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Tra il dire e il fare: contrastare la tratta e la mendicità infantile a Roma

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Il Centro di Contrasto alla Mendicità Infantile nasce nel 2003 per iniziativa del Comune di Roma - Assessorato alle Politiche Sociali, grazie ai finanziamenti della legge 285/97 - con l'obiettivo di contrastare il fenomeno della mendicità infantile. Un progetto sperimentale, realizzato per la prima volta in Italia, che si propone di accogliere in un ambiente familiare e sereno i bambini sottratti alla strada, per conoscerli, assisterli e poter intervenire efficacemente sul loro contesto di vita. Il progetto è stato condiviso e definito con il Tribunale dei Minorenni e con la Procura Minorile, oltre che con la Prefettura di Roma, e inoltre - per il suo valore di difesa dei diritti dell'infanzia - ha ricevuto il patrocinio dell'Unicef.

Intervistiamo Maririna Tuccinardi, responsabile area minori dell'Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Roma.

Il Centro di Contrasto è un modello sperimentale. A quali esigenze è venuto incontro?
Il Centro è nato dall'esigenza di intervenire in modo efficace sulla realtà dei bambini che elemosinano ai semafori. L'idea è sorta negli anni 2001 e 2002. In quel periodo il problema stava crescendo e si stava rafforzando l'azione delle forze dell'ordine. Trovavano i bambini che elemosinavano ai semafori e per prima cosa li portavano al pronto soccorso per una visita pediatrica. Questo ovviamente significava lunghe attese per bambini spaventati, una visita che non sempre era necessaria, un atto medico che veniva vissuto come intrusivo e pauroso dai piccoli, agenti bloccati per ore ad aspettare coi bambini. Insomma da una parte uno spreco di tempo, da un'altra un tipo di intervento proprio inutile. Dopo il pronto soccorso, i bambini venivano portati nei commissariati o nelle caserme e lì iniziavano le ricerche per rintracciare le famiglie. I tempi di tutto questo erano lunghi e pesanti. I bambini attendevano in luoghi inadatti a loro. Una volta poi che venivano rintracciati i familiari, la Procura del Tribunale per i Minorenni quasi sempre li riaffidava immediatamente all'adulto che si dichiarava responsabile per quel minore.

La Procura viene sempre avvertita in questi casi?
Si, questo è vero sempre, quando un bambino viene fermato da solo (a chiedere l'elemosina, a rubare, a vagare, ecc.) scatta immediatamente la segnalazione in Procura. Alla Procura compete l'avvio delle indagini e poi la decisione se riaffidare o meno il bambino alla famiglia.

Torniamo a quel che accadeva un tempo…
Come dicevamo, c'era tutto questo lavorio, lento e infruttuoso per lo più. Era frustrante per chi cercava di aiutare i bambini e inutile per i bambini stessi, soprattutto perché non colpiva gli adulti sfruttatori. I piccoli lo vivevano come un trauma (pronto soccorso, caserme) e nella loro vita per lo più non cambiava nulla. Chiedere l'elemosina in Italia non è un reato. Anche quando i giudici optavano per il collocamento in comunità per minori, queste erano comunità italiane, dove non c'era personale specializzato ad accogliere bambini di quella provenienza. I bambini continuavano a non capire cosa stesse accadendo attorno a loro. Per questo si è iniziato a ragionare e studiare su come intervenire sul fenomeno della mendicità infantile: normativamente e concretamente. Il punto chiave è stato quello di cambiare radicalmente ottica: dovevamo pensare "al bambino" e a cosa fare per lui. I tempi e gli spazi dovevano essere adeguati a lui.

Ci può dare una stima del fenomeno della mendicità a Roma, negli anni?
Dal 1/2/2003 sino al 31/12/2006, il Centro ha avuto 1859 contatti, cioè bambini portati al centro o contattati dalla nostra "Unità di strada". Dire quale sia il dato "grosso" della mendicità infantile a Roma è difficile. Si tratta di un dato di complesso reperimento. In genere ci si basa su dati elaborati sulle segnalazioni, ma questi dati sono inaffidabili: un bambino può essere per esempio segnalato più volte. Inoltre le realtà stanno cambiando e sempre più spesso non si tratta di mendicità infantile bensì di bambini sotto i 14 anni usati nella microcriminalità, abituati ad essere trasferiti da una città all'altra, addestrati a dare dati falsi. Vittime di tratta, insomma, e di reti criminali. Quel che posso dire è che a Roma, soprattutto grazie all'attività del Centro, la mendicità sta calando, si vedono meno bambini ai semafori anche se ci sono ancora bambini che suonano ed elemosinano nelle metropolitane (per esempio la Metro B). Sono decisamente sempre di più i bambini che rubano e quelli vittime della tratta, i ragazzi di età inferiore ai 18 anni che lavano i vetri, che fanno furti e che si vendono. Si tratta di ragazzi e ragazze di origine rumena e soprattutto figli della diaspora balcanica, ma non mancano ragazzi di ogni nazionalità, dal Marocco all'Afghanistan.

