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Home Genitori e figli:legami da svelare - Roma 2009
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Il bambino arrabbiato, un bambino che soffre

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(articolo pubblicato su siamodonne)

Ancora per molti di noi l’infanzia è una sorta di paradiso terrestre cui vorremmo tornare.

Ecco perché non sappiamo cosa fare e ci troviamo disorientati di fronte all’aggressività dei nostri bambini, alle loro paure ed angosce e ci chiediamo se è normale che un esserino, anche molto piccolo, provi anche solo degli attimi di vera collera.
Eppure la rabbia è un importante tentativo di comunicazione, seppure inadeguato, e ascoltarla è importantissimo per trovare uno sbocco, una soluzione evolutiva e costruttiva a questo disagio.La rabbia è, insieme alla gioia ed al dolore, un’emozione tra le più precoci ed è un sentimento normale che come tale va trattato altrimenti rischia di diventare un tabù di cui vergognarsi. Essa ha origini diverse; spesso è dovuta al senso di impotenza del bambino, può nascere dal confronto con i coetanei, a volte è rabbia respirata in casa e poi ritrasmessa all’esterno.

La rabbia – sostiene Alba Marcoli – sembra essere una delle manifestazioni che ci spaventano di più, in noi e negli altri. Facciamo di tutto per reprimerla, fingere che non esista, come se fosse una cosa negativa e distruttiva di cui avere paura. Così facendo invece dimentichiamo che essa ha, come tutte le cose del vivere, un inizio, un’evoluzione, una fine […] alcune rabbie sono totalizzanti e faticose da gestire socialmente perché esplodono senza controllo e senza freni inibitori e sono sintomo di una grande sofferenza sul piano mentale, accompagnata spesso da altri segnali di difficoltà nel trovare il proprio adattamento ai problemi e alle situazioni di vita. Altre rabbie sono l’espressione di disagi che si chiamano, a seconda dei casi, angoscia, dolore, impotenza, paura dell’abbandono, sentirsi svalutati, incompresi, non ascoltati”.Alcuni bambini manifestano questi sentimenti con urla o con frasi che considerano offensive. Altri reagiscono picchiando, a volte anche i propri genitori.
Che fare allora?
E’ importante che il bambino non si senta cattivo o in colpa perché è arrabbiato, altrimenti per conservare il nostro amore tenterà sempre di nascondere e reprimere le sue emozioni negative con conseguenze poco felici anche in età adulta. A volte i bambini sono anche spaventati da se stessi perciò farli sentire compresi e dare loro gli strumenti per gestire dei sentimenti così forti è la soluzione migliore.Si può tranquillizzare il bambino, dicendogli “capisco che sei arrabbiato, succede anche a me”. Se invece diventa aggressivo fisicamente possiamo bloccarlo dolcemente e fargli notare che nessuno in famiglia usa le mani, che invece può urlare o picchiare un cuscino.

L’importante è non negare la rabbia, non limitarsi a contenerla riportandola sul piano delle  “regole” familiari, scolastiche, di comportamento.Ci si può fermare ad ascoltare e stare zitti; questo permette di riportare la relazione con il bambino su un piano evolutivo e costruttivo.Certo la cosa non è semplice; accogliere la rabbia dei nostri bambini infatti significa anche accettare di confrontarsi con le altre emozioni che la sottendono e che possono entrare in risonanza con le stesse corde dentro di noi. Così può capitare che, per evitare di provarle, reagiamo anche noi allo stesso modo perpetuando un circolo vizioso per cui alla rabbia si risponde spesso o con la rabbia o con la fuga.In tante circostanze noi adulti assumiamo atteggiamenti, a volte consapevoli a volte non voluti, che a lungo termine possono ritorcersi contro di noi ed i nostri bambini; si tratta di modalità che fanno parte della nostra esperienza personale e che passando da una generazione all’altra perpetuano la trasmissione di qualche caratteristica del nostri funzionamento mentale, anche se all’interno di storie diverse.
E’ importante insomma che il genitore capisca quali sono le sue ferite, cosa appartiene alla storia del bambino che lui è stato e che può intervenire nella relazione con il figlio creando confusione e sofferenza.Quante volte noi adulti, che magari da bambini ci siamo sentiti abbandonati o iperprotetti, svalutati, ridicolizzati, inadeguati, cerchiamo inconsapevolmente di “riparare” le nostre ferite proiettando sul bambino bisogni che non gli appartengono e che invece parlano proprio di quel “qualcosa” che a noi stessi è mancato quando eravamo piccoli?
Conoscersi per educare rappresenta sempre il primo passo da compiere per presentarsi come adulti maturi, sereni, equilibrati ed accoglienti perché ciò che si può dare ai bambini è sempre e solo ciò che si è.

di Elisabetta Calvi


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