Introduzione al pensiero di ALICE MILLER

Nel volgere di tre anni, dal 1979 al 1981, con la pubblicazione di tre libri – Il dramma del bambino dotato, La persecuzione del bambino, Il bambino inascoltato – Alice Miller ha messo a soqquadro l’orticello analitico, che vivacchiava (e vivacchia) sulla base di postulati dogmatici e di procedure terapeutiche standardizzate. Se all’inizio la contestazione della Miller è avvenuta nel rispetto della sua appartenenza psicoanalitica, successivamente, come risulta dalle postfazioni scritte dieci anni dopo per le riedizioni dei suoi libri, essa si è vigorosamente dissociata dal movimento psicoanalitico, assumendo una posizione sempre più radicale per quanto rigorosamente psicologista.

Il tema univoco che percorre i libri di Alice Miller è rappresentato dalle pratiche pedagogiche quali si realizzano all’interno della famiglia. Essa è convinta che tali pratiche sono, eccezion fatta per pochi casi isolati e fortuiti, univocamente patogene. Se e quando, infatti, prescindono dalla repressione fisica e psicologica, esse fanno capo ad un figlio immaginario, corrispondente alle aspettative, ai narcisismi, alle frustrazioni e alle paure genitoriali, che inducono la strutturazione di un falso Sé e impediscono la libera evoluzione della personalità verso l’autenticità, la schiettezza, la spontaneità, la trasparenza emozionale. Da questo punto di vista, l’educazione è un processo sostanzialmente persecutorio nei confronti del bambino e della natura umana che egli alberga, la quale viene piegata e assoggettata ad istanze normative che postulano la rimozione. Tale processo, a cui sono sottoposti quasi tutti i bambini, risulta più incisivo nei confronti di quelli dotati di una viva intelligenza e di una ricca sensibilità emozionale che rimangono più facilmente traumatizzati dalle violenze fisiche e psichiche e più facilmente catturati dall’obbligo di diventare quello che i genitori si aspettano che essi siano.

Sulla base di questo presupposto, la terapia deve proporsi come obbiettivo univoco la catarsi, vale a dire il superamento delle rimozioni in virtù delle quali le emozioni represse risultano dissociate dai livelli coscienti, la loro interpretazione realistica, che fa capo a traumi effettivamente subiti, e la loro integrazione nell’assetto della personalità, che comporta la possibilità di viverle, di dare ad esse senso e di usarle per procedere verso la definizione di un vero Sé.

In questa ottica il riferimento alle pulsioni, ai fantasmi, alle distorsioni interpretative della realtà originaria, l’esigenza di sormontare la logica del desiderio per accedere al principio di realtà, il recupero degli aspetti positivi delle personalità genitoriali si pongono semplicemente come stratagemmi che la psicoanalisi, a partire da Freud, ha adottato per estinguere o ammorbidire il suo carattere originariamente rivoluzionario. Secondo la Miller, questo carattere va ricondotto al fatto che, attraverso la ricostruzione del passato soggettivo, la psiconalisi ha scoperto quanto di intrinsecamente disumano e alienante sottende le pratiche pedagogiche. Ciò non significa che i genitori siano mostri, aguzzini o soggetti affetti da un narcisismo patologico. Essi sono, come i figli, vittime di pratiche pedagogiche che ne hanno distorto la personalità e, nel rapporto con i figli, tendono inesorabilmente a ripetere gli stessi comportamenti che hanno subito o a cambiarli adottando rimedi che sono peggiori del male.

In sostanza Alice Miller non fa altro che tornare all’originaria interpretazione freudiana delle psiconevrosi come effetto di traumi infantili. Essa contesta l’abbandono di questa interpretazione da parte di Freud e, a maggior ragione, dei suoi successori: il ridursi, in pratica, dell’analisi ad una tecnica che colpevolizza, se non addirittura il soggetto, preda delle sue “fissazioni”, la natura umana il cui bagaglio pulsionale rende, in alcuni casi, difficile l’adattamento alla realtà.

Una valutazione critica del pensiero di Alice Miller non può prescindere dal tenere conto del suo valore e del suo limite.

Il valore va ricondotto all’avere restituito all’esperienza infantile non solo un’importanza che non è mai stata negata, ma soprattutto una credibilità di massima. La Miller non è tanto ingenua da pensare che tutti i ricordi infantili vadano presi per buoni. Essa però ritiene che, venendo al mondo con una vocazione verso un’esperienza autentica, solo se si danno situazioni ambientali interferenti, l’evoluzione della personalità può comportare la genesi di conflitti e, successivamente, di sintomi. Laddove, dunque, si sviluppa un disagio psicologico, ci deve essere sempre e comunque una matrice di esperienza che permette di comprenderlo. Ciò significa rifiutare sia il riferimento ad una predisposizione nevrotica in senso proprio, in termini di vulnerabilità costituzionale, sia quello (esplicito in melania Klein) di una genesi meramente endopsichica del disagio mentale.

