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Soli, arrabbiati, colpevoli

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di Simone Bitti
"Ciò che inizia in rabbia
finisce in vergogna"
(Benjamin Franklin)
 
 
 
Una qualsiasi forma di relazione si può dire adulta quando si basa sulla libertà e sull’uguaglianza.
 
La libertà è il diritto di esprimere bisogni e desideri, l’uguaglianza è la possibilità di stare nella relazione per se stessi e non per assecondare l’altro.
 
Molte persone non sentono di avere questi diritti.
 
Chi prova questo sentimento è molto probabile che, durante la propria infanzia, sia stato rimproverato perché chiedeva soddisfazione dei propri bisogni e desideri ed è stato definito egoista.
Queste persone sono state colpevolizzate quando anteponevano i propri desideri a quelli dei genitori.
 
Quando una delle mie pazienti da bambina si lamentava con la madre di essere infelice, la risposta che otteneva era che non erano lì per essere felici, ma per fare quello che dovevano fare. Questa paziente finì col diventare la madre di sua madre, destino frequente per molte figlie a cui è privato il diritto all’appagamento e alla gioia.” (Lowen A., Arrendersi al corpo, 1994).
 
 
 

Genitorialità

altdi Elda Perelli

 

DOMANDA

Secondo Lacan il bambino desidera inizialmente essere il complemento della madre e cioè, essere il fallo che manca alla madre. In altre parole desidera essere il desiderio di sua madre, ciò che la madre desidererebbe. Questo desiderio è dato dal fatto che il bambino ha con la madre un rapporto reale ancor prima della sua nascita. Infatti, la sensazione del bambino della cosiddetta mancanza a essere viene dal fatto che non è più nella madre, non fa più uno con lei. Il suo desiderio è desiderio di unità con la madre.

Fin dall’inizio della sua vita la frustrazione di questo primario desiderio, causata dall’intervento paterno, (quando c’è, se non c’è siamo addirittura nella psicosi; si intende ovviamente di una mancanza simbolica) cioè dalla presenza del padre nella coppia madre-bambino, provoca l’ingresso nel simbolico, nel linguaggio, attraverso la Domanda. In che modo? Il padre viene a rappresentare l’elemento terzo, simbolico, che viene a distrarre la madre dal bambino, dall’essere tutta madre e interviene come Legge. Così facendo pone un limite a questo rapporto duale ed è questo che s’intende quando si dice che il padre interviene come Legge.

 

 

Il mito dell’amore materno

alt“Tieni lontano il più possibile i figli, non lasciarli
avvicinare alla madre. L’ho già vista mentre
li guardava con occhio feroce, come se avesse
in mente qualcosa”, Euripide, Medea, vv. 89-92.
 

“Tutti sappiamo che l’amore materno non è mai solo amore. Ogni madre è attraversata dall’amore per il figlio, ma anche dal rifiuto del figlio. Talvolta il rifiuto ha il sopravvento sull’amore, e allora siamo a quei casi di infanticidio, il cui ritmo inquietante più non ci consente di relegare queste tragedie nella casistica psichiatrica e qui liquidarle nel perfetto stile della rimozione” (pag. 15).

“Il raptus non esiste. È fanta-psicologia ipotizzare una vita che scorre normalmente e normalmente continua a trascorrere dopo l’eccesso. I raptus sono comode invenzioni per tranquillizzare ciascuno di noi e tacitare il timore di essere anche noi dei potenziali omicidi. La depressione invece esiste, ma di solito non porta all’omicidio, porta se mai al suicidio. E non quando si è depressi, ma quando si è in procinto di uscire dalla depressione, perché quando si è depressi non si ha neanche la forza di alzarsi dal letto o dalla sedia” (pag. 15).

Caratteristica del sentimento materno è la sua ambivalenza, che solo il nostro terrore di sfiorare qualcosa che appartiene alla sfera del sacro non ci fa riconoscere” (pag. 16). La donna nella sua possibilità di generare e abortire “sente dentro di sé, nel sottosuolo mai esplorato della sua coscienza, di essere depositaria di quello che l’umanità ha sempre identificato come potere assoluto”: il potere di vita e di morte che il re ha sempre invidiato alla donna che genera, e in mille modi ha cercato di far suo” (pag. 16).

 

Adolescenza, stato interminabile

altdi Nicole Janigro

“Come va?”, “Tutto ok”, “Com’è andata a scuola?” “Solito”. L’adolescente è laconico. Quando è costretto a comunicare con il mondo altro, quello adulto, adotta un sistema monosillabico e risponde per gentile concessione a quell’evidente tentativo di estorsione. La comunicazione tra i grandi e chi cammina nelle sabbie mobili di un’età storicamente ingrata, ora incerta, è la parte più ardua di quella missione formativa che già Freud definiva impossibile.

I testi che parlano di adolescenti appaiono spesso stereotipati, gli usi e i costumi dell’età incappano nelle definizioni della patologia, in ammiccamenti verso le forme che assume la sessualità: lo sguardo dall’alto di una generazione rivolto verso il basso di quella che cresce ripropone, ogni volta e di nuovo, il confronto tra passato e futuro, modelli sociali e aspettative genitoriali e, a ognuno, i propri ricordi di gioventù. Ai miei tempi non era così, né poteva esserlo perché ogni generazione che avanza costruisce il proprio volto in un mondo diverso. 

Tiziana Iaquinta, pedagogista, e Anna Salvo, terapeuta di formazione psicoanalitica, evitano le trappole della moralizzazione e della demonizzazione, e partono da un punto di osservazione terzo: che empatizza, senza far comunella, con il soggetto adolescente. Generazione TVB. Gli adolescenti digitali, l’amore e il sesso (il Mulino, 2017) indaga, in particolare, la sfera degli affetti, quella zona inesorabilmente inquietante attraversata da ambivalenze e contorsioni segrete. La ricerca, che vuole costruire ponti tra la teoria e la pratica di diverse discipline, è comune, ma ogni capitolo, con inserti di racconti dei ragazzi, è scritto al singolare.

 

La sindrome del primo della classe

altdi  Davide Sacchelli

 

Dopo un’intera settimana di lunghe giornate trascorse a scuola vostro figlio tornerà probabilmente a casa con un’enorme quantità di compiti e materie da studiare per il fine settimana. Stiamo parlando delle scuole elementari. Il bravo genitore, attento alle necessità della propria discendenza, sacrificherà buona parte del suo week end di riposo dalle fatiche lavorative nella titanica impresa di riuscire a mandare il figlio a scuola, il lunedì, con i compiti fatti e pronto per eventuali interrogazioni o verifiche.

 

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