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La prigione di neve

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prigione neve light

Autore: Jan Elizabeth Watson
Editore: Fazi Editore - 2010

 

E' la descrizione intensa e profonda di una relazione familiare di una famiglia, complicata e non comune, dal punto di vista di una bambina, la protagonista, di 7 anni.

Il racconto disvela, poco per volta, una situazione familiare “limite”, inquietante, sicuramente negativa, molto complessa e di non facile codifica. Non è immediato, infatti, rendersi conto del contesto esterno in cui si svolge la storia, fatto di deprivazione e isolamento, tanto è pieno il mondo interiore dei protagonisti: una madre e i suoi due figli.

Senza raccontare troppi dettagli di un intreccio decisamente insolito, questo romanzo d’esordio della scrittrice americana Jan Elizabeth Watson, mette in luce il valore insostituibile e fondante, per la costruzione dell’identità di una persona, e in particolare dei bambini, della relazione, del legame emotivo, dell’interazione tra madre e figlio. Evidenza l’importanza di avere un canale di comunicazione, un piano di contatto, che consenta di entrare in una profonda sintonia, e di creare quel clima familiare rassicurante, confortante e favorevole per una crescita vera, profonda e piena di fiducia. A dispetto di tutto: delle privazioni, dei disagi, delle malattie.

 

Nonostante abbia tratti patologici e ossessivi, a volte crudeli, il legame madre-figli descritto in questo libro è, di fatto, una relazione piena e appagante per i due fratelli – 7 anni la piccola Asta, 9 anni il fratello Orion – ché li forma davvero e dà loro strumenti e codici per interpretare la realtà, qualsiasi realtà, anche quella nuova e sconosciuta, spesso ostile e minacciosa, che è il mondo reale, fuori dalla loro casa.

Non saranno risparmiate, a questi due bambini, delusioni, ostacoli e difficoltà ma la pienezza del loro rapporto e di quello con la madre, la capacità di cogliere le emozioni degli altri, di decodificarle e interpretarle, sono gli strumenti che permettono loro di affrontare esperienze sconcertanti e complesse, apparentemente insuperabili.

Appare così una voce lontana e poco importante, quella che parla ai bambini, “recuperati” alla madre, di incuria, negligenza, denutrizione, come se queste carenze materiali non avessero in nessun modo inciso sul mondo interiore di questi bambini, ricchissimo dell’amore sia pure distorto della madre, dei suoi bizzarri ma efficacissimi modi di “educare” alla vita, alle emozioni e ai sentimenti.

E tanto più è significativa questo storia, quanto più oggi si ritiene importante riempire i nostri figli di tanto, tutto, cose materiali, quelle utili e quelle superflue, perché abbiano la strada della vita spianata, dritta e priva di ostacoli. Mentre dovremmo dedicare la stessa cura e la stessa attenzione nel nutrire la nostra relazione con loro, in termini di spazio, di tempo, di sincera partecipazione e di vero interesse. Non è necessario apparire perfetti né tanto meno una madre “estrema” come Loretta Hewitt, ma è importante mettersi sempre in gioco e comunicare con sincerità e passione il proprio modo di essere.

Come evidenzia l’editore nella sua prefazione, la maternità è per definizione buona e richiama alla mente le cura, la dolcezza, il sacrificio. Si tende a ritenere patologico e comunque negativo tutto ciò che si discosta da questo ideale, mentre il romanzo getta una luce interessante sulla complessità e sulle molte sfaccettature dell’essere madre e della relazione familiare, senza giudizi etici o valoriali, ma attraverso lo sguardo disincantato e privo di condizionamenti di una bambina di 7 anni, pieno di amore e di fiducia nella sua mamma.

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