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Adolescenza, stato interminabile

altdi Nicole Janigro

“Come va?”, “Tutto ok”, “Com’è andata a scuola?” “Solito”. L’adolescente è laconico. Quando è costretto a comunicare con il mondo altro, quello adulto, adotta un sistema monosillabico e risponde per gentile concessione a quell’evidente tentativo di estorsione. La comunicazione tra i grandi e chi cammina nelle sabbie mobili di un’età storicamente ingrata, ora incerta, è la parte più ardua di quella missione formativa che già Freud definiva impossibile.

I testi che parlano di adolescenti appaiono spesso stereotipati, gli usi e i costumi dell’età incappano nelle definizioni della patologia, in ammiccamenti verso le forme che assume la sessualità: lo sguardo dall’alto di una generazione rivolto verso il basso di quella che cresce ripropone, ogni volta e di nuovo, il confronto tra passato e futuro, modelli sociali e aspettative genitoriali e, a ognuno, i propri ricordi di gioventù. Ai miei tempi non era così, né poteva esserlo perché ogni generazione che avanza costruisce il proprio volto in un mondo diverso. 

Tiziana Iaquinta, pedagogista, e Anna Salvo, terapeuta di formazione psicoanalitica, evitano le trappole della moralizzazione e della demonizzazione, e partono da un punto di osservazione terzo: che empatizza, senza far comunella, con il soggetto adolescente. Generazione TVB. Gli adolescenti digitali, l’amore e il sesso (il Mulino, 2017) indaga, in particolare, la sfera degli affetti, quella zona inesorabilmente inquietante attraversata da ambivalenze e contorsioni segrete. La ricerca, che vuole costruire ponti tra la teoria e la pratica di diverse discipline, è comune, ma ogni capitolo, con inserti di racconti dei ragazzi, è scritto al singolare.

 

La sindrome del primo della classe

altdi  Davide Sacchelli

 

Dopo un’intera settimana di lunghe giornate trascorse a scuola vostro figlio tornerà probabilmente a casa con un’enorme quantità di compiti e materie da studiare per il fine settimana. Stiamo parlando delle scuole elementari. Il bravo genitore, attento alle necessità della propria discendenza, sacrificherà buona parte del suo week end di riposo dalle fatiche lavorative nella titanica impresa di riuscire a mandare il figlio a scuola, il lunedì, con i compiti fatti e pronto per eventuali interrogazioni o verifiche.

 

Genitori iperprotettivi: considerazioni e suggerimenti

altdi Giovanni Belmonte

I genitori iperprotettivi, presi dal proteggere i figli da esperienze avverse, non consentono loro lo sviluppo di regolazione emotiva e problem solving. In alcuni casi, però, la tendenza alla protezione può diventare eccessiva e generare conseguenze negative sulla crescita dei figli: in questi casi si parla di genitori iperprotettivi.

Proteggere i propri figli dai pericoli rappresenta sicuramente uno degli obiettivi principali dei genitori. Molti di questi desiderano mettere al sicuro il proprio figlio dai fallimenti, dalle delusioni e dal dolore fisico.

I figli di genitori iperprotettivi sperimentano poco, risultano essere dipendenti dai genitori, non sono generalmente bambini responsabili, hanno minori capacità di regolazione emotiva e problem solving. Essi, inoltre, sono maggiormente esposti a sviluppare problematiche legate all’ansia e alla bassa autostima. A tal proposito, Morrison sostiene che se i genitori sono costantemente impegnati a rendere “perfetta” la vita dei figli, questi ultimi possono iniziare a pensare che questo comportamento protettivo dei genitori rappresenti la norma, e possono sviluppare delle aspettative irrealistiche sul fatto che saranno trattati così per sempre.

 

5 interessanti film educativi

altÈ assai frequente che a scuola gli insegnanti ricorrano a film educativi per approfondire qualche argomento o per proporre agli studenti alcune riflessioni. Sicuramente, il tema più diffuso è quello dell’Olocausto e, infatti, gli studenti hanno la possibilità di vedere con i loro insegnanti film come Il bambino con il pigiama a righe,  Schindler's List e il capolavoro di Roberto Benigni La vita è bella.

Altre tematiche che vengono proposte nelle scuole riguardano l’accettazione della diversità, i problemi adolescenziali quali il bullismo, la gravidanza, l’integrazione nel gruppo o le incertezze verso il futuro. In questo ambito, le pellicole più conosciute sono Quasi amici, Juno, Precious o, ancora, The Millionaire e The Help. Molto spesso, infatti, si cerca di presentare un argomento in modo più leggero, se non addirittura comico, proprio perché ci si vuole avvicinare a un pubblico più giovane.

In questo articolo verranno proposti cinque film che toccano tematiche assai diverse fra di loro e offrono interessanti spunti di riflessione. Si tratta di titoli educativi ma adatti anche ad un pubblico adulto, non solo di studenti.

1 - Freedom WritersUn’insegnante che lotta per l’integrazione e l’istruzione

Erin (interpretata da Hilary Swank) è una giovane insegnante, piena di ideali, che si trova a svolgere il suo primo incarico in un liceo californiano. La classe che le è stata affidata è costituita da studenti di etnie diverse e subito la donna percepisce un clima di grande ostilità fra i ragazzi. Ecco, allora, che si fa strada in lei la determinazione a portare integrazione e rispetto nella sua aula e per farlo si serve di una delle lezioni più importanti che ci ha lasciato la storia: la Shoah. Quella di Erin è una lotta contro la discriminazione razziale e i pregiudizi, in nome della speranza in un futuro migliore per i suoi studenti.

Freedom Writers, diretto da Richard LaGravenese, uscì nel 2007 e si ispira alla storia vera di Erin Gruwell. È un film che mette in luce i problemi legati ai pregiudizi tra le diverse etnie, alle difficoltà dell’integrazione e sottolinea il ruolo positivo della scuola e degli insegnanti nel miglioramento della situazione. Insomma, è un bellissimo messaggio di speranza.

 

Pentirsi di essere madri

alt"Pentirsi di essere madri. - Storie di donne che tornerebbero indietro. Sociologia di un tabù." è l'ultimo libro di Orna Donath, sociologa israeliana che lavora sulle aspettative della società sulle donne, madri o non madri. Il libro ha avuto un grande successo internazionale e la traduzione in inglese (Regretting moterhood) è diventato un hastag di grande diffusione (#RegrettingMoterhood) che ha dato eco a quello che è davvero ancora un tabù.

 

Pubblichiamo sia la sinossi del libro sia una recente intervista all'autrice.

 

Sinossi

«Ti pentirai di non avere avuto figli! Ricorda, te ne pentirai!». Questa profezia di sventura accompagna le donne che hanno deciso di non diventare madri. Benché la tecnica moderna permetta da tempo alle donne di scegliere più che mai liberamente se avere figli o meno, l’effettiva scelta di non averli determina ancora una forte stigmatizzazione sociale e una severa colpevolizzazione: «Te ne pentirai!». Tanto che non è neppure pensabile che si dia il contrario, ovvero che una madre si penta di aver avuto dei figli. La sacralizzazione della maternità, anche nelle società avanzate come le nostre, non ammette neppure questa possibilità; manca persino il linguaggio per esprimere questo pentimento, che a molti pare un’aberrazione, una cosa impossibile o, addirittura, immorale. 

 

 

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