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Osservazioni in merito al rischio di fallimento adottivo

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di Marina D'Onofrio

Per fallimento adottivo si intende l’interruzione della relazione tra genitore e figlio adottivo e l’impossibilità di mantenere nel tempo legami tra loro. Accanto ad adozioni che riescono ad affrontare le situazioni di crisi evolutive, trovando nuove soluzioni che permettono di conservare i legami affettivi instauratisi, ci sono, infatti, altre esperienze nelle quali prevalgono sofferenza e disagio, tanto nei genitori quanto nei figli, che si concludono con il fallimento e, nei casi estremi, con la restituzione del bambino. Tale evento porta il bambino, già segnato dall'esperienza dell'abbandono, a subire un ulteriore abbandono, il cui effetto costituisce un trauma estremamente grave, che comporta conseguenze sul suo sviluppo psichico.

Il successo dell’esperienza adottiva può dipendere dalla presenza di fattori di rischio che, generalmente, per i genitori sono strettamente connessi alle motivazioni che li hanno spinti all’adozione. Tali elementi di rischio possono essere già presenti nelle storia individuale dei  protagonisti dell’adozione ma si manifestano palesemente nel momento in cui condizionano l’esito dell’adozione, conducendo al fallimento della relazione adottiva.

La dott.ssa Galli, psicologa e psicoterapeuta che si occupa di adozioni da molti anni, attraverso la sua esperienza clinica e terapeutica con famiglie e bambini adottivi ha analizzato e descritto alcuni  indicatori di rischio, che possono assumere un peso fondamentale nel definire l’esito dell’adozione; nell’individuare tali indicatori ha tenuto conto non solo delle caratteristiche delle coppie aspiranti all’adozione e dei bambini che vengono adottati, ma anche delle difficoltà e degli eventuali errori di valutazione dei professionisti che operano nel campo.

Ovviamente, è difficile parlare di “predittività” quando si parla di adozioni: gli indicatori proposti dalla Gallo non comportano automaticamente il fallimento dell’adozione, ma costituiscono elementi in grado di dare vita, in particolari situazioni, a dinamiche che influenzano negativamente il rapporto tra bambino e genitori adottivi. Per questo motivo, devono essere tenuti presente dagli operatori che accompagnano la coppia durante il percorso adottivo.

Accanto agli indicatori individuati dalla Gallo, ci sono certamente altri elementi che possono portare ad un esito negativo del percorso adottivo: caratteristiche della coppia che di per se non costituiscono fattori di rischio, possono invece rivelarsi determinanti di fronte a particolari caratteristiche del minore. Ciò sottolinea proprio la difficoltà di prevedere il modo in cui reagirà il nucleo adottivo alla presenza di tali elementi e, quindi, quale sarà l'esito dell'adozione. Ogni esperienza adottiva è a sé, e proprio per questo è necessario un attento lavoro  degli operatori dei Servizi, che devono far emergere tutte le specificità della coppia per permettere al Tribunale per i Minorenni di provvedere ad un adeguato abbinamento.

Alcuni degli indicatori individuati dalla dott.ssa Gallo sono:

l’infertilità, la sterilità, i trattamenti medici: è necessario che la coppia  abbia elaborato e superato il lutto derivante dalla sterilità/infertilità, e abbia avuto il tempo di creare quello spazio interno, psichico e mentale necessario per accogliere un figlio adottivo;

i disturbi e funzionamento psicosomatico della coppia: l’impossibilità di procreare, di soddisfare il desiderio di avere un figlio nato dalla coppia, può provocare un dolore mentale così intenso da minacciare la continuità stessa dell’individuo, tale da essere trasferito in una parte del corpo che si ammala. Tali situazioni incidono sia sul percorso adottivo che, in seguito, sulle dinamiche relazionali che la coppia stabilisce con il bambino;

le malattie organiche e disabilità: le richieste da parte di coppie nelle quali uno dei partner è affetto da malattie croniche progressive vengono, in alcuni casi, definite adulto-centriche, ovvero domande in cui il bambino adottivo viene a svolgere un ruolo “terapeutico” nei confronti dell’adulto malato. Ciò può comportare delle conseguenze sul piano psicologico per un bambino al quale non basta “sapere” di avere dei genitori, ma che necessita anche di poter “disporre” di loro, non soltanto come supporto psicofisico, ma anche per potersi identificare con loro, condizione, questa, necessaria per la crescita;

