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Il Bisogno dei Sette Capretti

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di Sabrina Costantini

Dopo aver letto e riletto la fiaba del Lupo ed i sette capretti (vedi i fratelli Grimm), con insofferenza quasi liberatoria, mi sono detta: ma i capretti come possono fare, per salvarsi dal lupo?

Questa domanda, mi nasce dalla forte consapevolezza di un processo senza fine e senza utilità, vale a dire le raccomandazioni della mamma, non servono effettivamente a nulla. Ed il leggere e rileggere la storia, sembra proprio il tentativo (da parte dei bambini, ma non solo) di darsi un’altra opportunità, di vincere le fauci del lupo, ma inesorabilmente ogni volta disattendono l’aspettativa. Alla fine si salvano, ma non per loro merito, ma per l’intervento riparatore della madre.

Andiamo per ordine e per essere sicuri di capirci, vediamo a grandi linee la storia. Una vecchia capra, che “ama i suoi sette capretti come una mamma ama i suoi bambini”, dice ai suoi piccini che deve andare nel bosco, per procurare il pranzo. Loro devono stare molto attenti a non far entrare il lupo, che è veramente astuto e a volte si traveste. Lo potranno riconoscere da due elementi: la voce rauca e la zampa nera.

I capretti, rassicurano la mamma e la lasciano andare tranquilla. Ma, come previsto, dopo poco arriva il lupo, che bussa alla porta fingendo di essere la mamma tornata dal bosco e porta con sé un regalo ciascuno. I capretti però, sentendo dall’altra parte una voce rauca, assai diversa da quella dolce della mamma, non si lasciano ingannare e dicono al lupo di averlo riconosciuto. Allora questi, va dal negoziante e acquista un pezzo di creta per addolcirsi la voce e così ritorna dai caprettini, che ancora una volta non gli aprono, perché vedendo la zampa nera, svelano l’inganno. Il lupo va dal fornaio, affermando di essersi fanno male ad una zampa e se la fa ricoprire di pasta, poi va dal mugnaio e gli chiede di imbiancarla di farina. Il mugnaio, insospettitosi si rifiuta, ma di fronte alla minaccia del lupo di mangiarselo in un boccone, si spaventa ed obbedisce.”Già, così fan gli uomini!” (commenta la fiaba).

Il lupo dunque bussa per la terza volta alla porta dei piccini, che sentendo la voce dolce e vedendo la zampa bianca, credono tutto vero e gli aprono. Appena entrato, i capretti si spaventano e si nascondono all’impazzata dove possono, sotto il tavolo, dentro l’acquaio, sotto il letto e così via. Il lupo lì trova e li mangia tutti! Tutti tranne l’ultimo, il più piccino, che si è nascosto nella cassa dell’orologio a pendolo.

Arrivata la mamma, gli toccò vedere quello scempio, tutto sotto sopra e distrutto e ... dei capretti, neanche l’ombra. Li chiamò uno per uno, ma nessuno rispose, eccetto l’ultimo, ancora dentro l’orologio a pendolo, che raccontò tutto alla mamma.

La vecchia capra pianse molto amaramente. Uscendo dalla casetta vide il lupo, che dormiva sazio sotto un albero e russava da far tremare i rami (come a rimarcare la sua temibilità).

Ma osservandolo meglio, vide che la pancia del lupo si muoveva, allora si disse: “vuoi vedere che quel mostro per ingordigia, se li è mangiati tutti interi?” chiese al piccolo di andare a prendere ago e filo e poi aprì la pancia del lupo. Ne uscirono i sei caprettini, sani e salvi. La vecchia capra fece loro andare a prendere dei grandi pietroni, con cui riempì la pancia del lupo, che poi ricucì senza farsene accorgere.

Quando il lupo si svegliò, fu preso dall’arsura, andò verso la fonte e si accorse che quelli che gli sembravano capretti invece erano “pietroni belli e buoni”, una volta chinato, i pietroni lo portarono giù e “gli toccò di affogare miseramente”.

