Di chi sono i figli?

Uno degli assassini di Willy aveva tatuato sulla pancia il motto: “Proteggi la Famiglia”, esibendo, in questo modo, la parte più brutale e riconoscibile dei patti di fedeltà estrema che mostrano sempre una logica mafiosa. La fedeltà cieca spinge all’omicidio ed è l’esportazione del modello chiuso familiare a una società intera. La clanizzazione pervade il nostro collettivo, secondo il principio del familismo amorale elaborato dal politologo Edward Banfield, un conservatore ma originale, che aveva studiato sul campo il nesso tra il modello familistico arretrato del Sud Italia e il fascismo, ed elaborò l’ipotesi di un familismo amorale come prassi diretta a massimizzare i vantaggi materiali e immediati del proprio nucleo familiare a discapito del legame sociale. Il familismo amorale presenta non poche parentele con ciò che io ho chiamato il plusmaterno, modello di funzionamento familiare che, con il suo eccesso di cura al limite della minorazione dei figli, costituisce un attentato alla legge simbolica che regolamenta civilmente l’esistere. Gli effetti letali del plusmaterno – cioè quando non si promuove l’indipendenza dei figli, rendendoli dipendenti e soggetti a un amore controllante – si possono misurare, oltre che nella non riuscita dei figli, anche nei confronti della polis e costituiscono una minaccia all’umanizzazione futura.

Il familismo amorale, così come il plusmaterno, oggi non prolifera solo nei contesti degradati come al tempo di Banfield, al contrario è contagioso e trasversalmente diffuso: il plusmaterno non è solo una faccenda di mamme e bambini ma è una questione sociale, e persino la politica può esserne affetta. Ciò accade quando lo Stato diventa plusmaterno non facendo appello all’impegno dei cittadini, ma cercando di rassicurarli, confortarli, blandirli. Sono passati solo 40 anni da quando J.F. Kennedy, nel discorso d’insediamento del 1961, disse agli americani: «Non chiedete cosa può fare il vostro Paese per voi, ma cosa potete fare voi per il vostro Paese». Un discorso rivolto a cittadini attivi, democratici, che capovolge il motto dello Stato soccorrevole che, con il regalo elettorale o la mancetta, cerca la fedeltà dei cittadini e un facile consenso. Tranquillizziamoli questi cittadini, facciamoli dormire. Il cittadino infantile è il sogno di ogni tiranno.

In famiglia, anche un padre può essere plusmaterno, come racconta la recente storia di Claudio che ha ucciso nel sonno il figlio Andrea di 11 anni e poi si è sparato. In numerosi commenti si è parlato di una sorta di femminicidio per interposta persona (il figlio), tuttavia se Claudio avesse voluto solo vendicarsi di una ex moglie che non lo voleva più, il suo gesto somiglierebbe, piuttosto che al gesto di un patriarca violento, a quello di una delle tante moderne sorelle di Medea, la quale uccise i propri figli per vendicarsi di Giasone che non la voleva più e che aveva sposato una giovane principessa, che Medea preventivamente avvelena. Claudio le somiglia ma con una differenza: Medea non si uccide e si gode lo spettacolo dello strazio di Giasone.

La nonna del ragazzo, madre dell’uomo omicida-suicida, ha dichiarato che il padre “lo amava talmente tanto da portarselo con lui”. Molte voci sono insorte al grido: “non è la narrazione che si vorrebbe sentire, perché non è quella giusta!”. Invece, questa narrazione della nonna – cioè la storia dell’amore familiare eccessivo – è proprio quella “esatta”, è quella che ci dice con precisione dove porta l’eccesso di attaccamento genitoriale. Certamente, con la sua dichiarazione, la nonna vuole “salvare” il figlio assassino e proprio per questo è, ancor più, una storia plusmaterna nel suo complesso, quella cioè che ritiene l’amore esagerato come una possibile giustificazione per ogni possesso, controllo, abuso. Claudio dipendeva dalla predilezione che il figlio aveva nei suoi confronti, il ragazzino era la sua stampella, anche in senso proprio visto che aveva una gamba offesa che, secondo lui, era il motivo dell’abbandono della moglie. Di bambini-stampella è pieno il mondo delle famiglie monoparentali, in cui il figlio ha preso il posto del coniuge. La dipendenza affettiva dei genitori nei confronti dei figli è una bestia nera non ancora evidente ai più. Chi uccide nella realtà, – più i maschi, se teniamo conto dell’uccisione delle donne, e più le donne per numero di uccisione di bambini – esplicita i milioni di uccisioni nell’anima che ogni plusmaterno (delle madri, dei padri, dei nonni, ecc.) provoca. “Facevano tutto insieme”, dice la nonna. Anche morire. Infatti, quando noi “facciamo tutto insieme” ai nostri figli, non è detto che per loro sia un bene, né che loro lo vogliano fare. Non vogliono certo che li uccidiamo noi.