Vuole precisarci meglio le aree di provenienza più rappresentate e le fasce di età dei bambini transitati per il Centro?
Negli ultimi anni le maggiori aree di provenienza sono due città rumene: Craiova e Calarasi. I bambini vanno per lo più dai 10 ai 16 anni. Il 44% sono femmine e il 56% maschi.

Quali sono stati, in corso d'opera, gli aggiustamenti che sono stati messi a punto e perché?
Di aggiustamenti ce ne sono stati: prima era solo un centro diurno per l'accoglienza e con un telefono per i cittadini che volevano fare le segnalazioni; ora il Centro opera 24 ore su 24 nelle diverse attività. Serviva infatti tempo sempre maggiore per parlare con i bambini. Al Centro lavorano mediatori culturali Rom. Loro hanno fatto la grande differenza: i bambini si aprono subito, danno il cellulare dei genitori, raccontano immediatamente la loro storia. Ciò che prima necessitava di tempi lunghissimi, la ricerca delle famiglie, ora spesso avviene in poche ore. L'altro aggiustamento è stata l'"Unità mobile", una nostra macchina che passa di strada in strada nei punti caldi. Verifica situazioni particolari, agisce come deterrenza.

Che cosa intende per verificare?
Pensi a una donna davanti a un supermercato che chiede l'elemosina col suo bambino. Lei non commette reato ma ha il bambino con sé. L'Unità mobile la avvicina, gli operatori le parlano (sempre grazie ai mediatori Rom), la consiglia, le dice dove può chiedere aiuto. Verifica anche la situazione del bambino, che sia ben tenuto, che non sia sfruttato, e fornisce un primo supporto.

Visto quel che descrive, prima di entrare nel dettaglio dell'operatività del centro, ci piacerebbe subito sapere quali riflessioni avete fatto sulle possibili modifiche normative da apportare per contrastare efficacemente il fenomeno dello sfruttamento dei minori.
Non è compito del Centro promuovere cambiamenti di normative, tuttavia di riflessioni ne abbiamo fatte eccome e siamo stati più volte chiamati ad esporle. Abbiamo il patrocinio dell'Unicef e ci siamo trovati a formare operatori per iniziative analoghe a Verona, Palermo e Latina. Siamo stati convocati dall'OSCE per progetti in Romania e Albania. Questo vale la pena spiegarlo. I bambini che sono su strada da noi spesso, sino a pochi mesi prima, erano iscritti a scuola nei loro paesi e restano in Italia solo per un periodo a chiedere l'elemosina. Quando tornano a casa è come se avessero vissuto un "buco nero", perdono l'anno scolastico, faticano a reinserirsi. Per questo serve la cooperazione tra paesi, serve che ci comunichiamo quel che sappiamo dei bambini. Sembra una cosa piccola ma non lo è per un bambino. Ecco, una nostra riflessione è proprio questa: bisogna approfondire la cooperazione tra paesi coinvolti. Un'altra riflessione riguarda le azioni da promuovere nei confronti di chi sfrutta i bambini. Se i genitori sfruttano i bambini bisogna riuscire ad evidenziare questo sfruttamento, è una parte che la Giustizia può e deve fare colpendo in modo più duro chi usa i bambini.

Allora, quali dovrebbero essere, secondo lei, le azioni e le politiche per ridurre il fenomeno della mendicità?
La verità è che tutto il fenomeno sta cambiando rapidamente. La crisi che stiamo fronteggiando è quella della criminalità minorile e lì è molto difficile intervenire. Certamente gli usuali metodi dell'affido e dell'adozione (quando si acclara la perdita di patria potestà) sono poco utilizzabili. Le situazioni sono troppo gravi e complesse e spesso si tratta di bambini dai dieci anni in su. Servono molte figure professionali, serve una rete tra Comunità per minori, educatori e operatori della scuola. Serve professionalità e tanta. Serve anche un raccordo forte con le forze dell'ordine. Ricorda l'operazione Fiori nel fango? Lo sa che quei bambini sono stati al Centro per la mendicità infantile? E da lì è partita tutta l'operazione.