I capretti, con la loro mamma, cantarono e danzarono intorno alla fontana, gridando “Il lupo è morto! Il lupo è morto!”

Ora se analizziamo questa fiaba, per altro apparentemente assai semplice rispetto ad altre storie, sia dal punto di vista strutturale che narrativo, vediamo che veicola un contenuto assai importante. Nella sua struttura, quasi semplicistica, ci offre uno spunto di verità assai profondo, una chiave di lettura importante nei riguardi di un aspetto evolutivo fondamentale.

Siamo di fronte ad una situazione di separazione e d’indipendenza, dove la mamma cerca di fornire ai piccini, gli strumenti appropriati per poter far fronte ai pericoli del mondo, impersonati dal lupo. Si raccomanda di essere accorti, il lupo è astuto e si traveste spesso. Fornisce loro, due criteri fondamentali per riconoscerlo: la voce rauca e la zampa nera, opposti a ciò che è impersonato da lei stessa (voce dolce e zampa bianca). Rinnovando così, il messaggio che la famiglia è un luogo sicuro e protettivo, mentre il mondo è pieno di pericoli, da cui ci si deve guardare.

Nonostante tutti gli avvertimenti, i piccini cadono nelle fauci del lupo e non certo per disobbedienza. Anzi, sono così bravi da non lasciarsi sedurre neppure dalla sedicente proposta del lupo, che fingendosi la mamma, dice di aver portato una regalino per ciascuno. In realtà, hanno seguito alla perfezione le raccomandazioni, ma il lupo secondo la sua natura, riesce a raggirarli e ad eliminare le condizioni-criterio, che dovrebbero aiutare i piccoli a smascherarlo.

I capretti finiscono per essere divorati dal lupo, semplicemente perché mancano d’esperienza sul mondo, di pensiero astratto, anche di reversibilità, quindi di prevedibilità. Non riescono ancora a mettere insieme una serie di fattori e confrontarli con le conoscenze, con l’esperienze, con delle ipotesi di causa-effetto, operazioni necessarie, per rendere gli eventi più comprensibili e prevedibili appunto.

Insomma, in conclusione per quanto ci si raccomandi, per quanto si cerchi di fornire ai piccoli informazioni e astuzie contro il mondo, poi di fatto questo non basta a salvarli dai “mostri”. Il lupo della fiaba infatti, rappresenta simbolicamente il mostro, la mostruosità della violenza, dei pericoli del mondo. Non a caso la vecchia capra lo chiama mostro, proprio dopo che il lupo ha divorato i piccoli. Quasi per ricordare che anche l’essere o l’oggetto più comune o “innocente” (il lupo è solo uno dei tanti animali del bosco), si può trasformare in pericolo e in mostro, in base alle circostanze, ovvero in base all’atto di ingoiare e divorare. Infatti le paure infantili possono concretizzarsi sugli oggetti o animali più disparati: il lupo, il coccodrillo, lo scimpanzé, l’uomo nero, la befana, i fantasmi, il buio, un giocattolo, una parrucca, il wc, il fuoco, il temporale, lampi, tuoni, l’acqua, ecc.

Ma naturalmente i bambini, non sanno distinguerlo o non abbastanza velocemente, o semplicemente non hanno le risorse per farvi fronte. Nella fiaba infatti, solo il più piccolo si salva e questo assume vari significati. Prima di tutto, è una sorta di artificio terapeutico per il bambino che ascolta la narrazione, è una sorta di speranza, di via d’uscita rispetto al pericolo: ce la può fare, si può salvare. Rappresenta una rassicurazione rispetto al sentire di una specifica condizione, non solo relativa al mondo esterno ma anche a quello familiare, dove è difficile essere il piccolo della casa. E’ vero che in quanto tale, il bambino avrà molti vantaggi e coccole (nelle migliori delle ipotesi), ma è anche vero che rimarrà pur sempre l’ultima ruota del carro, quello escluso da una serie di attività e conoscenze, mai “all’altezza” di, mai ancora “in grado di”, “non abbastanza grande per” e via dicendo.