L’uccisione dei bambini indica il loro possesso. Di chi sono i figli? Di chi li crea o li fabbrica, viste le nuove tecnologie, di chi li alleva? Sono di qualcuno o appartengono al collettivo in cui sono pienamente e simbolicamente inseriti da che vengono al mondo?
La famiglia è il primo sociale per ogni essere umano. Il suo ripiegarsi, quale ne sia la ragione – e la società cattiva è spesso una scusa –, è una ferita allo sviluppo dei figli. C’è un godimento dietro il ripiegamento, non un reale bisogno di difesa.

Che cittadini cresce il nostro modello di famiglia? Il cittadino-bambino è il frutto più corrotto di un’educazione che non prevede alcun sacrificio delle pulsioni, requisito minimo per entrare nel collettivo. La crisi Covid19 ha svelato con evidenza spaesante la debolezza educativa rispetto al bene comune: riaprire le scuole è stato a lungo indecidibile, molto più che riaprire i ristoranti o le discoteche. La mascherina come optional ne è il simbolo: non alleviamo cittadini ma individualisti allergici al collettivo. Il cittadino-bambino nasce in famiglia, ne esce con difficoltà e, soprattutto, non cresce.
Quanto, nei pensieri degli adulti, i figli sono stati immaginati come cittadini? Li abbiamo educati come singoli contro tutti, oppure come parte di un organismo più grande? Abbiamo chiesto loro solo fedeltà alla famiglia o li abbiamo educati a un’etica sociale? Li abbiamo messi nelle condizioni di elaborare psichicamente una regola? Di introiettarla? Abbiamo fatto l’essenziale atto di umiltà di passargli l’idea che c’è una regola, una legge, un accordo sociale che oltrepassa noi genitori e a cui noi stessi ci dobbiamo attenere? Oppure è passato il messaggio perverso di la legge sono io? Se c’è un passaggio da bambino ad adulto, questo si caratterizza con la caduta della credenza dell’onnipotenza materna – la prima onnipotenza che ognuno ha vissuto – e che oggi, invece, tiene il cartellone indefinitamente e non decade mai.

E così che si produce il cittadino-bambino, quello che ha poca familiarità col collettivo e nessun rispetto per l’altro, che non conosce le regole di negoziazione, ma solo la superba disparità tra sé e gli altri. Il senso civico non sa cosa sia: d’altra parte, come potrebbe istituirsi in lui la civiltà se il suo primo Altro, quello materno e matrice dei rapporti successivi, gli ha offerto una versione della vita senza limite alla pulsione, un’esistenza in cui il seno della madre ha propagandato quel consumo senza termine, ritrovato poi nella quotidianità neocapitalista? Come può introiettare una legge o tenere fede a un patto, se i loro corpi, dormendo insieme, condividendo sogni e umori, hanno avuto una storia dal tratto incestuale che ha falcidiato il padre? Alimentato a latte e trasgressione, egli sparge intorno a sé, come un’infezione virale, il godimento mortifero in cui è stato allevato. Egli è il prodotto di una (in)civiltà plusmaterna che lo autorizza a vagare su un sentiero fuori dalla legge e dalle regole. Fuori dalla polis. Con questa marcatura prodotta all’origine dello sviluppo, una volta cresciuti, quale polis saranno in grado di fondare questi soggetti?

