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La scuola può rappresentare la cura? - I legami di attaccamento e la collaborazione scuola-famiglia-servizi

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di Antonella Di Berto Mancini

 

Quando iniziai a lavorare nelle scuole del 196° circolo, ormai ben 15 anni fa, rimasi sorpresa dalla particolare composizione delle classi: accanto ai moltissimi alunni disabili “certificati”, ce ne erano moltissimi altri che presentavano vari tipi di disturbi: disturbi dell'apprendimento, difficoltà psicologiche, comportamentali, relazionali; bambini impauriti, confusi, insicuri, con basso livello di autostima e di fiducia in sé stessi, ma anche presenza di svantaggio sociale e varie differenze linguistiche e culturali; ogni maestra diceva di avere una classe "difficile". 
Tutti i bambini di quelle scuole, necessitavano quindi di quelli che attualmente chiamiamo "bisogni educativi speciali".

Del resto ancora oggi il IV Municipio (di Roma – ndr) , che ospita appunto queste scuole, è ad alto sviluppo demografico, con fasce di emarginazione sociale piuttosto rilevanti, accoglie numerose famiglie con situazioni di grave disagio socio-ambientale e grava su questo territorio un pesante tasso di disoccupazione. Tutto questo, insieme ad altri fattori, ne fa un territorio con una concentrazione di marginalità non indifferente.

Ma, mi chiedevo, come tutto questo si traduce in disagio nei bambini? Perché questi bambini non riescono a leggere e scrivere subito come molti altri bambini? Come mai questi bambini sembrano continuamente distratti e non interessati ad apprendere, perché tutte questi disturbi psicologici, emotivi?

 

Pinocchio, una fiaba senza lieto fine

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di Claudio Bosetto

Di norma, si sa, le fiabe finiscono bene. Una fiaba che finisse con la morte del protagonista non sarebbe più tale[1], sarebbe una tragedia, eppure questo è lo strano destino di uno dei più noti racconti per bambini: nell’omonimo famosissimo racconto Pinocchio muore, ma nessuno sembra farci caso. La sua morte è piuttosto un avvenimento positivo, che segna l’arrivo di quell’altro “Pinocchio-bambino-vero”, personaggio che pure Collodi considera quanto mai poco interessante e noioso se, arrivato lui, il racconto finisce.

La morte di Pinocchio non suscita lutti e commozione, la tragedia passa inosservata.

 

Scuola: solo gli italiani odiano le medie, una ragione c'è

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Il Rapporto della Fondazione Agnelli fa il punto sull'anello debole del sistema scolastico italiano

La scuola media è l’anello debole della scuola italiana. Lo suggeriscono le rilevazioni internazionali: gli studenti italiani infatti, che in matematica e scienze in quarta elementare (indagine Timss 2003) erano ben sopra la media internazionale, nel 2007, arrivati in terza media, facevano registrare il peggior crollo di risposte di tutto il mondo (-23 punti in matematica e -21 in scienze). L’indagine Ocse-Pisa del 2009 ha misurato i risultati degli stessi ragazzi in seconda superiore, e le prestazioni sono tornate a salire. I ragazzi sono sempre gli stessi, quindi deve essere la scuola media ad avere qualche problema… Parte da qui le nuove ricerche realizzate dalla Fondazione Agnelli e rese pubbliche oggi nel suo Rapporto sulla scuola in Italia 2011.

 

Riconoscere il dolore del diventare grandi

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di Gustavo Pietropolli Charmet e Loredana Cirillo

 

Agli esperti in materia di adolescenza che ogni giorno incontrano genitori e figli nel trambusto delle vicende evolutive adolescenziali, sono cari i temi della protezione e dell’emancipazione, concepiti come due facce della stessa medaglia. Due quesiti su cui i genitori si interrogano con modalità differenti e spesso originali. Si tratta di due bisogni fondamentali degli adolescenti: essere protetti ma allo stesso tempo incoraggiati ad andare avanti, a fare esperienze ed emanciparsi. Ma si tratta anche di un duplice compito che spetta ai genitori assolvere: svolgere una funzione protettiva che non sia troppo ingombrante o di ostacolo alla necessità di favorire l’autonomia e l’evoluzione.

Qualche anno fa ci sembrò utile capire quali potessero essere le ragioni in base alle quali alcuni adolescenti rifiutavano di fare la prova dello “spinello”. Sapevamo infatti da ricerche precedenti che, nel contesto di crescita attuale, quasi tutti i ragazzi entrano in contatto con la proposta di “provare” tanto per vedere l’effetto che fa: non glielo propone uno spacciatore in un vicolo buio, di notte, nella nebbia, ma un coetaneo, un amico, il gruppo, la ragazza, il ragazzo con cui esce, per ciò si tratta di una proposta che non si può rifiutare. Invece ci sono ragazzi che dicono no: volevamo capire perché.

 

Osservazioni in merito al rischio di fallimento adottivo

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di Marina D'Onofrio

Per fallimento adottivo si intende l’interruzione della relazione tra genitore e figlio adottivo e l’impossibilità di mantenere nel tempo legami tra loro. Accanto ad adozioni che riescono ad affrontare le situazioni di crisi evolutive, trovando nuove soluzioni che permettono di conservare i legami affettivi instauratisi, ci sono, infatti, altre esperienze nelle quali prevalgono sofferenza e disagio, tanto nei genitori quanto nei figli, che si concludono con il fallimento e, nei casi estremi, con la restituzione del bambino. Tale evento porta il bambino, già segnato dall'esperienza dell'abbandono, a subire un ulteriore abbandono, il cui effetto costituisce un trauma estremamente grave, che comporta conseguenze sul suo sviluppo psichico.

Il successo dell’esperienza adottiva può dipendere dalla presenza di fattori di rischio che, generalmente, per i genitori sono strettamente connessi alle motivazioni che li hanno spinti all’adozione. Tali elementi di rischio possono essere già presenti nelle storia individuale dei  protagonisti dell’adozione ma si manifestano palesemente nel momento in cui condizionano l’esito dell’adozione, conducendo al fallimento della relazione adottiva.

 

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