Pinocchio entrano i bambini veri? Quale era il bambino vero? E chissà cosa accade nelle nostre scuole, per entrare nelle nostre classi ed essere accettati, a cosa devono rinunciare i bambini?

Chiediamocelo senza pregiudizi, se è vero che crescere significa anche necessariamente rinunciare. É un problema educativo e relazionale di grande importanza riflettere su cosa significa nel concreto questa rinuncia, quali sono i suoi limiti.

E cosa farà da grande il Pinocchio diventato bambino vero? So bene che dal passato non possiamo inferire qualcosa sul futuro di un individuo, ma, sull’onda dell’analogia, non ho dubbi: Pinocchio-bravo-bambino sarà un insegnante, o magari un psicologo, un assistente sociale... qualcuno che dedicherà la sua vita ad aiutare gli altri, seguendo il precoce insegnamento impartitogli: “non badare a te stesso, non ascoltare i tuoi bisogni, sii sempre disponibile verso gli altri, qualsiasi cosa ti chiedano“. Sarà un genitore pronto a ogni democratica dichiarazione di principi ma, come tutti noi,in grande difficoltà quando deve fare i conti con la concreta alterità dei propri figli.

Possiamo sperare che a Pinocchio-bravo-genitore, e a noi, venga in aiuto l’ombra di Pinocchio burattino a ricordarci qualcosa dell’infanzia reale.

 


[1] Cfr. M. Luthi, La fiaba popolare europea, Mursia

[2] Collodi, Pinocchio, (date le innumerevoli stampe del testo, ho scelto di indicare non il numero di pagina, ma il capitolo).

[3] A. Miller, Il dramma del bambino dotato, Boringhieri, Torino

[4] Cfr. C. Foti (a cura di), La critica della ragione adulta. Il pensiero di Alice Miller, Dispensa del Centro Studi Hansel e Gretel, di prossima pubblicazione.

[5] Cfr A. Miller, La persecuzione del bambino, Boringhieri, Torino, 1984.

[6] Già il titolo del paragrafo è significativo. Proviamo infatti a chiederci: chi di noi ha voglia di farsi correggere da chi assume una posizione di saccente superiorità? Non saremmo tentati anche noi di imitare Pinocchio e prendere a martellate quel presuntuoso?

[7] Vale la pena notare che Pinocchio non aveva affatto abbandonato la casa paterna, si era rifiutato di tornarci perché Geppetto lo minacciava!

 

Fonte

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