Abbiamo insegnato ai figli che c’è una poesia nella polis? Elias Canetti scrive che la solennità delle operazioni di voto deriva dalla rinuncia alla morte come strumento di decisione e che con ogni singola scheda la morte è spazzata via. La forza dell’avversario è in un numero – si contano i voti anziché le teste spiccate – e il formalismo del numero garantisce il suo essere rappresentanza e non pancia. Chi lo dovesse falsificare, senza accorgersene, lascia nuovamente spazio alla morte. La rappresentanza non è una cosa formale e distante ma viva e, soprattutto, che ci tiene in vita. La polis è commovente.
E se sono di qualcuno, i figli sono della polis.

Platone non aveva torto, anche se la sua soluzione appare impraticabile, resta il fatto che i figli sono soggetti verso cui abbiamo il più importante dei doveri: metterli al mondo, cioè lavorare perché essi stessi possano pensare la loro polis futura. L’esperienza dell’esogamico, del non familiare, è il fondamento di ogni soggetto che dovrà vivere insieme ad altri.

La filosofa Hannah Arendt parla di felicità sociale: «Gli uomini sapevano di non poter essere felici se la loro felicità era collocata e goduta solo nella vita privata». Possiamo immaginare che ci sia una felicità, una gioia nei corpi e nelle voci incontrati in una piazza che abbiamo bisogno di rivalutare, perché non si spenga il desiderio curioso verso l’altro corpo o verso quella voce così calda o strana, comunque diversa dalla mia. È il pensiero di questo sapore del mondo che ci salva dal claustrum a cui ci riduce ogni famiglia, anche la migliore, se resta scollegata dalla polis. La felicità della polis ci fa capire che la famiglia non può mai bastare.

L’esistenza è sempre pubblica, e ce lo racconta con precisione il romanzo di una figlia assoggettata alla logica della fedeltà al genitore manipolatorio. Nel romanzo di Tara Westover, L’educazione, si racconta la storia della sua famiglia, al cui centro c’è un padre, un fanatico mormone, che obbliga i figli a vivere realmente fuori dalla polis. La sua casa è isolata in una grande valle chiusa in Idaho, che ospita una discarica. Ai figli è proibito frequentare la scuola, anzi non devono nemmeno studiare, ma hanno l’obbligo di aiutarlo a recuperare i materiali della discarica per costruire ciò che servirà all’autarchia della famiglia quando arriverà la fine del mondo, attesa allo scoccare del nuovo millennio. Ai figli del fanatico mormone è impedito anche andare in ospedale, persino dopo le ferite e le ustioni patite a causa del lavoro in discarica: a curarli è la madre, pratica di erbe e di diagnosi energetiche con le dita. I ragazzi non hanno contatti col mondo, se non nel momento della messa, quando finalmente la protagonista può vedere gli altri bambini. Con loro, però, non riesce a stabilire alcun rapporto, un po’ per l’isolamento sociale della famiglia e un po’ perché è convinta, come dice il padre, che gli altri bambini le siano inferiori in quanto, frequentando la scuola, ne sono plagiati. Si accorge tardi che la plagiata è lei, la perfetta figlia ipnotizzata dal carisma paterno. Tara è la figlia preferita, la più intelligente, e non si sottolineerà mai abbastanza quanto può essere duro, per un figlio, dover corrispondere a quella predilezione.

Quando Tara decide di portare il fratello, vittima di un incidente stradale e coperto di sangue, in ospedale invece che a casa, come avrebbe voluto il padre, dice di sé: «Non sono una brava figlia. Sono una traditrice». Ecco la logica mafiosa che sta sotto questo patto di predilezione. I ragazzi Westover non hanno una vera vita, non solo a causa della claustrofilia del padre, ma soprattutto perché questi li ha privati del primo atto simbolico che si dona a ogni figlio, quello che decreta l’esistenza di ognuno: l’iscrizione all’anagrafe. Per lui, lo Stato non deve sapere della loro esistenza. L’atto del padre che nega ai figli l’iscrizione all’anagrafe del mondo sottolinea proprio il contrario, cioè quanto non ci sia esistenza se non nella polis.