Ci può raccontare?
Uno di quei bambini era sempre a uno stesso semaforo. Un cittadino ci segnalò che c'era spesso una stessa macchina che si fermava, sempre la stessa. Passavano al bambino degli oggetti di valore, delle scarpe di marca per esempio. Da quel bambino che portammo da noi e che raccontò… è stata scoperta e smascherata una rete di decine di pedofili in tutta l'Italia. Venivano usati anche bambini italiani. La Polizia li ha ascoltati: li usavano come oggetti. Dopo il primo abbiamo trovato (gli) altri bambini. Raccontavano le loro storie giocando. Ricordo un bambino abusato più volte e che dormiva abbracciato con un orsacchiotto. Si aprirono perché al Centro trovarono mediatori della loro lingua. Sono fondamentali i mediatori per riuscire a parlare, capire e in ultima analisi proteggere. I bambini ora vivono in "protezione". Le famiglie che accondiscendevano alla tratta sono in galera. Non tutte le famiglie sapevano. C'erano famiglie che sono rimaste distrutte alla notizia degli abusi e hanno collaborato con la Polizia.

Ultimamente a Roma ci sono stati tantissimi sgomberi di campi abusivi. Gli sgomberi hanno aumentato la mendicità infantile?
No. Hanno evidenziato il numero di famiglie in difficoltà. In genere chi ha bambini accetta l'aiuto offerto o rientra in Romania. A tutte le famiglie viene offerta accoglienza e nelle strutture vengono attivati progetti individualizzati. Progetti a tempo, ovviamente. Si cerca di capire per esempio che cosa una madre sappia o possa fare appoggiandosi anche a cooperative sociali.

Quali sono, secondo voi, gli interventi istituzionali per far fronte alle situazioni sviluppatesi in seguito ai numerosi sgomberi?
Noi abbiamo attivato una rete con gli operatori presenti sia nei campi censiti sia in quelli abusivi; spesso sono Rom, sono loro che lavorano sul campo. Per quanto riguarda i minori, a noi non interessa che una famiglia viva in un campo abusivo né la giudichiamo per questo. Una volta rintracciata la famiglia di un bambino, noi andiamo a incontrarla e conoscerla. Tutto quello che conta è capire se la famiglia è attenta ai suoi bambini. Vi racconto una storia. C'era una famiglia sgomberata che pur di mandare i bambini a scuola dormiva fuori dalla scuola. La scuola stessa ci ha segnalato la situazione e siamo intervenuti.

Avete ospitato la famiglia in qualche centro?
Abbiamo accolto la madre con i bambini. Non si possono ospitare famiglie al completo, mamme con bambini sì. Il Comune di Roma ha centri appositi, ma i padri debbono andare in altri centri per tutelare i bambini e le altre donne presenti nelle strutture. Attiviamo strutture di orientamento al lavoro. Talvolta riusciamo a far ponte con i paesi di origine, per esempio la Romania, trovando lavoro nelle ditte locali e reinserendo le persone.

Torniamo alla descrizione dell'operatività quotidiana del Centro contro la mendicità. La presa in carico: che cosa succede dal momento in cui il Centro riceve una segnalazione?
La segnalazione arriva in genere dai cittadini direttamente al Centro. Può attivarsi la nostra Unità mobile se abbiamo bisogno di verificare meglio, come dicevo prima. I prelievi dei minori li fanno le forze dell'ordine. Questi ambiti debbono restare separati per aiutare i bambini stessi.
Al suo arrivo, il bambino trova una villetta, una casa vera con giardino, giochi, cucina, stanze, salotto, TV, playstation. All'inizio c'è la fase dell'accoglienza. È una fase fondamentale perché si raccolgono le prime storie, si calmano le ansie e si rassicura. Poi si inizia a cercare la famiglia e la prima cosa è capire la nazionalità. Non è difficile, i mediatori sono bravissimi. La verità esce sempre, anche nei casi di vittime di tratta è evidente quel che succede. Per esempio, se si presenta lo stesso zio per tre bambini diversi in momenti diversi, già è un campanello di allarme. Nei casi di tratta, i bambini vengono subito spostati in comunità protette e poi agiscono le forze dell'ordine. In generale invece si rintraccia la famiglia e la si convoca al Centro. La famiglia deve andare al Centro, è la prima forma di attivazione. La famiglia viene informata, aiutata, ma anche redarguita, deve sapere che parte la segnalazione in Procura per ogni minore che passa dal Centro. È la Procura che decide se riaffidare o meno il minore. La risposta deve essere rapida. Una volta, prima del Centro, i bambini stazionavano in Casa Famiglia per mesi. Mesi di limbo persi per rintracciare le famiglie. Ora tutto si compie in pochi giorni. Se si riaffida alla famiglia (e spesso è così) si controlla a posteriori quel che succede e si cerca di aiutarla. Nei campi censiti ci sono reti interne che vengono attivate. Se la famiglia è irregolare, invece, si cerca di fare ponte per aiutarla a rientrare. Li si aiuta a tornare in patria. Bisogna aiutare le famiglie a capire che i bambini hanno diritto ad andare a scuola tutti i giorni. La mia esperienza è che quando la famiglia c'è, la famiglia capisce e si riattiva. Solo quando non è così iniziano gli allontanamenti. Alcuni purtroppo cambiano zona o città, e rimettono i bambini su strada. Il vero problema sono le famiglie che inseriscono i figli nel giro della criminalità. In questi casi è difficile recuperare gli adulti. L'unica strada è che la magistratura agisca penalmente sugli adulti e che il Tribunale per i minorenni si attivi per l'allontanamento dei bambini.