l’adozione dopo la morte di un figlio: la richiesta di adozione fatta da queste coppie pone necessariamente di fronte al problema dell’elaborazione del lutto, nonché al rischio che il figlio adottivo si trovi a dover svolgere l’impossibile compito di sostituire il bambino deceduto. Generalmente, tali situazioni si costituiscono come un “rischio a distanza”, che tende ad emergere verso la fine dell’affidamento preadottivo o con l’entrata del figlio nell’adolescenza;

il rifiuto di procreare e motivazioni filantropiche: se la richiesta di adozione viene fatta da coppie che, senza problemi di infertilità, sono spinte apparentemente solo da motivazioni filantropiche e ideologiche è possibile che dietro queste motivazioni si celino ansietà riguardanti la gravidanza e/o il parto, oppure timori di trasmettere malattie genetiche, o profonde problematiche riguardanti la sessualità di coppia. Le difficoltà, che queste persone possono avere nell’affrontare la propria evoluzione psico-sessuale, possono condizionare la crescita e lo sviluppo globale del bambino, in particolare nella fase adolescenziale, quando il confronto con questo tipo di coppia genitoriale può generare difficoltà di identificazione sessuale e di integrazione di parti di sé.

Analizziamo più approfonditamente due indicatori individuati dalla Gallo: l’adozione da parte di famiglie con figli e la situazione psico-evolutiva del bambino che viene adottato

Adozione da parte di famiglie con figli: la presenza di figli nati dalla coppia non rappresenta di per sé un elemento di rischio, al contrario  può costituire una risorsa, tanto per i figli naturali quanto per il bambino adottato. L’esito dell’adozione può risultare ad alto rischio di fallimento qualora l’arrivo del bambino venga affrontato  non tenendo sufficientemente conto o negando i bisogni e le difficoltà dei figli presenti in famiglia e dello sforzo che rappresenta anche per loro l’arrivo nel nucleo di un altro bambino, non neonato, quasi sempre con problematiche specifiche, legate alle esperienze traumatiche vissute.

La scelta adottiva dei genitori può avere delle conseguenze emotive molto forti sui figli naturali, portandoli, in alcuni casi, a sentirsi svalutati, o non all’altezza delle aspettative dei genitori, che, per questi motivi, sono alla ricerca di un “figlio speciale da adottare”. È importante non sottovalutare il carico emotivo che sia i figli naturali che il figlio adottivo si troveranno ad affrontare, e che necessita di una consapevolezza e di uno spazio mentale da parte delle figure genitoriali tale da poter accogliere e contenere le difficoltà relazionali che possono generarsi.

Situazione psico-evolutiva del bambino che viene adottato: senza dubbio, anche le caratteristiche dei minori in stato di adottabilità possono incidere considerevolmente sulla riuscita del percorso adottivo. 

Generalmente, si attribuisce all’età che il bambino ha nel momento dell’adozione un’importanza fondamentale riguardo al maggior o minor rischio di fallimento della relazione adottiva: si tende a pensare che più piccolo è il bambino, più facile sarà il suo inserimento nel nuovo nucleo, più positiva sarà la relazione con i nuovi genitori e di conseguenza minori saranno i rischi di fallimento del rapporto adottivo.

In realtà, questo non costituisce una garanzia per la positività degli esiti. L’attaccamento ai genitori adottivi e ad altre figure familiari si può verificare a ogni età. Sicuramente il periodo  adolescenziale, caratterizzato da profondi mutamenti biologici e psicologici e di ricerca della propria identità, presenta per il bambino adottato difficoltà peculiari, ma ciò è indipendente dall'età di inserimento all'interno del nucleo adottivo.

Esistono altri fattori che sembrano incidere in maniera importante: la modalità e il momento in cui è avvenuta la separazione dalla madre biologica o da chi, sin dalla nascita, si è occupato di lui; l’adeguatezza o meno dell’ambiente e delle cure che ha ricevuto nella primissima infanzia; la possibilità o meno di sviluppare un’esperienza di attaccamento precoce; la discontinuità relazionale e il grado di carenza e/o deprivazione vissute nei primi periodi della sua infanzia; eventuali maltrattamenti o violenze subiti.