Da questo punto di vista, la Miller ristabilisce una verità di fatto – il realismo delle matrici interattive del disagio – che la psicoanalisi, sempre più incline a cercare nel passato i fantasmi, ha messo tra parentesi.

Un’ulteriore merito di Alice Miller consiste nell’avere rivendicato alle emozioni negative – rabbia, odio, invidia, vendetta – un significato essenziale nello sviluppo della personalità e nella strutturazione di un Sé autentico. E’ noto in quale misura la psicoanalisi, a partire da Freud, ha avuto la tendenza a squalificare queste emozioni e a ricondurle univocamente nell’ambito di un’aggressività patologica. Senza molti approfondimenti teorici, la Miller invece assume le emozioni negative non solo come indizi di una protesta contro un ordine di cose che viola l’originaria dignità umana, vale a dire il bisogno di ogni bambino di sentirsi trattato con estremo rispetto e comprensione, ma anche come un carico emozionale con cui l’uomo deve fare i conti vita natural durante, e la cui funzione, ai fini dell’interazione critica con la realtà, è non meno importante delle emozioni positive. Da questo punto di vista, Thanatos, col suo carico di distruttività, non è una maledizione che incombe sulla natura umana, bensì anche un potenziale di autonomia, differenziazione e ribellione all’alienazione sociale.

Purtroppo, i limiti del pensiero della Miller non sono meno rilevanti dei meriti. Essi vanno ricondotti ad un’ottica psicologista che isola l’esperienza del bambino e della sua famiglia dal contesto storicosociale e culturale, e fa della vita umana semplicemente l’espressione di rapporti interpersonali transgenerazionali. Data quest’ottica, sfugge alla Miller il fatto che i genitori, oltre ad avere la loro storia personale, sono anche funzionari della società che assegna loro il compito di “produrre” cittadini e che, nel perseguire questo scopo, essi adottano una scala di valori culturali. Il rapporto tra errori genitoriali dovuti all’esperienza infantile e errori dovuti alla cultura non è facile da stabilire.

Alcuni errori dipendono di certo da un’elaborazione irriflessiva di quella esperienza. Questo vale per gli errori che sembrano una ripetizione quasi meccanica di quelli subiti. Alcuni genitori picchiano i figli o sono severi non perché sono stati a loro volta picchiati e trattati con severità, ma perché, nonostante ciò intuendo moti di ribellione di anarchia ancora vivi, intepretano le opposizioni e le ribellioni dei figli come espressione di una natura umana tendenzialmente anarchica. Ma vale a maggior ragione per i genitori che cercano di rimediare agli errori subiti nel corso dell’infanzia adottando il principio per cui un comportamento opposto non può che essere giusto (mentre spesso è semplicemente un errore di segno opposto). Così, il genitore che rievoca la freddezza dei suoi investe il figlio con un’iperprotezione che alla fine può risultare soffocante.

Molteplici errori genitoriali non hanno neppure rapporto con l’esperienza personale infantile, ma con una visione del mondo che si è sviluppata successivamente. Alcune aspettative genitoriali corrispondono semplicemente alle aspettative del mondo sociale alle quali il genitore sente di dovere rispondere attraverso il figlio. Alcune incomprensioni, che fanno capo ad una percezione del figlio come un essere furbo, egoista, renitente al dovere, dipendono da un certo modo di concepire la natura umana.

Oltre a questo occorre considerare il ruolo e il peso delle esperienze sociali, e in particolare di quelle scolari. Un gran numero dei bambini dotati cui fa riferimento la Miller sono bambini introversi, la cui interazione sociale spesso è disastrosa per via delle angherie, dei soprusi e dei dileggi che subiscono da parte dei coetanei.

Se si tiene conto di questi limiti, che riducono l’alienazione del mondo al rapporto tra genitori e figli e enfatizzano il passato infantile come se esso fosse l’unica dimensione che determina la personalità, i libri della Miller meritano di essere letti ancora oggi. Essi sono salutari nella misura in cui impongono di mantenere un atteggiamento critico nei confronti delle pratiche pedagogiche e essenziali per pensare che, dietro ogni esperienza di disagio psichico, c’è e non può non esserci il riferimento ad una storia interiore dolorosa dovuta all’interazione con il mondo.

Fonte: Nil Alienum

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