“Come aprire quella porta”: il disagio dei ragazzi che decidono di ritirarsi!

Quando sento parlare di ritiro sociale mi viene in mente una situazione emblematica ; un ragazzo che si ritira dai contesti sociali in cui dovrebbe riuscire a stare. Ciò che lo costringe a ritirarsi è soprattutto la vergogna di sentirsi inadeguato a causa della sua difficoltà ad affrontare il fallimento e le frustrazioni che ne conseguono. Questo stato di cose produce una grande disperazione nei genitori che vedono il proprio figlio chiudersi in casa nella sua stanza per giorni e giorni nascosto e irraggiungibile . In questo quadro angosciante ciò che mi colpisce di più è l’affanno della madre. La vedo con lo sguardo rivolto verso quella porta chiusa, con le orecchie protese a captare voci, rumori e suoni provenienti dall’interno, sola con la rabbia e la disperazione di non poter fare niente di diverso.

Durante i colloqui che svolgo con i genitori di questi ragazzi , attraverso uno spettro di emozioni fortissime che varia dalla delusione all’impotenza e che mi testimonia lo stato d’animo di chi non ha risposte . Perché questo figlio rimane chiuso lì dentro per ore ed ore senza conoscere né giorno né notte? Perché non riesce ad affrontare la vita che prosegue senza aspettarlo e va dritta verso il suo destino? Di chi è la colpa ? Cosa fare? Come aiutarlo? Come Aprire quella porta ?

Dentro questa scena c’è tutta la lacerante disperazione di chi cerca una soluzione per mettere fine all’isolamento del figlio. L’impotenza viene vissuta come una dimensione di un fallimento genitoriale che viene gestito spesso in modo distruttivo. Spesso l’idea è quella di aver provato tutte le strategie possibili ed immaginabili e che la responsabilità principale sia proprio del figlio. Il genitore ne ha tollerato tutte le indolenze e le mancanze giustificandole come frutto della sua crescita, della sua fragilità in nome della quale si può concedere indulgenza magari chiamando in causa il colpevole padre assente incapace di esercitare autorità. Il sentimento di impotenza accresce con il passare del tempo con il fallimento di tutti i successivi tentativi di intervento. A nulla sono serviti i patti stipulati contrattando regole di condotta magari proprio durante una tregua da quella faida. Tregua ottenuta, dopo “sanguinose” barricate ed urticanti rappresaglie, con la definitiva sospensione dell’erogazione del servizio internet. Intervento che nel migliore dei casi produce una esplosione di rabbia violenta nel ragazzo rivolta verso gli oggetti per lasciare poi spazio alla paura e al fallimento.

La principale difficoltà del genitore sembra essere quella di sintonizzarsi con la difficoltà che il ragazzo ha nell’affrontare il mondo esterno, il mondo sociale . L’atteggiamento di progressiva chiusura che conduce all’isolamento non viene subito compreso, piuttosto viene sottovalutato e considerato come frutto della pigrizia . In questo modo la difficoltà di alzarsi e di andare a scuola viene letta come una normale reazione all’impegno e alla disciplina, dimensioni del reale molto difficili da affrontare anche per l’adulto. In questa situazione la relazione tra genitore e figlio entra in uno stallo che diventa sempre più evidente ed esplosivo se non si interviene con una lettura del vissuto emotivo che consenta di capire cosa sta accadendo . Il genitore mostra tutta la sua rabbia e il ragazzo per reazione si nasconde per non mostrare il proprio fallimento . La delusione produce nel figlio una vergogna bruciante ed è proprio la vergogna la matrice emotiva di questo fenomeno di isolamento e ritiro che ha radici profonde difficili da estirpare; radici che affondano nel terreno culturale nel quale stiamo vivendo.

Fonte: Psicologo Roma Dott. Sella

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