Home
FacebookTwitterGoogle BookmarksLinkedinRSS Feed

“Inside Out”, che fine ha fatto il libero arbitrio?

Valutazione attuale: / 3
ScarsoOttimo 

102815673-io Joy standard.530x298di Riccardo Manzotti

 

Pochi film hanno ricevuto un plauso così universale e così trasversale – piccoli spettatori, genitori, esperti, critici cinematografici e psicologi – quanto il recente "Inside Out" di Pete Docter (Disney/Pixar 2015). Il film è stato elogiato per la delicatezza della trama, il trionfo dei buoni sentimenti, la forza drammatica della vicenda, l’originalità e la coerenza narrativa, ottenendo, sull’esigente sito americano Rotten Tomatoes, un punteggio critico di 98/100.

 

Secondo Paolo Mereghetti, il critico del Corriere della Sera, il cartone animato è “straordinario […] perché ha una capacità incredibile di trasformare in gag animati in personaggi antropomorfi dei concetti astratti” e “ti apre la testa, ti entra dentro, ti lascia ogni secondo stupito e ammirato ad applaudire di fronte a qualcosa che non avresti mai pensato di vedere al cinema” (18/5). Per Chiara Ugolini, Repubblica, si tratta di “un film sulle emozioni che permette allo spettatore di provarle tutte” (18/5). Per Brian Viner, Daily Mail, “Il termine geniale è utilizzato con troppa facilità, ma questo film lo merita in pieno” (31/8). Emily Yoshida, The Verge, augura a tutti di fare tesoro di un prodotto che impartisce una sofisticata lezione di vita (31/8). Richard Roeper, Chicago Sun-Times, non ha dubbi – il film è “coraggioso, bellissimo, dolce, divertente, profondo, irresistibilmente commovente” (14/8). Infine, Gianni Canova, Università IULM, si trova di fronte a “un piccolo, intenso romanzo di formazione che è tra i più belli del cinema degli ultimi dieci anni” (21/9).

 

Vado a scuola (Sur le chemain de l’école)

sur le chemin de lecoleRecensione di un film documentario sul diritto universale allo studio

 

di Joseph Moyersoen

 

Dedicato al diritto all’educazione, uno dei principali diritti dei bambini sancito anche dall’articolo 28 della Convenzione ONU sui diritti del fanciullo, questo documentario osserva e racconta il periglioso cammino parallelo verso l’istruzione che quattro bambini di quattro diversi mondi e continenti, devono affrontare ogni giorno per raggiungere la loro scuola. Jackson, Zahira, Carlito e Samuel sono gli impavidi eroi di “Vado a scuola”, moderni Ulisse o personaggi di un road-movie, mossi dalla consapevolezza che la sola maniera per crescere e sopravvivere alla povertà, è imparare a leggere e a scrivere.

 

IL TEMPO DELLA PREVENZIONE

Bambina-sgridata-1La prevenzione delle difficoltà scolastiche inizia prima dell'entrata nella scuola primaria: esiste una continuità nell’apprendimento che l’avvio dell’acquisizione della letto-scrittura mette alla prova e che noi, come docenti, dobbiamo imparare a "leggere".

 

Inizio dell’anno scolastico e prevenzione delle difficoltà scolastiche: se ne parla da anni eppure accadono ancora oggi certi fatti che sembrano riportarci al punto di partenza. In questo post, racconterò la storia di Anna, emblematica di come, a volte, la sottovalutazione delle difficoltà di apprendimento accentui nel bambino un senso di frustrazione che può sfociare in comportamenti molto diversi, da quelli disturbanti a quelli di attesa silenziosa.