Come è strutturato il Centro? Quanti operatori? Quanti minori contemporaneamente? Quali le attività?
Ci sono 13 operatori tra psicologi, mediatori ed educatori professionali. In diurna ci sono in genere 15 bambini e in notturna 6. Una volta ne abbiamo avuti 26 tutti assieme. Gli operatori del Centro sono un'équipe abbastanza stabile. Per loro è una ferrea scelta di un lavoro spesso molto duro. Capitano bambini molto violenti, capitano bambini che hanno subíto e raccontano storie di maltrattamento. Serve molta motivazione. Le attività sono soprattutto di gioco. I bambini stanno pochi giorni, poi tornano in famiglia o passano in Comunità.

Quanti sono in percentuale i minori che, usciti dal Centro, sono poi tornati con le proprie famiglie? Quali fasce di età? Quale provenienza geografica?
La maggior parte viene riaffidata alle famiglie. Almeno la prima volta. È difficile dare un dato preciso perché poi ci sono le seconde volte e comunque le famiglie possono allontanarsi dalla città senza che noi lo sappiamo. Anche per i minori allontanati è difficile seguirne il futuro a lungo termine. Ci sono i servizi sociali che subentrano, scattano le comunità, gli affidi e l'adozione. La Procura raccoglie tutti questi dati ma renderli coesi a distanza è difficile. Il follow up del Centro non può essere a lungo termine.

Molti romani non conoscono le attività del Centro e chi le conosce non interviene pensando che sia inutile. Quali risposte?
Non la vedo così, il Centro è abbastanza conosciuto. Certo Roma è una grande città e molto dispersiva. Quel che facciamo sono continue campagne informative. Informiamo gli utenti della metropolitana. Usiamo i manifesti e i volantini negli uffici pubblici. Ci appoggiamo a giornalisti. Abbiamo una forte rete con le forze dell'ordine. Ci portano i bambini e poi pensiamo noi al lavoro con le famiglie. La sensibilità dei cittadini sta crescendo.

Quali amministrazioni si sono avvicinate per capire e replicare questo modello?
Il Centro così com'è è pensato per una città grande. È costoso. Servono operatori e mediatori Rom seri e professionali, e non tutte le città hanno la possibilità di averli sul proprio territorio. A Latina e provincia stanno lavorando a un nuovo modello. Quella è una situazione complessa perché lì c'è una sorta di pendolarismo dei bambini tra Roma e Napoli.

Che cosa intende?
I bambini vittime di tratta vengono continuamente spostati, per esempio a Milano, nel Veneto, tra Roma e Napoli. Latina è punto di passaggio. È importante che si collabori perché a volte si scopre che un bambino arrivato da noi poi è rimesso a mendicare a Napoli e poi a Latina, dove si stanno attivando attività simili alle nostre, in rete con noi, unità di strada e un numero verde.

Ma in questi casi che cosa fate?
Se un bambino passa la prima volta da noi, come dicevo, si cerca la famiglia e la si sensibilizza, la si aiuta anche, la si mette in contatto con le reti sociali. Dopo un paio di volte che il bambino viene sempre riportato al Centro, la famiglia viene denunciata alle forze dell'ordine. Scatta tutta una procedura. Molti bambini sono stati allontanati da famiglie che li sfruttavano. Un paio di bambini hanno trovato famiglie adottive. È importante capire questo: la prima volta io ti riaffido tuo figlio, ti dico come mandarlo a scuola, ti creo un canale con la scuola, ti assegno un operatore di riferimento. Se la famiglia ignora tutto questo, il bambino viene allontanato dalla Procura.

Che cosa servirebbe fare di più?
In breve direi: rafforzare l'Unità mobile; maggiore rete con le forze dell'ordine; maggiore raccordo tra le procure; certezza della pena per gli adulti che sfruttano i bambini.

Grazie per tutte le informazioni che ci ha dato.
Grazie a voi.


L'articolo è pubblicato anche sul numero di gennaio 2008 di "Genitorisidiventa Informa".

 

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