Insomma, in questa come nella maggior parte delle fiabe, il più piccolo è quello che se la cava, quello che ricava i vantaggi maggiori, il più svelto e intelligente, ecc. Il più piccolo inteso in senso più globale (l’essere bambini rispetto alla condizione di adulto), se la caverà. E’ una rivalutazione ed una rassicurazione per i bambini.

Ma il significato di fondo della fiaba non cambia. Infatti, il più piccolo si salva perché essendo piccolo e inconsapevole, sceglie il nascondiglio più assurdo e illogico, quello di cui solo lui può usufruire, in quanto adatto alle sue dimensioni.

E grazie a ciò, rappresenta il testimone di quanto avvenuto, il narratore, il continuatore della storia.

Ciò che succede o dovrebbe succedere nelle famiglie, i più giovani, quelli che sopravvivo della famiglia e alla famiglia, la proseguono, ne continuano le fila e la portano avanti. Per inciso, non a caso le persone profondamente in conflitto con la propria famiglia, spesso la fanno morire con sé stessi, mancando di creare legami e generazioni successive.

La fiaba Il lupo e i sette capretti sta parlando proprio del bambino, attraverso l’artifizio letterario-proiezione “una vecchia capra che ama i suoi piccini, come una mamma ama i suoi bambini”, che rende più leggero e tollerabile il racconto. Immaginatevi l’angoscia del pensare i propri figli rapiti, uccisi, divorati o chissà cosa, ciò toglierebbe lucidità e simbolismo alla fiaba stessa.

Dunque ci descrive la condizione dell’infanzia umana, della sua fragilità e della dipendenza, del bisogno di una guida genitoriale, delle regole, delle conoscenze adulte, ma soprattutto della presenza protettiva del genitore stesso (nel mondo umano assai più che nel mondo animale). La narrazione ce lo mostra molto chiaramente, per quanto i bambini possano essere giudiziosi e obbedienti, non sarà loro possibile far fronte al pericolo, applicheranno le regole in modo ferreo e ligio, senza saper articolare il pensiero, in base alla situazione. Questa loro modalità, da una parte rappresenta il segno di grande rispetto ed osservanza delle norme genitoriali, dall’altra esprime un meccanismo disfunzionale.

Parimenti disfunzionale per l’incolumità, risulterà l’inosservanza delle stesse regole, non necessariamente per sfida, come si potrebbe facilmente pensare, ma semplicemente per curiosità, per spirito d’avventura, per quel gusto di ciò che si preannuncia appetitoso, grazie alla sua presunta pericolosità, che ha acceso l’immaginazione ed il desiderio, di andarlo a conoscere e superare.

Insomma, le parole non bastano, anzi il più delle volte non servono a nulla. I piccoli imparano da ciò che vedono, da ciò che noi facciamo, da ciò che vivono con noi, che gli insegniamo come agire nelle varie circostanze, come pensare, come rispettare le regole, come cambiare le regole, come costruirne di nuove, come applicarle, come trasgredirle, come sognare, come amare, come stare in relazione a sé e al mondo. Alla fine, per quanto la raccontiamo, non potremmo mai nascondere ciò che siamo e ciò che realmente ci muove.

La fiaba delinea molto chiaramente che, per quanto noi diciamo di andare a lavorare, di andare nel bosco a recuperar il pranzo e lo facciamo per i nostri bambini, alla fine lo facciamo per noi stessi, per il nostro sistema di valori, per il nostro piacere, per la nostra necessità.

Ciò che funziona realmente in direzione del bambino, consiste nello stare con il bambino, quindi o nel rimanere a casa con lui ad affrontare il lupo, o nel portarlo con sé nel bosco pieno di insidie, o forse un po’ e un po’.