 

Prima ancora di raccontare la storia di questa bambina, mi preme sottolineare un fatto: prevenire le difficoltà scolastiche significa saper riconoscere i processi sottostanti alle abilità di base, che devono essere potenziate perché il bambino affronti la scuola primaria nelle migliori condizioni possibili. Certo in questi anni c’è stata un’evoluzione positiva. A volte, però, sembriamo tutti più attenti a “ciò che si deve insegnare” e meno a “come il bambino apprende, sviluppa le sue abilità” – un’attenzione, quest’ultima, che invita ad adottare una traiettoria evolutiva sugli apprendimenti di base.

 

Non bastano i congedi per avere più mamme al lavoro

Valutazione attuale: / 1
ScarsoOttimo 

image

di Vitalba Azzollini

 

Le difficoltà di bilanciamento fra lavoro e vita familiare continuano a penalizzare l’occupazione femminile. Il governo ha fatto bene a emanare un decreto per favorirne la conciliazione. Ma non ha attuato le misure che avrebbero avuto gli effetti più rilevanti. Serve un intervento organico.

 

Le scelte delle donne

 

La promozione del lavoro femminile, ricondotta di norma a istanze di eguaglianza, è auspicabile anche per motivi di efficienza. Se la diversity giova alla produttività aziendale, i paesi in cui il differenziale di genere è inferiore registrano risultati economici migliori. In Italia, il divario di genere in termini occupazionali è tra i più alti in Europa (Eurostat): tra i motivi, la maternità ha un peso rilevante (Istat), soprattutto in ragione del difficile bilanciamento tra attività professionale e impegni familiari.

La “Relazione annuale sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri o dei lavoratori padri”, redatta dalla direzione generale per l’attività ispettiva del ministero del Lavoro, conferma che nel 2014 l’85 per cento delle dimissioni o risoluzioni consensuali ha riguardato le madri, a dimostrazione del fatto che “la gestione delle responsabilità familiari e di crescita dei figli, prerogativa ancora prevalentemente femminile, continua ad avere riflessi sulla partecipazione attiva delle donne al mercato del lavoro”. Il 33 per cento delle donne ha lasciato l’impiego per “incompatibilità tra lavoro e cura della prole”: ciò a causa della “assenza di parenti di supporto”, del “mancato accoglimento al nido”, della “elevata incidenza dei costi di assistenza al neonato”. Considerata l’importanza della “conciliazione” – sia in termini di gender mainstreaming che di potenziale di crescita economica nazionale – il governo ha opportunamente affrontato il tema del work life balance (decreto legislativo n. 80/2015), attuando la legge delega n. 183/2014 (il cosiddetto Jobs act), al fine di evitare “che le donne debbano essere costrette a scegliere fra avere dei figli oppure lavorare“.

 

Mio figlio è affetto da un tipo di autismo di cui nessuno parla

Valutazione attuale: / 1
ScarsoOttimo 

autismo-744x445Come la maggior parte dei genitori di bambini autistici, ho letto della famiglia californiana che ha ricevuto diverse denunce da parte del vicinato. Le azioni sono state intentate perché il bimbo causerebbe disturbo della quiete pubblica con i suoi comportamenti, che non vengono controllati dai genitori.

 

Uno dei querelanti ha affermato: "Non si tratta di autismo. Qui c'è in ballo la pubblica sicurezza". Ma si sbaglia. Il loro problema è l'autismo. Ma non è il tipo di autismo di cui si sente parlare più spesso.

I media ci mostrano solo le storie positive, come l'episodio del ragazzino autistico che riesce a diventare allenatore della squadra di basket del liceo, oppure la storia del liceale affetto da autismo che partecipa al ballo scolastico accompagnato da una ragazza bellissima. Ci raccontano della ragazza autistica che viene votata per l'elezione di reginetta della scuola. Ogni aprile (mese dedicato alla sensibilizzazione sull'autismo, il cui simbolo è una luce blu) facciamo luce sull'autismo, complimentandoci con noi stessi per essere così attenti e informati.

 

No, non lo siamo affatto.

 

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento del sito. Se vuoi saperne di più consulta la privacy policy.

Accetto i cookie da questo sito.