La polis è vitale per ogni singolo uomo, per ogni singola psiche. Lo abbiamo compreso in ritiro sociale. Nelle fasi 2 del Covid-19, molti Paesi occidentali hanno dato direttive “interpretabili”: forse d’ora in poi sarà richiesto anche agli individui di fare delle scelte e non solo allo Stato. Potremmo pensarlo come un modo per rivolgersi al singolo e attivarlo. Lo potrà essere solo in parte, però, perché i cittadini-bambini esistono ancora.

La scuola è il primo mondo dei figli e ci sono tanti modi per negarglielo: il prelevarli facendoli studiare in casa, sconvolgente pratica sempre più diffusa, ma anche inquinare continuamente il loro spazio scolastico con la presenza dei genitori. Finalmente, quest’anno, alla riapertura, si è dismessa la perniciosa abitudine di accompagnare i figli fin dentro l’aula, nel primo giorno di scuola. I bambini si sono potuti riappropriare, così, del brivido dell’inatteso che procura l’entrata in un nuovo mondo. Il loro. Asylum, etimologicamente è riparo, spazio senza diritto di cattura. Ripensiamo in modo nuovo ai diritti dei bambini (non delle mamme) in quanto cittadini. L’asilo è la prima polis di ogni bambino.

La polis è parola: i Greci sostenevano che solo un costante scambio di parole poteva unire i cittadini in una polis e i bambini sono costitutivamente portati al mondo della parola, amano il linguaggio e lo si vede dal modo in cui reinventano la lingua, coniando termini che non esistono. Sono enigmisti creativi. Gli adulti sostengono, nei bambini, il valore della parola? Della loro parola? I genitori contemporanei sono convinti di parlare coi figli, di avere uno scambio con loro. Sia nella clinica sia nella quotidianità, si osservano padri e madri dalla chiosa anticipata, che spiegano ai figli la vita prima che essi abbiano il tempo di viverla: è così che il desiderio di scoperta si spegne e la parola, da tesoro di scambio, si fa persecutoria. Mentre la polis è una parola che, nelle sue origini sanscrite, contiene la polivalenza della molteplicità dei punti di vista, delle esistenze e dei destini.

La polis impedisce la disintegrazione della psiche.

Eros non è solo la sessualità fondatrice di un soggetto, ma è anche il desiderio di vita in circolo, l’umanità di ognuno. Secondo la lettura “politica” che vorrei dare di Eros, la pulsione di vita sostiene il legame collettivo e viceversa: Eros si situa come ciò che limita lo scivolamento nel sonno dell’inciviltà. Il confine tra Eros e Thanatos è sempre fragile, poroso, incerto, da riconsolidare e da reinventare ogni volta. In questo senso, propongo di pensare a Eros come al principale fondatore della città, della polis, di una civiltà in cui il legame e il desiderio circolano per ostacolarne un destino di decadenza e morte.

Oggi siamo in un’epoca particolarmente priva di pensiero critico, eticamente misera e barbara. Siamo pronti a sottometterci al primo guru, capo, leader, dimenticando ogni pensiero critico. In questo mondo di ancelle e vassalli, la rivoluzione è tenere una propria voce. C’è troppo familismo amorale, troppo plusmaterno, è richiesta troppa fedeltà anche nelle organizzazioni che si dichiarano indipendenti. L’uomo ha sete di sottomissione diceva Le Bon. Non dimentichiamo mai che la fascinazione ipnotica, su cui si fonda la servitù “volontaria” dell’uomo, nasce con la nascita dell’uomo: è il bambino captato dagli occhi e dal seno della madre. È lì che ognuno di noi ha subito il primo ammaliamento e proprio nel momento in cui il pensiero non è ancora sorto. Possiamo dire che l’umanizzazione è un lungo percorso di liberazione, di affrancamento da quella captazione e sottomissione originaria.

Fonte: DOPPIOZERO

(Visited 12 times, 1 visits today)