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Prospettive sociologiche e psicoanalitiche sulla sofferenza del bambino

altdi Michele Oldani

Il tema di questa relazione tratta di come lo sguardo di ciascuno di noi è condizionato dal modo in cui siamo stati guardati all’inizio della nostra vita. Per entrare in relazione autentica con l’altro e, in special modo con il bambino, è necessario adottare delle modalità che riducano le nostre proiezioni e identificazioni con lui.

Il “primo sguardo” ricevuto segna fin dalle origini il nostro modo di guardare e l’intensità del bisogno di essere guardati. È la qualità di tali primi sguardi, accoglienti, contenitivi, che forma nel soggetto il presupposto di essere sempre guardato con amore. O, viceversa, induce a una rincorsa dello sguardo dell’altro, con la perdita di identità e concentrazione su se stessi.

Oltre a queste dimensioni individuali, esiste una dimensione sociale e culturale dello sguardo. Lo sguardo non è uguale in ogni luogo e in ogni tempo: cambia e determina comportamenti differenti. Lo sguardo è un fattore che condiziona concretamente molti aspetti della nostra vita.

Ciò che invece rimane invariabile nel tempo è il valore simbolico del bambino, che possiamo definire come fragilità e progetto. Il Bambino è quindi il simbolo della fragilità del progetto umano.

Per avvicinarsi al mondo infantile è necessario che l’adulto sia in grado di rapportarsi con la propria fragilità e con la fragilità del proprio progetto umano. È evidente che l’adulto che vive immerso prevalentemente nel senso del dovere non può facilmente accedere alla propria fragilità interiore.

Solo negli ultimi decenni, i mutamenti socio culturali hanno permesso uno sdoganamento del rapporto fra il soggetto e i propri bisogni e desideri. Questo cambio di prospettiva ha consentito all’adulto di pensare e percepire di più il proprio mondo interno. La percezione del proprio mondo interno rende possibile un avvicinamento al mondo infantile, favorendo l’empatia con esso. Conseguentemente è variata anche l’inclinazione dello sguardo dell’adulto sul bambino: da verticale a orizzontale. Uno sguardo orizzontale e simmetrico sul mondo dell’infanzia rende possibile una relazione empatica.

 

 

Recensione di "Le mani della madre" di Recalcati

altLa maternità non deve risolvere completamente il desiderio della madre nella cura del figlio. La maternità dovrebbe contemplare anche quel desiderio della madre che è altro rispetto alla fusione con il proprio figlio. È proprio questo "altro desiderio" che garantisce alla donna di non cedere all'imposizione "patriarcale" di una femminilità idealizzata nella maternità. Massimo Recalcati, nel solco dell'insegnamento lacaniano, ci parla del "desiderio della madre".

La figura più decisiva della madre è quella del suo desiderio, del desiderio della madre. Questa figura è assente nel modello contenuto-contenitore attraverso il quale molti psicoanalisti, soprattutto di scuola anglosassone, hanno voluto interpretare il rapporto madre (contenitore) e bambino (contenuto). Al cuore di questo modello c'è la figura della madre come contenitore della vita del figlio; contenitore che deve saper offrire al figlio un ambiente sicuro e affidabile, bonificato dall'angoscia, entro il quale il figlio stesso possa crescere positivamente.

Con il riferimento al "desiderio della madre" (...) non si tratta tanto di negare l'importanza della dimensione costante e affidabile della presenza della madre, quanto piuttosto di mostrare che, per essere una madre davvero "sufficientemente buona", è indispensabile che il desiderio della donna che è diventata madre non si risolva mai tutto in quello della madre. Ecco il punto chiave: la differenza, la discontinuità della donna dalla madre. Per questa ragione Lacan adotta l'espressione "desiderio della madre" (...) e ci sollecita, per cogliere l'efficacia o la difficoltà di una madre, ad affrontare il problema della sessualità femminile: come in quella donna che diviene madre si è mantenuto, o meno, il desiderio della donna in quanto inesauribile in quello della madre? (...)

Se la madre può essere soddisfatta di avere i propri bambini, la donna indica quella parte del desiderio della madre che resta giustamente insoddisfatto. Il fatto che nella madre appaia la donna è una salvezza sia per il bambino che per la madre stessa. Quando la madre cede alla collera e all'irrequietezza è, molto spesso, perché la donna rigetta il suo sacrificio avanzando richieste irriducibili a quelle della maternità.