Con questo, non voglio sostenere che i genitori non abbiano diritto ad andare a lavoro, a fare le proprie cose, a prendersi dei propri spazi, ma come genitori, come educatori non devono affidarsi troppo alle parole, non devono pensare che i precetti sostituiscano i fatti, sostituiscano lui stesso. Non può essere così e non può gettare la responsabilità di ciò, sui figli stessi. I capretti non hanno colpa di essersi fatti ingannare dal lupo, loro sono stati ligi al dovere, hanno rispettato i dettami familiari, ma non hanno avuto l’arguzia, la malizia, la consapevolezza e l’esperienza di svelare l’inganno.

I bambini, pur possedendo un grande intuito ed un sentire infallibile, mancando di consapevolezza di sé, non sanno di possedere tutto ciò e non sanno dargli valore, per cui spesso credono all’apparenza delle cose, intesa in tutti i sensi (vedi ad esempio l’esperimento della reversibilità dei due bicchieri, di Jean Piaget in G. Petter).

E se l’adulto stesso, si ferma a questo livello, fornendo delle regole, delle indicazioni, credendo che ciò basti, non fa che lasciarlo solo nel mondo, magari arrabbiandosi poi per l’incapacità del figlio, per la stupidità, “in fin dei conti gli strumenti glieli ha dati!”

In questo senso, prima citavo il concetto di “salvarsi dalla famiglia”, sopravvivere ad essa, perché spesso il pericolo è insito nella famiglia stessa, nella falsa modalità di protezione, nella guida disfunzionale e destabilizzante. Quante volte si sentono genitori lamentarsi e rammaricarsi, del modo in cui i figli sono caduti nella vita, rispetto alle relazioni, al lavoro, al denaro, a disgrazie e disavventure varie, dicendo “eppure, con tutto quello che abbiamo fatto per lui!”, “Con tutto quello che gli siamo stati dietro!”, “Con tutto quello che gli abbiamo insegnato!”, “Con tutto quello che gli abbiamo dato!” e la lista potrebbe continuare a lungo.

Ma, per fortuna Il lupo e i sette capretti è una fiaba e non una favola, pertanto non contiene questa componente moralistica e giudicante, ma una forte svolta evolutiva e costruttiva. La vecchia capra infatti, nonostante il suo dolore e lo sgomento, mette a frutto la sua arguzia ed esperienza, ma soprattutto la forza della disperazione del non voler accettare che le cose siano in un certo modo, nel voler salvare a tutti i costi i piccoli e si dice che forse il mostro, per ingordigia li ha ingoiati tutti interi e forse non sono stati, stritolati, masticati, digeriti. Il mostro non li ha inglobati ancora e dunque riesce a sottrarli dalla sua pancia, li sostituisce con dei pietroni, come per renderli bocconi indigesti, pesanti fino a diventare fatali, la causa stessa dell’annegamento. Il lupo rimane così vittima, del proprio stesso misfatto.

Ancora una volta, nel finale la saggezza popolare ci rinnova che i bambini hanno bisogno dei genitori, solo loro possono salvarli, solo quei genitori che utilizzano il dolore ed il dispiacere, insieme alla determinazione e alla non rinuncia, al posto di parole, ordini e punizioni, possono veramente far uscire i mal capitati dalla pancia del mostro, dalle pericolosità del mondo. E probabilmente, la mamma capra comprende che sono ancora vivi, perché ha fruttato e sfruttato la propria esperienza personale, la propria condizione di vittima infantile.

Infatti, il messaggio finale della fiaba non è certo un ammonimento contro i pericoli del mondo, ma l’esaltazione del bisogno del bambino e della necessità della presenza dell’adulto, del suo “attaccamento” e delle sue capacità, come accompagnatore nella vita.

Non è neanche l’astuzia, l’esperienza, o il livello cognitivo quello che fa la differenza, ma la disperazione e l’amore, che danno valore a tutto questo bagaglio di acquisizioni. E’ il loro legame, il loro incastro che lo rende evolutivo ed essenziale. L’adulto separato e consapevole quindi, riesce a non far inglobare il bambino, dal mondo e da sé stesso.

