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Il bambino arrabbiato, un bambino che soffre

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(articolo pubblicato su siamodonne)

Ancora per molti di noi l’infanzia è una sorta di paradiso terrestre cui vorremmo tornare.

Ecco perché non sappiamo cosa fare e ci troviamo disorientati di fronte all’aggressività dei nostri bambini, alle loro paure ed angosce e ci chiediamo se è normale che un esserino, anche molto piccolo, provi anche solo degli attimi di vera collera.
Eppure la rabbia è un importante tentativo di comunicazione, seppure inadeguato, e ascoltarla è importantissimo per trovare uno sbocco, una soluzione evolutiva e costruttiva a questo disagio.La rabbia è, insieme alla gioia ed al dolore, un’emozione tra le più precoci ed è un sentimento normale che come tale va trattato altrimenti rischia di diventare un tabù di cui vergognarsi.

 

Cos'è l'attaccamento

 

Gli sguardi che si incontrano, il bisogno di essere nutrito, accudito, i versetti che ottengono risposta, e poi il contatto fisico, le carezze, le coccole, i giochi, tutto questo insieme di rituali che il bambino sperimenta insieme alla madre o alla figura che lo accudisce è importante perché il bambino capisca di essere amato, per imparare ad amare, per acquisire il valore e la cognizione di sé. Le sensazioni di benessere che emergono da esperienze positive e ripetute con la figura genitoriale creano quello che John Bowlby chiamò "attaccamento su base sicura" ed è ciò che consente al bambino di crescere sereno e di affrontare il mondo in maniera autonoma e fiduciosa.

 

 

Il parto a una svolta. Spunti e riflessioni per un'ecologia della nascita che rispetti il bambino e la donna

Il ricorso al parto medicalizzato e al taglio cesareo ha assunto nel nostro paese proporzioni decisamente superiori alle raccomandazioni dell’OMS. Pur con differenze regionali molto marcate, la media dei tagli cesarei in Italia è arrivata al 38% circa dei parti, di gran lunga superiore al 15% considerato fisiologico dall’OMS L’importanza di limitare il ricorso a questo intervento – a maggiore rischio di complicanze rispetto al parto naturale -  ai casi di effettiva necessità ha spinto l’Istituto Superiore di Sanità a varare delle linee guida specifiche che analizzano tra l’altro il valore della corretta informazione e della buona comunicazione nei confronti delle donne.

 

 

Nuovi padri, la legge e il congedo

di Chiara Saraceno

 

La proposta del parlamento europeo, così come quella italiana, di introdurre un congedo di paternità obbligatorio di almeno due settimane, da prendere contestualmente alla nascita di un figlio è stata salutata come un passo importante verso la realizzazione di due distinti obiettivi di uguaglianza tra padri e madri: rispetto all’evento nascita e rispetto alle responsabilità (e ai piaceri) della cura (cfr. articolo di Mosca e Ruspini qui).

Per quanto riguarda il primo obiettivo, la questione mi sembra malposta. Se c’è una differenza radicale tra uomini e donne riguarda proprio il modo in cui si arriva a diventare genitori.Salvo che nel caso dell’adozione, o nei casi – rari dovunque e impossibili in Italia – di generazione tramite maternità surrogata, le donne alimentano e fanno crescere in sé il nascituro, lo/la partoriscono e spesso allattano. Non c’è uguaglianza di fronte alla procreazione. Gravidanza e parto non sono assimilabili ad una malattia, ma non sono neppure neutri nelle loro conseguenze sulle condizioni fisiche (e psichiche) di madre e bambino. Non vi è nulla di simile nel modo in cui si diventa padri. Argomentare il congedo di paternità in analogia a quello di maternità è, da questo punto di vista, privo di senso. Anche se l’assenza o l’ impossibilità della madre ad accudire il neonato subito dopo la nascita può, in nome dell’interesse del bambino, far trasferire al padre il diritto al congedo post parto. L’interesse del bambino, ma anche il riconoscimento che l’arrivo di un bambino è un evento importante, che richiede tempo, attenzione, riorganizzazione della vita quotidiana, mi sembrano motivazioni più adeguate dell’uguaglianza tra padri e madri per la rivendicazione del diritto al congedo di paternità. Tra l’altro, ci si potrebbe chiedere come mai la maggior parte dei contratti prevedono il congedo matrimoniale, in occasione delle nozze, e non, appunto, quello paterno.

 

 

Il bambino e l'autostima

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Avere coscienza di quello che si è, capire ciò che si prova e riuscire a esprimerlo liberamente senza essere offensivi, accettare i propri limiti, capire di essere amati per se stessi e non per quello che si fa.
Chi non vorrebbe tutto questo per i propri figli? Questi sono i fattori che comunemente definiscono l'autostima. Qui però non si vuole dissertare sulle molteplici definizioni, ma capire come fare perché un bambino abbia coscienza di quello che è e sappia affrontare le situazioni senza la paura di non essere all'altezza.

 

 

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