 

Soli, arrabbiati, colpevoli

alt
di Simone Bitti
"Ciò che inizia in rabbia
finisce in vergogna"
(Benjamin Franklin)
 
 
 
Una qualsiasi forma di relazione si può dire adulta quando si basa sulla libertà e sull’uguaglianza.
 
La libertà è il diritto di esprimere bisogni e desideri, l’uguaglianza è la possibilità di stare nella relazione per se stessi e non per assecondare l’altro.
 
Molte persone non sentono di avere questi diritti.
 
Chi prova questo sentimento è molto probabile che, durante la propria infanzia, sia stato rimproverato perché chiedeva soddisfazione dei propri bisogni e desideri ed è stato definito egoista.
Queste persone sono state colpevolizzate quando anteponevano i propri desideri a quelli dei genitori.
 
Quando una delle mie pazienti da bambina si lamentava con la madre di essere infelice, la risposta che otteneva era che non erano lì per essere felici, ma per fare quello che dovevano fare. Questa paziente finì col diventare la madre di sua madre, destino frequente per molte figlie a cui è privato il diritto all’appagamento e alla gioia.” (Lowen A., Arrendersi al corpo, 1994).
 
 
 

Genitorialità

altdi Elda Perelli

 

DOMANDA

Secondo Lacan il bambino desidera inizialmente essere il complemento della madre e cioè, essere il fallo che manca alla madre. In altre parole desidera essere il desiderio di sua madre, ciò che la madre desidererebbe. Questo desiderio è dato dal fatto che il bambino ha con la madre un rapporto reale ancor prima della sua nascita. Infatti, la sensazione del bambino della cosiddetta mancanza a essere viene dal fatto che non è più nella madre, non fa più uno con lei. Il suo desiderio è desiderio di unità con la madre.

Fin dall’inizio della sua vita la frustrazione di questo primario desiderio, causata dall’intervento paterno, (quando c’è, se non c’è siamo addirittura nella psicosi; si intende ovviamente di una mancanza simbolica) cioè dalla presenza del padre nella coppia madre-bambino, provoca l’ingresso nel simbolico, nel linguaggio, attraverso la Domanda. In che modo? Il padre viene a rappresentare l’elemento terzo, simbolico, che viene a distrarre la madre dal bambino, dall’essere tutta madre e interviene come Legge. Così facendo pone un limite a questo rapporto duale ed è questo che s’intende quando si dice che il padre interviene come Legge.

 

 

Il mito dell’amore materno

alt“Tieni lontano il più possibile i figli, non lasciarli
avvicinare alla madre. L’ho già vista mentre
li guardava con occhio feroce, come se avesse
in mente qualcosa”, Euripide, Medea, vv. 89-92.
 

“Tutti sappiamo che l’amore materno non è mai solo amore. Ogni madre è attraversata dall’amore per il figlio, ma anche dal rifiuto del figlio. Talvolta il rifiuto ha il sopravvento sull’amore, e allora siamo a quei casi di infanticidio, il cui ritmo inquietante più non ci consente di relegare queste tragedie nella casistica psichiatrica e qui liquidarle nel perfetto stile della rimozione” (pag. 15).

“Il raptus non esiste. È fanta-psicologia ipotizzare una vita che scorre normalmente e normalmente continua a trascorrere dopo l’eccesso. I raptus sono comode invenzioni per tranquillizzare ciascuno di noi e tacitare il timore di essere anche noi dei potenziali omicidi. La depressione invece esiste, ma di solito non porta all’omicidio, porta se mai al suicidio. E non quando si è depressi, ma quando si è in procinto di uscire dalla depressione, perché quando si è depressi non si ha neanche la forza di alzarsi dal letto o dalla sedia” (pag. 15).

Caratteristica del sentimento materno è la sua ambivalenza, che solo il nostro terrore di sfiorare qualcosa che appartiene alla sfera del sacro non ci fa riconoscere” (pag. 16). La donna nella sua possibilità di generare e abortire “sente dentro di sé, nel sottosuolo mai esplorato della sua coscienza, di essere depositaria di quello che l’umanità ha sempre identificato come potere assoluto”: il potere di vita e di morte che il re ha sempre invidiato alla donna che genera, e in mille modi ha cercato di far suo” (pag. 16).

 

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