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Le mie figlie hanno un colore diverso dal mio

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Un bambino per crescere sano e felice non ha bisogno solo del grande amore che noi come genitori possiamo dargli. Ha bisogno anche di costruirsi un'identità di sé e di gruppo.
L'identità di sé è costituita essenzialmente dal sesso, cioè dal sentirsi maschio o femmina e dal colore, cioè nero o bianco o marroncino. Perché sono i primi due elementi che gli altri e anche noi notiamo.
Coltivare l'identità "razziale" di un bambino nero è fondamentale per il suo benessere. Ma come fare in assenza di role-models, maestre o amichetti di colore?

 

In classe: la storia personale di un bambino adottato

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oggiascuolaChiedete a mamma e papà di aiutarvi a portare le vostre cose di quando eravate appena nati: la prima foto, le scarpette, il ciuccio…

Facciamo un piccolo quaderno con la vostra storia: qui disegnatevi nella pancia della mamma, qui tra le braccia della mamma, qui nella vostra culla.

Ecco come si nasce: la pancia della mamma cresce mese per mese... e poi nascete voi.

Questi sono alcuni dei progetti che sono stati presentati da insegnanti a bambini del secondo anno delle elementari (talvolta della scuola dell'infanzia), al fine di iniziare un percorso di comprensione dello scorrere del tempo, partendo dalla storia personale. Si tratta di progetti solo apparentemente neutri e facili da gestire, quando in classe ci sono bambini che hanno storie non standard alle spalle. In particolare possono creare problemi a chi ha una storia di adozione, una storia dove il nascere passa attraverso un abbandono e dove il crescere passa il più delle volte attraverso un istituto. Un percorso che porta un bambino di tre, quattro, sette anni a confrontarsi col fatto di avere avuto una madre di origine che non c'è più e di avere ora una madre adottiva che non l'ha generato.

 E allora? Cosa può fare un insegnante? Per alcuni la tentazione è di rinunciare ad un qualsiasi progetto, ma sarebbe davvero una grave perdita per tutti, si perderebbe per esempio l'occasione per raccontare ai bambini con semplicità la realtà di come si possa diventare famiglia anche oltre la procreazione biologica.
Pochi accorgimenti possono davvero aiutare: mantenere apertissimo il dialogo con la famiglia avvertendo per tempo dei progetti previsti e ascoltando tutto quello che i genitori adottivi hanno raccolto sulla vita del figlio (non si tratta in realtà della storia di un singolo bambino ma di un'intera famiglia); rispettare il desiderio dei bambini di raccontarsi o viceversa di non raccontarsi affatto; mantenere i progetti flessibilissimi. Una struttura flessibile permetterà a tutti i bambini di descrivere il proprio passato come meglio credono, una struttura troppo rigida porterà qualcuno a sentirsi "irrimediabilmente differente" dal gruppo. È importante infine essere pronti, preparati ad accogliere le varie emozioni che potranno emergere sia da parte di chi racconta (con parole, immagini, disegni) sia da parte di chi ascolta. Scoprire cosa significa nascere da una mamma e restare soli è difficile per qualsiasi bambino, anche per chi ascolta la storia di un amico adottato.

Ecco alcune idee che possono essere utili.
 

Il quoziente familiare

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Tra le varie politiche a sostegno della conciliazione tra lavoro e famiglia, oltre all'incremento dei servizi destinati all'infanzia come asili e nidi, e alle forme di flessibilità del lavoro normate dai congedi parentali e dal part-time, uno ruolo significativo, ma spesso sottovalutato, è svolto dal sistema fiscale di tassazione del reddito da lavoro. La leva fiscale ha un significato non secondario perché determina il reddito netto disponibile per l'individuo e influisce quindi sulla decisione o meno di entrare nel mercato del lavoro. Per fare un semplice esempio, nella società italiana dove culturalmente il lavoro di cura ricade quasi totalmente sulle spalle della donna, il reddito netto atteso dal suo ingresso nel mondo del lavoro deve almeno compensare i costi di sostituzione del lavoro domestico, cui la donna lavoratrice non può più, totalmente o in parte, dedicarsi.

 

La lingua dei bambini adottati

Avere quattro anni e non riuscire a comunicare in un mondo in cui tutti si capiscono non è semplice. Genera frustrazione e impotenza. Anche perché si arranca con le parole, nella costruzione di frasi semplici. Il linguaggio, dopo poco tempo dall'entrata nella famiglia adottiva, è simile a quello di un bambino di 18/24 mesi, si usano le parole chiave della quotidianità, spesso storpiate (mangiare, bere, dormire, andare, ecc) anche se lo sviluppo del pensiero di un bambino di quattro anni (per non parlare di sei, otto e così via) è ben più complesso di ciò che con le parole finora imparate si riesce a dire. E di parole e di comunicare ci sarebbe un gran bisogno. Molto è usato il linguaggio non verbale, ma non sempre è sufficiente. Si avrebbe bisogno anche di ascoltare cosa sta succedendo e si avrebbe bisogno, dall'altra parte, di rassicurare anche con le parole, se si potesse avere una lingua comune.

 

Famiglia e rendimento scolastico

Chi è svantaggiato alla partenza è spesso condannato a restarlo. Questo è l'esito dello studio condotto da Pasqualino Montanaro e pubblicato dalla Banca d'Italia, che analizza il livello di preparazione degli studenti italiani.
Principale obiettivo dell'analisi è comprendere se il contesto socio-economico e culturale della famiglia di provenienza influisca sul risultato scolastico degli studenti e se esistano divari territoriali nella preparazione degli studenti.

 

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