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La preadolescenza: il diritto di vivere nella terra di mezzo.

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Si definisce preadolescenza la fascia di età che va tra i 9 e i 12 anni, sebbene, come per tutte le tappe evolutive, siano possibili diverse oscillazioni.

È l’età di un mutamento che coinvolge il corpo, l’identità, le esperienze, la sfera emotiva. Come ogni fase dell’età evolutiva, la preadolescenza ha dei compiti di sviluppo ben definiti e che per il bambino comportano impegno, stress e fatica: innanzitutto, le relazioni con icoetanei, del proprio e in misura crescente anche dell’altro sesso, l’acquisizione del ruolo sociale maschile e femminile (che va a rafforzare e connotare sempre più l’identità del ragazzo), l’accettazione dello sviluppo del proprio corpo, il conseguimento di una certa autonomia emotiva dai genitori e, più in generale, dagli adulti, la scoperta dei valori e la formazione di una coscienza etica a guida del proprio comportamento. I cambiamenti riguardano sia la sfera emotiva sia quella cognitiva.

Per quanto riguarda l’ambito cognitivo il ragazzo inizia a sviluppare il pensiero ipotetico-deduttivo, divenendo sempre più in grado di rappresentarsi le emozioni e gli stati d’animo dell’altro, cosa che in precedenza non era possibile. Un bambino di 5-7 anni, con una struttura mentale prevalentemente operatorio-concreta, infatti, non è in grado di formulare ipotesi o elaborare astrazioni, mentre il preadolescente può compiere generalizzazioni, elaborare concetti astratti, prevedere le conseguenze di un’azione, immaginare le emozioni di chi ha intorno. In questa fase il ragazzo comincia a sviluppare l’empatia, ma anche uno sguardo più critico verso ciò che ha intorno, genitori e adulti compresi, ed una crescente curiosità verso l’ambiente extrafamiliare, vissuto come fonte di stimoli nuovi ed esperienze interessanti.

 

La mediazione familiare: uno strumento utile per i genitori separati e in conflitto fra loro

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La separazione della coppia genitoriale, per quanto sia un fatto doloroso per la coppia stessa e per i figli, non costituisce un evento di per sé patogeno e necessariamente traumatico. Viceversa, l'esistenza ed il permanere nel tempo di un'elevata conflittualità tra gli ex-coniugi può rappresentare per un bambino un elemento di rischio a diversi livelli, in relazione alla fase di sviluppo psico-affettivo in cui si trova e alle situazioni conflittuali che vive nella sua quotidianità.
Infatti, nella mia esperienza professionale, i bambini di genitori separati portatori di un disagio emotivo rappresentano, fortunatamente, una minoranza. Viceversa, si può registrare una seria sofferenza psicologica ed emotiva in quei bambini esposti ad una conflittualità distruttiva dei genitori che si separano, laddove si osservi un coinvolgimento più o meno diretto dei figli stessi, tirati dentro al conflitto coniugale attraverso meccanismi di triangolazione e di richiesta di alleanza, di una sorta di patto di lealtà, da parte di uno dei due genitori o di entrambi.

 

Scenari e sfide dell'adozione internazionale


autore
: CIAI – Centro Aiuti all’Infanzia, a cura di Marco Christolini e Marina Raymondi
editore: Franco Angeli 2009.

Uno squarcio lucido e realistico quello che ci offre sulle adozioni internazionali il CIAI, Centro aiuti all'infanzia, nel libro "Scenari e sfide dell'adozione internazionale", capace di leggere criticamente il sistema delle adozioni internazionali e non fare sconti di alcun tipo.

Il libro analizza in maniera franca le logiche politiche ed economiche che sottostanno al sistema e, spesso, conducono su strade diverse da quelle di difendere e proteggere il bisogno superiore del bambino, come si legge, nemmeno tanto fra le righe, nell'intervento dal titolo significativo "Adozioni senza abbandono e abbandono senza adozione". È posto il legittimo dubbio che il "superiore interesse del minore" sia realmente il principio guida di tutti gli attori che ruotano attorno alle adozioni internazionali, in alcuni casi, infatti, queste non sono altro che un modo per fare soldi. Si mette in evidenza la palese disparità tra la "domanda", i bambini desiderati dalle coppie, e l'"offerta", cioè i bambini reali che sono in istituto e dichiarati adottabili (gli special need children). 

 

Le mie figlie hanno un colore diverso dal mio

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Un bambino per crescere sano e felice non ha bisogno solo del grande amore che noi come genitori possiamo dargli. Ha bisogno anche di costruirsi un'identità di sé e di gruppo.
L'identità di sé è costituita essenzialmente dal sesso, cioè dal sentirsi maschio o femmina e dal colore, cioè nero o bianco o marroncino. Perché sono i primi due elementi che gli altri e anche noi notiamo.
Coltivare l'identità "razziale" di un bambino nero è fondamentale per il suo benessere. Ma come fare in assenza di role-models, maestre o amichetti di colore?

 

In classe: la storia personale di un bambino adottato

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oggiascuolaChiedete a mamma e papà di aiutarvi a portare le vostre cose di quando eravate appena nati: la prima foto, le scarpette, il ciuccio…

Facciamo un piccolo quaderno con la vostra storia: qui disegnatevi nella pancia della mamma, qui tra le braccia della mamma, qui nella vostra culla.

Ecco come si nasce: la pancia della mamma cresce mese per mese... e poi nascete voi.

Questi sono alcuni dei progetti che sono stati presentati da insegnanti a bambini del secondo anno delle elementari (talvolta della scuola dell'infanzia), al fine di iniziare un percorso di comprensione dello scorrere del tempo, partendo dalla storia personale. Si tratta di progetti solo apparentemente neutri e facili da gestire, quando in classe ci sono bambini che hanno storie non standard alle spalle. In particolare possono creare problemi a chi ha una storia di adozione, una storia dove il nascere passa attraverso un abbandono e dove il crescere passa il più delle volte attraverso un istituto. Un percorso che porta un bambino di tre, quattro, sette anni a confrontarsi col fatto di avere avuto una madre di origine che non c'è più e di avere ora una madre adottiva che non l'ha generato.

 E allora? Cosa può fare un insegnante? Per alcuni la tentazione è di rinunciare ad un qualsiasi progetto, ma sarebbe davvero una grave perdita per tutti, si perderebbe per esempio l'occasione per raccontare ai bambini con semplicità la realtà di come si possa diventare famiglia anche oltre la procreazione biologica.
Pochi accorgimenti possono davvero aiutare: mantenere apertissimo il dialogo con la famiglia avvertendo per tempo dei progetti previsti e ascoltando tutto quello che i genitori adottivi hanno raccolto sulla vita del figlio (non si tratta in realtà della storia di un singolo bambino ma di un'intera famiglia); rispettare il desiderio dei bambini di raccontarsi o viceversa di non raccontarsi affatto; mantenere i progetti flessibilissimi. Una struttura flessibile permetterà a tutti i bambini di descrivere il proprio passato come meglio credono, una struttura troppo rigida porterà qualcuno a sentirsi "irrimediabilmente differente" dal gruppo. È importante infine essere pronti, preparati ad accogliere le varie emozioni che potranno emergere sia da parte di chi racconta (con parole, immagini, disegni) sia da parte di chi ascolta. Scoprire cosa significa nascere da una mamma e restare soli è difficile per qualsiasi bambino, anche per chi ascolta la storia di un amico adottato.

Ecco alcune idee che possono essere utili.
 

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