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Il tetto di cristallo

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adozione e dintorni50di Isabella Toffoletti*

Il dibattito sulla condizione femminile in Italia è periodicamente sollevato e ripreso quando il nostro paese perde ancora qualche posizione nelle classifiche che misurano il ruolo sociale delle donne, le pari opportunità lavorative e, in generale, il livello complessivo della condizione femminile rispetto agli altri paesi occidentali.

Nonostante le iniziative, i proclami e gli slogan, l’atteso passo avanti delle donne non c’è stato e forse siamo in una fase di involuzione in cui ancora sono molte le donne che lasciano il lavoro dopo il primo figlio per impossibilità di conciliare gli impegni. Nel 2008 le donne occupate senza figli nella fascia di età tra i 25-45 anni sono il 93%, mentre con la nascita di un figlio questa percentuale cala drasticamente al 56,8% (Perché non lavori, Isfol 2010, pp. 27 ss.). Le donne occupate sono solo il 46,4% (2009), tasso tra i più bassi in Europa, e sempre meno quelle che riescono ad arrivare a posizioni di vertice o altamente professionali.

Questo è il panorama della generazione delle donne attive oggi e la prospettiva che attende le nostre figlie nei prossimi decenni non appare più favorevole.

 

L'educazione delle bambine

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di Barbara Mapelli

In principio vi fu il libro Dalla parte delle bambine (1973), di Elena Gianini Bellotti, in cui veniva per la prima volta discusso il tema di un’educazione fortemente stereotipata e rivolta, in particolare alle bambine, come ammaestramento ai ruoli tradizionali femminili.
Da allora sono passati quasi quarant’anni, nel frattempo vi è stata una ripresa esplicita del tema, con il testo Ancora dalla parte delle bambine di Loredana Lipperini, e di nuovo sentiamo la necessità di ragionare ancora su questo tema e la domanda di fondo che ci muove è sempre la stessa: che significa ora pensare all’educazione delle bambine?
 

Perché in Italia si fanno sempre meno figli: il ruolo della precarietà femminile

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di Francesca Modena* & Fabio Sabatini**

È passato un mese dalla seconda Conferenza Nazionale della Famiglia. L’evento, ideato come forum per la discussione di interventi a sostegno della famiglia, ha attratto l’attenzione dei media soprattutto a causa della defezione forzata del Presidente del Consiglio in seguito al Rubygate, che ha relegato in secondo piano il programma dei lavori. Eppure i temi affrontati dalla conferenza rivestono un’importanza fondamentale per lo sviluppo economico e sociale del paese, soprattutto in tempi di declino della fecondità e costante invecchiamento della popolazione. Nel complesso è emersa la necessità di aiutare le famiglie mediante misure per il sostegno del reddito (si veda in proposito anche l’articolo di Paladini su questo sito), per favorire la conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare, infine per la promozione del ruolo della famiglia nel sistema educativo e nella formazione di reti di mutua assistenza. Si tratta diinterventi necessari e auspicabili in un paese decisamente carente nelle politiche di sostegno alla maternità e alle famiglie: l’Italia spende solo il 4,7% del Pil nelle politiche di sostegno alla famiglia (rispetto ad una media dell’UE 27 dell’8,26%), collocandosi in penultima posizione nella classifica dei paesi europei.

 

 

Sulle spalle della famiglia

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di Chiara Saraceno

Non ha torto Silvio Berlusconi ad affermare che il suo governo ha rafforzato il ruolo della famiglia. Basta intendersi su che cosa significa “rafforzare”.

LE FAMIGLIE E IL WELFARE

Il ruolo della solidarietà famigliare, sempre importantissimo nel nostro welfare debole e squilibrato, è uscito indubbiamente rafforzato dalla riduzione dei trasferimenti agli enti locali (a partire dall’abolizione dell’Ici), quindi delle risorse per i servizi alla persona, così come dalla riduzione dell’offerta educativa della scuola pubblica in termini di contenuti e di tempo.Èstato rafforzato anche dal mancato adeguamento del sistema di protezione sociale a un mercato del lavoro flessibile, dove la precarietà e la disoccupazione colpiscono soprattutto i giovani.

 

I conflitti armati ostacoli all'educazione

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Il recente Rapporto mondiale dell'Unesco sull'Educazione "The hidden crisis: armed conflict and education" mette in luce quanto i conflitti armati costituiscono uno dei principali ostacoli all'educazione dei bambini e dei ragazzi.

Infatti su 67 milioni di bambini in età scolare, 28 milioni, oltre il 40%, non frequentano le lezioni e vivono in paesi poveri colpiti da conflitti armati. Tra il 1999 e il 2008, 35 paesi sono stati coinvolti in conflitti armati che hanno avuto come obiettivi principali i bambini, le scuole, gli insegnanti. A partire dal 2009, inoltre, la spesa per l'istruzione dei paesi più poveri è stata ulteriormente ridotta e ne sono colpiti circa 4 milioni di bambini.

 

Scarica il Rapporto (EN)

 

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