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la mia vita da zucchina

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di Fabrizia Centola

Icare, piccolo sognatore di dieci anni, libera i suoi dolori con un aquilone su cui ha disegnato il suo papà – supereroe che se n’è andato con una “pollastra” (anche lei raffigurata sul retro). Icare è chiamato Zucchina dalla sua mamma, che sta nella stanza di sotto, arrabbiata e disperata, ubriaca di birra davanti a quelle soap che raccontano storie mai vere. Poi un incidente e Zucchina si ritrova in un orfanotrofio con quel che rimane del suo passato: l’aquilone e una lattina di birra vuota. Un luogo che raccoglie piccoli come lui pieni di dolore, alcuni molto arrabbiati altri più rassegnati, tutti che hanno perso qualcosa o che non hanno mai avuto niente.

 

 

Papà «amici» e mamme severe Perché siamo noi a dire sempre no?

altdi Laura Fezzi

«They do listen», loro ci ascoltano. La ragazzina imbronciata, dalla fotografia di una pagina della rivista, guarda di lato, come per evitare di incrociare il nostro sguardo. In realtà, ci dice questa pubblicità sociale americana, malgrado le apparenze, malgrado l’aria ostile, ci ascolta. Come lei, tanti adolescenti sembrano indifferenti alle comunicazioni degli adulti; eppure, proprio quando pensiamo che parlare non serva a niente, che tanto varrebbe lasciar perdere, qualcosa arriva a destinazione.Il messaggio incoraggiante si rivolge a entrambi i genitori, ma viene da pensare che a farne tesoro saranno soprattutto le donne. Perché nella famiglia moderna il più delle volte sono loro ad affrontare le situazioni difficili con i figli adolescenti.

 

Sono le mamme a discutere, a contrattare, a tener duro quando serve. Anche nella famiglia affettiva post-industriale, anche nella famiglia del sì, i limiti ogni tanto qualcuno deve porli. E poiché dire di no è più difficile e faticoso, sempre più spesso gli uomini svicolano. Del resto, mentre nella famiglia patriarcale di un tempo le donne si occupavano soprattutto dei bambini piccoli, da molti anni ormai sono sempre più coinvolte dalle responsabilità legate al futuro dei ragazzi e delle ragazze, con il peso psicologico ed emotivo che ne consegue. Per verificarlo basta andare in una qualsiasi scuola durante il ricevimento parenti. A parlare con gli insegnanti ci sono quasi esclusivamente le mamme, e non solo perché i papà lavorano. Le madri sono molto più numerose anche a Milano, città dove le donne lavorano in massa.

 

Quello che nessuno osa dire sui figli

 

altI figli sono molto gratificanti, ma dobbiamo essere chiari su alcune cose di cui la nostra società, incentrata sulla famiglia, non ha il coraggio di parlare”, spiega Alain de Botton. “Più amate i vostri figli e li fate sentire al sicuro, più se la prenderanno con voi quando nella vita le cose andranno male".

 

Tipologie di bambini con bassa autostima

altBambini con poca autostima: iperattivi per uscire dall’invisibilità, che ricercano con la vivacità e le provocazioni l’attenzione e il contatto di cui hanno bisogno e che, spaventati dalla loro stessa vivacità emotiva, domandano un contenimento innanzitutto affettivo alla loro inquietudine. La scarsa considerazione di sé non porterà questi bambini alla necessità di un intervento psicoterapeutico e nessun servizio sociale dovrà attivarsi in loro soccorso; nella maggior parte dei casi questo disagio rimarrà silente, laddove non incrocerà la sensibilità di un’insegnante attenta o di un adulto capace innanzitutto di osservare e ascoltare.

 

My blue box: una “scatola degli attrezzi” per aiutare i bambini a comprendere il disagio mentale dei genitori

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di Costanza Valentini

Finalmente è nato per la prima volta in Italia un sito web o meglio, un contenitore, una scatola appunto, che racchiude una serie di strumenti per aiutare i figli a comprendere e ad affrontare il disagio mentale di uno o entrambi i genitori. Si tratta quindi di un servizio di informazione e allo stesso tempo prevenzione nell’ambito della salute mentale.

I destinatari del progetto sono coloro che spesso vengono ignorati proprio perché in apparenza non manifestano il bisogno di ricevere supporto. Si tratta dei figli, più o meno grandi, di genitori affetti da disagio psichico come, ad esempio, depressionedisturbo bipolare, schizofrenia. In Europa ci si riferisce a questi bambini con l’acronimo COPMI (Children of Parents with Mental Illness).La maggior parte dei progetti si rivolge agli utenti della salute mentale escludendo coloro che non manifestano apertamente un disagio. In realtà essere figlio di una persona che soffre di un disagio psichico non è semplice.

 

 

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