Teniamo conto che il lupo sta a simboleggiare due tipi di pericoli: quelli del mondo esterno e quelli del mondo interno. I pericoli del mondo esterno fanno riferimento a tutti quegli elementi effettivi, verso cui può incorrere, che per essere fronteggiati richiedono risorse che il bambino non possiede: es. attraversare la strada, interagire con mal intenzionati, l’uso di oggetti pericolosi, l’uso improprio di oggetti, ecc. I pericoli del mondo interno si riferiscono alle paure del bambino (le naturali paure evolutive, le paure derivate da un attaccamento inadeguato, le paure patologiche) che spesso si travestono da mostri e da lupi neri, che rappresentano un vero disagio e blocco di crescita. Queste, al pari delle precedenti necessitano dell’intervento e co-costruzione dell’adulto.

Ovviamente, i primi chiamati in causa sono i genitori, ma non di meno altri familiari, educatori, insegnanti, ecc., fungono da figure di crescita e di accompagnamento.

Al proposito mi viene in mente l’Uomo senza volto.

Questo film si apre con un sogno ricorrente del piccolo protagonista, ambientato nel corso di una festa all’accademia militare. Il ragazzo viene acclamato e festeggiato, accompagnato da ragazze avvenenti, mentre i suoi patrigni incatenati, sfilano come prigionieri di guerra, la sorella minore ormai libera dall’apparecchio ai denti (quindi libera da costrizioni), la maggiore con la bocca chiusa da un cerotto, non può più dir nulla, strozzata dall’invidia, per la sua superiorità intellettuale. Tutto questo trionfo si smorza nell’angoscia: in mezzo alla folla cerca un volto che non riesce a vedere, un volto di cui lui stesso non conosce l’identità.

Il bambino, Chuck Norstadt, secondo di tre figli, si trova in profondo conflitto con la sorella maggiore e la madre, troppo presa dai vari mariti del momento, per poter prendersi cura dell’emotività del ragazzo, orfano di padre e ormai alle porte con la pubertà. I tre, sono tutti figli di padri diversi e le sorelle, in particolare la maggiore, si allea con la madre, schernendolo e denigrandolo spesso.

Dopo il primo tentativo di fuga, attraverso l’ingresso a West Point, finito in un fallimento, decide di riprovare, impegnandosi a studiare per una parte della propria vacanza. A questo scopo, si farà aiutare da Mc Leod, l’uomo senza volto, interpretato da Mel Gibson, un ex insegnante, ormai relegato in solitudine dopo un brutto incidente stradale, costato la vita all’allievo che viaggiava con lui. E’ stata parimenti compromessa la sua carriera di docente e l’integrità della sua faccia.

Questo personaggio ormai sfigurato per metà del volto e per parte del corpo, vive isolato da tutto e da tutti, amareggiato, deluso e addolorato, vede in Chuck, anche lui ragazzo difficile, una seconda possibilità, l’occasione di poter rimediare al fallimento, con il precedente discente.

Per il ragazzo, rappresenta una sostanziale possibilità di avvicinarsi all’accademia e quindi al mondo del padre, deceduto in guerra, secondo i racconti familiari, in realtà finito suicida, in seguito ad un ricovero psichiatrico (verità sbattutagli in faccia per vendetta, dalla sorella maggiore).

In breve i due s’incastrano nei rispettivi bisogni, attraverso le figure del proprio inconscio, l’impossibilità di vedere un volto per il ragazzo ed l’assenza effettiva di un volto da parte dell’uomo, sfigurato dal fallimento e dall’indefinizione. L’uno, impersona l’ombra dell’altro, l’altra parte della relazione, non ancora concretizzata in una persona.

Non a caso, si presenta anche un’interessante analogia fra queste manifestazioni di Chuck, dove si ritrova a fissare il vuoto per ore, che i medici chiamerebbero “assenza o piccolo male” e l’assenza dal mondo, il grande male del docente.

