Leggere i bisogni dei bambini

di Tiziana Di Iorio

 

“Un’educazione violenta genera spesso figli rassegnati e ubbidienti, che i genitori vedono come la dimostrazione del loro successo educativo”.  (J. Juul, La famiglia che vogliamo)

 

Quello cui siamo abituati, è un rapporto di potere tra l’adulto che lo detiene e il bambino che lo subisce.  C’è sempre la convinzione che uno debba vincere (l’adulto) e l’altro debba necessariamente perdere (il bambino). Ciò che difficilmente si riesce ad immaginare, è che non ci siano né vincitori né vinti, ma che si stabilisca un legame di fiducia e di scambio, basato sul rispetto, che si giunga ad una soluzione e che soddisfi sia i bisogni dell’adulto sia quelli del bambino.  

La questione, infatti, non è stabilire chi detiene il potere ma l’uso che se ne vuole fare. Educare nel rispetto del bambino non significa dire sempre sì (perché sarebbe un’altra forma di sbilanciamento di potere, questa volta dalla parte del bambino), ma prendere in considerazione i suoi bisogni, porsi alla sua altezza e comprendere. Una comunicazione non violenta, un approccio empatico con il bambino, non garantisce l’assenza di conflitti, né che i nostri figli non saranno mai turbati o infelici, ma ci permette di scegliere le modalità con cui decidiamo di rispondere ai loro atteggiamenti anche provocatori, nella convinzione che questi siano l’unico mezzo per comunicarci i loro bisogni. È importante riconoscere che, spesso, i bisogni dei nostri figli non coincidono con i nostri. Si può e si deve riconoscere che crescere un bambino può essere faticoso e, se non lo facessimo, rischieremmo di scaricare su di lui frustrazioni e rancori.

Dopo i primi mesi, in cui i bisogni dei bambini hanno la priorità, si può cominciare a contrattare. Un bambino non ha necessità che gli sia detto sempre sì, ma ha assolutamente bisogno di confrontarsi con un genitore autentico, che sappia mostrargli anche i suoi limiti e le sue esigenze, le difficoltà e la volontà di superarle. È così che avviene la sua crescita emotiva.

Potremmo analizzare i “capricci” da un’altra prospettiva, più rispettosa dell’integrità e dell’intelligenza dei bambini e scopriremmo che non si tratta altro che di bisogni, di richieste. Spesso dietro ad un “capriccio” si nasconde altro. Un bambino che si rotola per terra al supermercato, perché vuole qualcosa, in realtà, non ne ha bisogno, ma ne ha voglia. Il suo bisogno può essere, invece, legato alla fame o alla stanchezza o alla noia. Se ci sforzassimo di leggere oltre i comportamenti sgradevoli dei nostri figli, potremmo scoprire, sorprendentemente, quanto sia più facile, per noi, comprenderli e gestirli.

E se abbandonassimo l’idea che i bambini ci manipolano, se riuscissimo a vedere nelle loro richieste non delle sciocche prese di posizione o dei tentativi di abbindolarci, riusciremmo anche ad “abbassarci alla loro altezza” e a considerare degne di attenzione le loro richieste. Per generazioni si è pensato che i bambini ci volessero sfidare, che il loro obiettivo fosse di provocare gli adulti e che quindi andavano posti dei limiti. In realtà l’arte di manipolare e di provocare appartiene molto più agli adulti che ai bambini e, questi ultimi, hanno molto più interesse ad ottenere e mantenere l’approvazione dei genitori che non a sfidarli e metterli alla prova. Per questo motivo è facile offendere l’integrità dei piccoli, minarne l’autostima e danneggiare gravemente lo sviluppo di una personalità solida ed equilibrata. I più recenti studi nel campo delle neuroscienze e della psicologia evolutiva dimostrano come le prime interazioni di un bambino con gli adulti di riferimento abbiano un impatto diretto sulla struttura e sul funzionamento del cervello.