La storia del bambino precedente all’adozione inciderà inevitabilmente sul rapporto che questo sarà in grado di instaurare con la famiglia adottiva, poiché le modalità con cui ha interagito con gli adulti prima dell'adozione saranno le stesse che metterà in atto con i genitori adottivi. Quando il bambino piccolo comincia ad affrontare l’assenza della madre, egli vive la sua prima esperienza di lutto, che rappresenta il primo passo verso la crescita e l’individuazione. Se nella relazione primaria ha potuto sperimentare un primitivo senso di integrità e sicurezza interiore, sarà capace di avere fiducia negli altri e anche di tollerare le frustrazioni e le separazioni con cui verrà a contatto durante la sua naturale crescita e che lo porteranno verso l’autonomia. Ma se, al contrario, il bambino cresce in un ambiente che svaluta la sua individualità, egli vivrà cercando di gestire il conflitto tra il desiderio di affermare questa sua individualità  e il timore di perdere la protezione di cui ha bisogno; pur di soddisfare il proprio bisogno di sicurezza, il bambino tenderà a conformarsi alle aspettative esterne, ai bisogni altrui, fino ad allontanare completamente da sé i propri sentimenti e desideri. Qualora le manifestazioni del disagio psichico del minore non vengono riconosciute, accolte e contenute dai genitori, possono trasformarsi in cause di fallimento della relazione adottiva.

Tenendo conto della difficoltà di proteggere completamente i bambini dalle esperienze reali di trauma, precedenti e successive all’adozione, risulta, quindi, indispensabile lavorare intensamente sull’altro versante della relazione adottiva, ovvero sulla coppia genitoriale per individuare e valorizzare le caratteristiche di personalità che potrebbero permettere loro di accogliere non solo il bambino, ma anche il suo trauma.

I momenti precedenti all’arrivo del bambino devono costituirsi come spazi di riflessione, per conoscere e meditare sulle motivazioni all’adozione e per valutare le capacità genitoriali in termini di risorse e limiti interni, oltre che educativi. È necessario, quindi, che il rapporto tra coppia adottiva e operatori dei Servizi venga inteso come un percorso che ha proprio l’obiettivo di evitare la crisi e il fallimento del progetto adottivo, dalla fase dell’informazione sino alla fase post-adottiva, passando attraverso i mesi della valutazione dell’idoneità. La Gallo individua, proprio in questo aspetto, l'ultimo indicatore di rischio: i professionisti che operano nel campo delle adozioni. Il rapporto che si instaura tra operatori e coppia aspirante all’adozione è fondamentale per la buona riuscita del percorso adottivo: deve essere un rapporto basato sulla fiducia, in cui i coniugi non devono sentirsi giudicati o sotto esame, ma liberi di esprimere i propri dubbi e le proprie preoccupazioni, per poter affrontare al meglio l’iter adottivo. Allo stesso tempo, instaurare un rapporto di questo tipo permette agli operatori di cogliere caratteristiche e dinamiche della coppia che possono essere pregiudizievoli per la buona riuscita del percorso di adozione e di capire, durante la fase post-adottiva, se il bambino si è davvero integrato in quella famiglia o se invece ci sono dei segnali di disagio e di malessere, segnali che non devono essere sottovalutati, ma interpretati affinché si possa agire in tempo.

Riflettere sui meccanismi che possono concorrere al fallimento è un compito fondamentale per tutti gli operatori sociali e gli psicologi che si impegnano in questo lavoro, consapevoli che l’adozione è l’unica possibilità per un bambino abbandonato dai genitori biologici di poter crescere all’interno di una famiglia.

Ovviamente un’adeguata attività di sostegno e accompagnamento al nucleo adottivo da parte dei Servizi è assolutamente utile, ma da sola non è in grado di mettere al riparo dal rischio di fallimento adottivo. È importante ribadire che il rischio di allontanamento dal nucleo familiare è più alto nell’età pre-adolescenziale e adolescenziale, indipendentemente dall’età del bambino nel momento in cui è entrato a far parte della nuova famiglia. Dovrebbero quindi essere promossi e potenziati servizi diretti ai giovani e agli adolescenti, avendo particolare riguardo alla storia specifica del bambino adottato, ma inserendo tale attenzione in un contesto più ampio di interventi, rivolti a tale specifica fascia di età e al nucleo familiare tutto.

 

Bibliografia

  • Galli J., Viero F. (2001), Fallimenti adottivi. Prevenzione e riparazione, Armando editore, Roma
  • Istituto degli Innocenti (a cura di) (2003), Percorsi problematici dell’adozione internazionale. Indagine nazionale sul fenomeno della “restituzione” di minori adottati da altri Paesi, in Collana della Commissione per le Adozioni Internazionali
  • N. Tarroni (2009), Il traguardo dell'adozione e le sue sfide, Franco Angeli editore.

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