S’insegneranno molte cose l’un l’altro. Il ragazzo passerà egregiamente il test d’ingresso, ma soprattutto imparerà l’importanza del rispetto, delle regole, della costanza, del lavoro, l’importanza del comprendere, la passione, la franchezza delle relazioni, imparerà a darsi una vera possibilità, a perseguire sé stesso fino in fondo. L’insegnante da parte sua, acquisirà un volto, i suoi veri lineamenti, imparerà a doversi conquistarsi la fiducia nel suo allievo, che non è scontata e gratuita. Essere un buon insegnante infatti non basta, è anche necessario essere un buon compagno di relazione, un compagno di vita, una guida anche in assenza. Ad un certo punto, il ragazzo non vedrà più le cicatrici, che scompariranno grazie alla definizione di tratti di una persona completa, in tutte le sue parti.

Un ulteriore richiamo ci viene fornito dall’appellativo “puer stultus”, usato dall’insegnante verso il discente. Dal latino, puer stultus ci rimanda al significato di ragazzo sciocco, insensato, senza senso appunto, senza definizione, che rispecchia appunto la condizione del docente stesso, senza lineamenti e privo di definizione.

I due cresceranno, quando troveranno il volto che stanno cercando, Chuck capisce chi è suo padre e cosa è lui, l’insegnante trova sé stesso nel volto dell’allievo, che gli restituisce rispetto e amore. Ciascuno recupera il proprio passato ed il proprio dolore, Chuck recupera la verità sul padre ed una sua ipotetica e ipotizzata fragilità psichiatrica, Mc Leod recupera l’incidente, la condanna, la reclusione, la perdita.

Paradossalmente, la crescita si dispiega completamente proprio grazie alla separazione forzata ed imposta, avvenuta proprio dopo essersi trovati. Si rinnova il dolore delle perdite precedenti e l’opportunità di superarle “con presenza” e “grande costruzione”. Del resto, per andare verso il nuovo, altre possibilità ed il cambiamento, è necessario lasciar ciò che è familiare. L’unico modo. per lasciar posto ad altro appunto.

Questo film rappresenta un esempio di un processo evolutivo, condotto da un ragazzo e da una figura diversa da quella familiare, che assolve comunque un analogo ruolo, consentendo di recuperare e tamponare ciò che è mancato nell’ambito parentale. C’è un accompagnamento proficuo e reciproco, al di là delle parole, grazie ad una sintonia significativa, creatasi fra i due membri della relazione. Non c’è solo amore, ma c’è anche complicità, bisogno reciproco, rispecchiamento rispetto a figure inconsce, c’è un vivere insieme, un accompagnarsi crescendo congiuntamente.

Mc Leod, come tanti educatori e genitori, all’inizio è convinto di aver diritto a fiducia e rispetto, a priori. Ma ben presto si rende conto che non è proprio così, che anche lui deve impegnarsi nella relazione, anche lui deve stare in relazione, mettere tutto sé stesso, in modo consapevole, nel segno dello scambio. Anche lui deve prendersi le proprie responsabilità dei meriti e degli errori, presenti e passati, deve prendere atto di aver ceduto una parte del proprio potere, delegando al ragazzo la totale gestione della madre, sotto la falsa veste di una “totale fiducia”. Cede quello che è un suo ruolo: dare confini e regole.

Ed è quello che spesso capita ai genitori delle ultime generazioni, quello che rappresenta il problema più grande degli ultimi anni: le regole appunto! Troppo spesso si è assenti nel fornire una strada, che orienti e rassicuri.

Dare regole è un compito fondamentale e difficile, a cui spesso i genitori degli ultimi decenni, reduci da un sistema educativo assai rigido, hanno abdicato, arrivando fino all’assenza più o meno diretta.

Le regole infatti, non consistono semplicemente in indicazioni sul da farsi, sulla condotta migliore e sulle opzioni nelle varie situazioni, come ha fatto la vecchia capra coi figli, ma nel mostrare il buon esempio, nel vivere con, nel mettersi in gioco insieme, facendo ognuno la propria parte, senza travalicare o fraintendere i ruoli. Ed infatti, è proprio grazie al metro di paragone, che nella fiaba, i piccini possono distinguere il mostro, che ha la voce rauca e la zampa nera, dalle figure affettive (dolci e candide).