In fatto che un genitore si senta provocato da alcuni comportamenti, non dipende certamente dal figlio e dovrebbe interrogarsi sul perché abbia una tale sensazione; che cosa, in realtà, suo figlio metta a nudo del suo vissuto, costringendolo a farci i conti. Se ci affidassimo ai bambini, crescerli rappresenterebbe una crescita anche per noi, un’evoluzione nel nostro percorso di esseri umani. Certo bisognerebbe avere sufficiente umiltà per riconoscerlo. A volte le emozioni possono travolgerci e prendere il sopravvento su di noi; quando questo accade, è bene interrogarsi su quali siano i processi interni che riducono così nettamente la nostra capacità di connetterci con gli altri, nello specifico con nostro figlio.

Un dialogo di comunicazione non violenta non garantisce di ottenere dei risultati. Non ci assicura che nostro figlio faccia ciò che vogliamo in quel momento, ma ci permette di stabilire con lui una relazione rispettosa. In molte discussioni sulla disciplina emerge l’equivoco sui limiti: tutti sono convinti che le limitazioni siano necessarie, pochi capiscono che la differenza sta nei mezzi che vengono impiegati. E’ necessario che i bambini capiscano che ci sono delle limitazioni al loro comportamento, necessarie per il buon vivere e talvolta anche per il loro benessere e la loro salute, ma sarebbe interessante scoprire la differente reazione di un bambino ad una limitazione imposta dall’adulto, rispetto alla reazione che i piccoli hanno di fronte a regole o compromessi che loro stessi hanno contribuito a stabilire. Uno dei metodi alternativi dell’educazione non violenta è quello basato sul coinvolgimento dei bambini nella risoluzione delle questioni per un risultato soddisfacente dei bisogni sia dell’adulto sia di quelli del bambino.

Quando si parla di un tipo di educazione basata sul rispetto del bambino, della sua dignità e della sua volontà, quello che immediatamente ti senti rispondere, è: “Se non li fermi subito, ti mettono i piedi in testa”. Molti sono gli adulti convinti che crescere dei figli secondo i principi della non violenza e del rispetto della loro integrità equivalga a crescere dei bambini viziati e capricciosi. Quello che fa più paura ai genitori, la cosa che maggiormente si cerca di evitare, è un figlio indisciplinato e viziato. Una frase che spesso si sente ripetere, nei dialoghi fra genitori, è “Deve sapere che, chi comanda, sono io”.  Molti genitori comunemente si sentono minacciati dai figli, dal loro desiderio di indipendenza e di autonomia e in questo modo si ribadisce, ancora una volta, lo schema di un rapporto tra genitori e figli con un vincitore ed un perdente. La scelta non è tra essere autoritari o essere permissivi. In entrambi i casi ci sarebbe uno sbilanciamento di potere, nel primo dalla parte dell’adulto, nel secondo da quella del bambino. Non si tratta di un nuovo metodo, ma di un diverso modo, da parte degli adulti, di vedere e considerare il bambino che porta a trovare delle soluzioni alternative alle maniere forti ed alle imposizioni.

Quando si parla di educazione non violenta, non ci si riferisce soltanto all’assenza di punizioni fisiche, ma anche di tutti gli atteggiamenti svilenti, umilianti, non gratificanti, che danneggiano l’integrità dei nostri figli. Le parole offensive minano la loro autostima, l’ironia è difficile che sia compresa da un bambino piccolo; risulta offensiva e genera confusione. Quando gli adulti ridicolizzano le emozioni, le paure di un bambino, egli si convince che ciò che prova non va bene perché non è quello che ci si aspetta da lui. Crescendo si sentirà meno sicuro di esprimere i suoi pensieri, le sue sensazioni nel timore che quello che sente sia strano o sbagliato.

 

“Dite: é faticoso frequentare bambini. Avete ragione. Poi aggiungete: bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli. Ora avete torto. Non é questo che più stanca. É piuttosto il fatto di essere obbligati ad innalzarsi fino all’altezza dei loro sentimenti. Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi. Per non ferirli”. (J. Korczack)

 

“Lo sviluppo del bambino ha le sue leggi e se vogliamo aiutarlo a crescere dobbiamo seguirlo e non imporci a lui.” (M. Montessori)

 

Libri consigliati

Le emozioni dei bambini, di I. Filliozat

Né con le buone né con le cattive, di T. Gordon

Amarli senza se e senza ma, di A. Kohn

La famiglia che vogliamo, di J. Juul

 

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