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Perchè mi hai preso? Adolescenti adottivi

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Autore: Simonetta Cavalli
Editore: La Meridiana

Storie di adolescenti che si intrecciano attraverso gli occhi di una madre che è anche un'assistente sociale. I suoi figli, gli amici dei figli, i ragazzi in difficoltà che incontra al lavoro, sono le storie che racconta. Storie di adolescenti, di ragazzi che si sentono un po' persi davanti alla vita, storie di ragazzi che non riescono proprio a sentirsi figli, storie di genitori che sentono di non farcela ... Molte sono storie davvero dolorose. Testimoni del fatto che diventare figli e diventare genitori ... talvolta è davvero difficile.

Cito la prefazione del libro:

Prefazione di Magda Brienza
(Presidente del Tribunale dei Minorenni di Roma)

Ancora un libro sull'adozione?

Ancora storie difficili, traumatiche, con esiti spesso drammatici?

È questo, o soltanto questo, il libro di Simonetta Cavalli?

No. Non è solo questo.

Il libro ha i suoi punti di forza là dove – valicando i limiti del problema dell'adozione – mette in luce la complessità della relazione tra adulti e adolescenti, tra genitori e figli, adottati o non.

Non è un caso che il libro incominci con la descrizione del mattino di un qualsiasi giorno della vita dell'Autrice: poche battute bastano a tratteggiare la "normale" problematicità di una relazione madre-figlia.

E le citazioni dalla sua vita di madre si alternano alle storie certo dure e travagliate di adolescenti adottivi. Mi sono trovata dentro il libro non solo come "esperta" di disagio, alle prese ogni giorno con famiglie complesse, con genitori problematici e, soprattutto, con minori in difficoltà, ma anche come persona, madre e donna.

Le ho lette, queste storie, con attenzione, a volte con angoscia ma sempre con l'illusione che si sarebbero concluse con un fine se non proprio lieto, almeno aperto alla speranza. E invece no, sono storie dolorose, purtroppo vere, che mettono in luce gli aspetti più drammatici della vita adottiva. La storia di Romana, che combatte con i fantasmi di un destino che le ha negato i sogni dell'infanzia e che cerca di affidarsi ad un mondo adulto che la attrae e la spaventa al tempo stesso, mondo che per poterle permettere di crescere non può non assorbire le sue paure. Il caldo che Romana sente "nella pancia" la prima volta che la suora le racconta una favola, una sensazione che lei dice bella ma anche dolorosa, ci racconta da sola il bisogno fisico che un bambino ha di essere amato, ma anche quanto delicato e fragile sia quel legame.

Igor, che non sa capire il fascino di un paesaggio, il suo silenzio plumbeo, le sue lacrime misteriose: "il pugno allo stomaco per quella sua disperazione…": l'impossibilità di vedere il bello, di potere emozionarsi e lasciarsi andare a sensazioni di piacere senza che queste abbiano una qualche immediata utilità. È questo, forse, il momento più drammatico per chi accoglie un bambino ferito da un abbandono, l'accorgersi che non riesce a capire e a comunicare il suo mondo interno, ad aprirsi all'altro riuscendo così ad accettare sé stesso.

Le emozioni violente che esplodono quando si adotta una bambina preda di una sofferenza che non ha parole, un bambino non più piccolo da accudire, un figlio che rifiuta di essere tale, sono espresse nelle storie con la loro forza oggettiva. L'Autrice non le interpreta, non fornisce vie d'uscita, sembra suggerire ad ogni lettore di cercare dentro di sé un pensiero o una risorsa in più, che possa permettere una qualche soluzione.

Non è mai facile essere genitori. Il rischio di sbagliare con i propri figli anche naturali è elevato. E anche se le storie di adozioni raccontate sono particolarmente crude, è chiaro che l'intento non è quello di spaventare e distogliere dal progetto adottivo.

Al contrario, l'ottica con cui il libro "chiede" di essere letto è quella capace di mettere in moto tutto intero il processo di crescita personale, di maturazione emotiva, una dinamica interiore, senza le quali acquisizioni essere genitori, naturali o adottivi, è rischioso e può portare a frustrazioni, ad abbandoni, a drammi.

È del resto tutto chiaro fin dall'inizio del libro: non è possibile costruirsi un figlio così come lo si desidera. Ce lo insegna Geppetto che, triste e melanconico, si riasciuga la lacrima che gli provoca Pinocchio "non ancora finito di fare".

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