Ed invece, come è capitato a Chuck nel film, un po’ per stanchezza, un po’ per irresponsabilità, un po’ per inconsapevolezza, è frequente che ancora di più, in adolescenza, i genitori lascino i figli alla loro vita, credendo che ormai sono grandi e sono capaci di scegliere. Io credo proprio che sì, l’adolescente ha fatto passi da gigante rispetto al bambino, in termini di capacità, pensieri, relazioni, pensiero morale, ecc., ma nonostante ciò non è ancora in grado di gestirsi totalmente da solo.

Ad ogni età infatti, esistono lupi che attentano l’integrità, l’incolumità e la moralità. I bambini infatti, esprimono i propri disagi e ansie, inconsapevoli e inespressi, attraverso la proiezione su queste figure mitologiche, vede mostri sotto il letto, dietro la porta, fuori casa, nel buio, ecc.

L’adolescente a sua volta, avrà i suoi mostri, questa volta più sofisticati, espressi sotto altre vesti, talvolta con una forte componente realistica: i giudizi altrui, i voti, gli insegnanti, gli sconosciuti, i coetanei, i coetanei dell’altro sesso, viaggiare, fare una cosa nuova, tuffarsi dal trampolino, ecc.

In ogni caso, il mostro rappresenta una propria paura, una difficoltà di fronte all’espressione di sé, del dispiegarsi nel futuro. Il mostro non è altro che una parte di noi, la nostra ombra!

Se non accompagniamo i bambini ed i ragazzi, nel mondo, confrontandosi insieme con i vari mostri, ne rimarranno inesorabilmente schiacciati, ne periranno. Il lupo infatti, è astuto e si traveste, rende quindi difficile la sua identificazione.

La fiaba inoltre, mette al suo interno una figura come quella del mugnaio, che nonostante abbia intuito che il lupo stesse ingegnandosi per ingannare qualcuno, cede per paura e fa ciò che dice, senza prendersi la responsabilità di quanto ha compreso. Assumersi la responsabilità delle proprie azioni, dei propri errori, della propria paura, con i piccini e di fronte ai piccini, permette di integrare e superare la propria ombra senza rinnegarla.

E’ proprio il vivere con, che permette ai bambini di guardare con un altro occhio, di sentire, di dare ascolto all’intuizione, sostenuta dalla fiducia e dalla certezza di sé, l’unica in grado di sfatare l’inganno.

Vivere insieme significa trovare con loro un nuovo ritmo sonno-veglia, affrontare un mondo freddo e rumoroso, accompagnarli emotivamente il primo giorno d’asilo, il primo giorno di scuola e in tutte le nuove esperienze, significa accompagnarli nel sonno, attraversare la strada con loro, essere presenti al parco quando nascono diatribe sui turni dell’altalena, capire con loro cos’è successo in una data situazione, osservare cosa succede nelle sue relazioni, guardare insieme la nostra relazione, commentare insieme la TV, giocare, sognare, piangere, ecc.

Nella fiaba alla fine per il lupo, i piccini sono diventati pietroni indigesti ed è proprio il peso di ciò, la conseguenza delle sue azioni, che lo hanno condotto alla morte!

Nel legame e nella co-costruzione, i mostri periranno nell’indifferenziazione del passato, cedendo il posto a nuovi passaggi evolutivi.

Il bisogno dei capretti sarà soddisfatto, creando un ponte verso la crescita e l’individuazione. E le vecchie capre impareranno il dono della pazienza, della tolleranza, dell’accettazione e della creatività!

BIBLIOGRAFIA E FILMOGRAFIA

Grimm J., Grimm W. (1951). Fiabe. Torino, Enaudi.

Mel Gibson (regia) (1993) USA. L’uomo senza volto. Attori: Mel Gibson, Margaret Whitton, Nick Stahl, Feoffrey Lewis. Gen. Drammatico.

Petter G. (1961). Lo sviluppo mentale nelle ricerche di Jean Piaget. Giunti, Firenze.

Fonte 

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